GUERRA, SPIE, BUOI, CORNA, ASINI. da OFFICINA dei SAPERI e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GUERRA, SPIE, BUOI, CORNA, ASINI. da OFFICINA dei SAPERI e IL MANIFESTO

          Paolo Favilli  07/06/2022

Il «Corriere della Sera» di domenica scorsa illustrava realisticamente il modo italico di essere cobelligerante. Ci sono molti modi, infatti, oltre quello di mascherarsi dietro l’espressione «operazione speciale», per essere concretamente in guerra pur negandolo. Il giornale in un articolo ci informa che i nostri servizi segreti compilano liste di «opinionisti» che sono al servizio di Mosca. Contemporaneamente una «firma» del quotidiano indica i luoghi, la «foresta rossa», dove i servizi possono pescare a piene mani (Severgnini, Il richiamo della foresta rossa). Secondo questa «firma» gli azzeccagarbugli della «complessità» faticano a separare il regime di Putin dalla storia sovietica. In verità molti di quegli azzeccagarbugli hanno prodotto studi seri e ponderosi proprio sui caratteri di tale distinzione. Ma perché fare lo sforzo di leggerli quando la realtà è squadernata immediatamente davanti ai nostri occhi?

Il secondo volume di Guerra e Pace comincia con l’icastica rappresentazione di un’invasione e dei suoi effetti: «inganni, tradimenti, rapine, falsificazioni ed emissioni di assegnati falsi, saccheggi, incendi ed assassini».  Oggi ci troviamo di fronte ad un’altra invasione con identici effetti potenziati al massimo da uno sviluppo senza precedenti della tecnologia bellica. Lev Tolstoj ha ben chiare le responsabilità contingenti di Napoleone Bonaparte aggressore nei confronti della cui «grandezza» usa un linguaggio demistificante.

Putin, l’aggressore, è il responsabile primo per aver trasformato i «piccoli» orrori della guerra a bassa intensità, nel grande orrore che sta sotto i nostri occhi. Ad aver trasformato la conflittualità latente dell’attuale sistema internazionale, in guerra aperta. Ma l’enormità dell’atto non si può comprendere concentrandosi nell’atto in sé.

Tolstoj, nonostante la sua esecrazione per Napoleone, aveva ben compreso che la contingenza non poteva spiegarsi se non all’interno di una struttura, come avrebbe detto, quasi un secolo e mezzo dopo Ernest Labrousse. Il manifestarsi, lo «scoppiare» di una guerra di vasta portata, di eventi così capaci di dare un segno interpretativo forte ad una fase storica, non poteva essere compreso basandosi sul tempo breve in cui Napoleone ed Alessandro avevano messo in moto il meccanismo.

Tolstoj dedica brani di «spietata ironia» (Berlin) alle narrazioni superficiali e intellettualmente povere di quelli che oggi chiameremmo «storici politici».

Quale «spietata ironia» dovremmo riservare, dopo decenni di elaborazioni teoriche e pratiche storiografiche tese a costruire categorie analitiche adatte alla comprensione del «presente come storia», al fatto che oggi venga continuamente riproposto, a proposito della guerra in Ucraina, lo stesso modello di rappresentazione oggetto dei feroci strali dell’autore di Guerra e Pace?

Per la verità attualmente non sono, in genere, gli studiosi professionali di storia ad utilizzare il modello della «contingenza» senza «struttura», ma gli «opinionisti» di una stampa che svolge le funzioni comunicative come reparto componente di un ampio ed articolato schieramento bellico.

Ecco il modello conoscitivo proposto dalla suddetta «firma»: «Si chiama lotta tra il bene e il male. Se un uomo che si abbandona agli istinti malvagi prende il potere in uno Stato autoritario, sono guai. È, semplificato al massimo, quanto sta accadendo, no?» (Severgnini, «Corriere della Sera», 11 maggio). Dove la «semplificazione» serve solo a sottolineare il fondamento esplicativo della guerra in corso.  E a chi gli ha chiesto lumi sugli esiti della lotta in corso tra il bene ed i male in Ucraina, ha risposto con altrettanta «semplificazione»: «Vinciamo noi questa guerra», noi «40 democrazie ricche, avanzate, organizzate» («Otto e mezzo», 27 aprile). Del resto, come aveva affermato un altro giornalista, Francesco Merlo, l’inglese non è forse «la lingua della democrazia»? («Corriere della Sera», 13 marzo).

Non si potrebbe dire più chiaramente, e su ciò i Severgnini, i Merlo, i Gramellini, i Grasso ecc. sono candidamente scoperti, che non è l’analisi dell’evento lo scopo dei loro interventi, quanto la partecipazione attiva all’iniziativa militare dell’esercito del bene.

Dal punto di vista del modo in cui gli studiosi intendono il processo conoscitivo solidamente fondato su «analisi» di sistema, le proposizioni dei suddetti, ed altre analoghe, sono soltanto stupidaggini pomposamente declamatorie. Dal punto di vista, però, di una guerra nel cui carattere locale si rispecchia una globale tensione conflittuale, tali proposizioni sono semplicemente armi di combattimento, parole come pallottole. E chi combatte convintamente una guerra non può concepire la pace se non come frutto della propria vittoria. Nel caso dei «nostri segretar[i] dell’opinione dominante» sarà la vittoria del «noi (…) 40 democrazie, ricche, avanzate, organizzate». In sostanza l’auspicio di una guerra, di una barbarie, continua.

A parte l’enfasi dannunziana, niente di concretamente determinato, nemmeno sui parametri attraverso i quali riconoscere i caratteri costitutivi dei magnifici 40. Anche in questo caso l’analisi specifica dell’oggetto specifico non è considerata necessaria: la democrazia si autodefinisce tramite tautologia.

Il giudizio politico su quanto sta accadendo può dare indicazioni su come operare nella proposizione di iniziative per la pace solo se solidamente fondato sul giudizio storico. Il giudizio storico non è quello che assolve o condanna, ma che si pone il problema della comprensione dell’evento inserendolo nei tempi e negli spazi geografici che lo rendono intellegibile.

Ecco, soltanto provandosi a mettere in connessione tutti i fili che attraversano le logiche della conflittualità tra le grandi potenze per la ridefinizione degli equilibri mondiali dopo la dissoluzione dell’Urss, si può aspirare di avvicinarsi ad un panorama conoscitivo che permetta di operare razionalmente in un contesto di relazioni devastato.

Anche su questo non ci si devono fare soverchie illusioni. La ragione è debole di fronte ai meccanismi delle forze in atto scatenate dal sistema guerra, meccanismi incontrollabili dopo determinati livelli di sviluppo endogeno. Ma proprio perché la ragione è così fragile non possiamo permetterci di farne a meno.

La spia che venne dal caldo

LA LISTA DEL CORRIERE . La storia è preoccupante ed è un’avvisaglia del clima che incombe su un paese dipendente da poteri sovranazionali e scarsamente autonomo. Per l’ennesima volta un crocevia di interessi, gruppi, lobby, servizi

Vincenzo Vita  07/06/2022

La pagina 6 del Corriere della sera della scorsa domenica – con la lista (presunta, ovviamente) dei cosiddetti influencer e opinionisti di fede putiniana – rimarrà negli almanacchi come un incubo da evitare.

E ciò malgrado l’autorevolezza delle autrici che hanno firmato l’inquietante articolo. L’iniziativa del quotidiano di via Solferino viene dopo iniziative omologhe del concorrente de la Repubblica e di altre testate. Tuttavia, vedere sul giornale che fu della borghesia italiana foto segnaletiche ed elenchi di nomi, fa una certa impressione. Sono passaggi che poi, nell’augurabile fase discendente della crisi, rimarranno ferite non facilmente rimarginabili.

Ha denunciato bene il problema con i suoi rischi la federazione nazionale della stampa con un sapiente comunicato. Si chiede, nel pur conciso testo, di sapere se il Copasir (il comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica) sia in possesso di liste classificate come filorusse. Se vi fossero prove provate, gli organismi della categoria dovrebbero intervenire. Se si trattasse – invece – di una caccia alle streghe, il quadro cambierebbe nella sostanza.

Ma da dove arrivano allora elenchi di persone difficilmente ascrivibili a un romanzo di John Le Carré? Le spie che vengono dal freddo magari sono più anonime e coperte. Difficilmente si esibiscono nei talk o mirano a divenire personaggi mediatici. Naturalmente, non si possono confondere ipotetici referenti della guerra ibrida teorizzata dai nuovi soloni delle strategie militari con gli espliciti rappresentanti del governo di Mosca.

Qualcuna o qualcuno appare con una certa frequenza negli studi televisivi, ma con improbabile efficacia manipolatoria. Ad esempio, come giudicare la lunga intervista alla trasmissione de La7 Non è l’Arena combinata da Massimo Giletti (graziato dal Corriere) sul suolo moscovita con la portavoce del ministro degli esteri Maria Zakharova? Con tanto di richiamo al Giletti medesimo definito un bambino e con la scena madre del consueto ospite dei talk Alessandro Sallusti che lascia lo show? Giletti è pure svenuto (auguri di buona salute, ovviamente).

Ma qui non c’entrano eventuali invettive del Copasir. Basterebbero gusto e buon senso. Le accuse di spionaggio rischiano di coprire la triste verità: a furia di cercare un mezzo punto di share si sta provocando l’agonia di un consolidato genere mediale.
Torniamo alla domanda. Donde vengono i nominativi pubblicati? Se non è vero che sia stata una manina parlamentare a vergare il tutto, allora viene da prendere sul serio la smentita di Adolfo Urso, il presidente del comitato, in merito alla possibilità che dal suo organismo fosse uscita qualche notizia. Si evoca un report specifico arrivato nella mattinata di ieri. Eccoci, allora. Da altre parti, verosimilmente, è transitata la vicenda, probabilmente anticipata alla testata milanese.

Comunque la si rivolti, dunque, la storia è preoccupante ed è un’avvisaglia del clima che incombe su un paese dipendente da poteri sovranazionali e scarsamente autonomo. Per l’ennesima volta un crocevia di interessi, gruppi, lobby, servizi.
L’informazione, però, ha il diritto-dovere di ribellarsi di fronte a qualsiasi ingerenza, evitando come la peste ogni strumentalizzazione.

La questione esplosa nelle ultime ore, tuttavia, non sarebbe comprensibile se non la si collegasse al delicato voto del prossimo 21 di giugno sulle armi o quant’altro, e in merito ai pronunciamenti di Mario Draghi in vista del consiglio europeo. La maggioranza, pur larghissima, che a tavolino appoggia l’esecutivo è in fibrillazione costante.

Del resto, il clima elettorale già si sente e le incognite sono alte. L’informazione è troppe volte protagonista e agente diretto del conflitto, lungi dal parlarne con equilibrio.

Non è fuorviante, quindi, immaginare le pressioni di questi giorni come tassello di una linea di conquista coartata del consenso. Lo spauracchio di un maccartismo all’italiana torna utile per convincere gli incerti e quanti non sono sulla linea esatta che corre tra la Nato, gli Stati uniti e il nocciolo duro del governo.

Chi osa dissentire o semplicemente esporre argomenti e dubbi finisce nel bidone della spazzatura dissenziente. Se il blasonato occidente suppone di avere nella sua fisiologia l’essenza della democrazia, si sta con simili trovate dando dei calci dolorosi.
Ci auguriamo che le prossime giornate servano a porre rimedio ad una stecca poderosa, una rondine che fa autunno piuttosto che primavera.

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