GLI STRUMENTI PER INTERROGARE LA COMPLESSITÀ DELLA STORIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GLI STRUMENTI PER INTERROGARE LA COMPLESSITÀ DELLA STORIA da IL MANIFESTO


Gli strumenti per interrogare la complessità della Storia

Lia Tagliacozzo  27/01/2026

Giorno della memoria Far comprendere a una scolaresca l’esistenza di cittadini italiani ebrei era più difficile venti anni fa: oggi i giovani – più per esperienza che per formazione – sono attrezzati ad accogliere la differenza tra cittadinanza e religione

945, liberazione del campo di Ravensbrück

Mai le acque nelle quali celebrare il Giorno della memoria della Shoah sono apparse così torbide da non riuscire a intravedere sul fondo l’orrore del ‘900 e come ci riguardi. La destra al governo e la sua rimozione delle responsabilità fasciste nella persecuzione e deportazione degli ebrei e la sovrapposizione delle categorie utilizzate per la strage di Hamas del 7 ottobre 2023 in Israele e il massacro di Gaza ad opera dell’esercito israeliano, generano una polarizzazione politica e identitaria facendo emergere tutta la difficoltà di inserire nel dibattito pubblico una vicenda complicata che, abdicando alla complessità, si trasforma in metafora estensiva dei mali del mondo rischiando così di rendere incomprensibile tanto il passato quanto il presente.

IL 27 GENNAIO – la liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata rossa nel 1945 – è invece una data che interroga una vicenda tragica, complessa, l’anus mundi dell’Europa, impossibile da sottrarre alla riflessione critica sull’intera «biografia» dell’Occidente.

I nodi problematici che si sono accumulati nel corso di ottant’anni di storia repubblicana, in un paese che non ha fatto i conti con il proprio passato, riempiono interi scaffali, pur restando assenti dal dibattito pubblico. Tra questi: a partire dai primi anni del dopoguerra, la rimozione della deportazione razziale; la concorrenza vittimaria dalla fine degli anni ’80, la smemoratezza circa i costi politici della continuità istituzionale e della stessa amnistia De Gasperi-Togliatti, la riduzione della Shoah a una tragedia tra ebrei e nazisti.

Un elenco sommario e incompleto che interroga l’intera storia repubblicana e non solo la memoria della persecuzione e deportazione degli ebrei. Intersezioni storiche, politiche, sociali che richiedono strumenti capaci di interrogare, appunto, la complessità.

RAGIONARE DI STORIA «non significa abbassare il livello dell’argomentazione per renderla comprensibile a un pubblico più ampio – afferma lo storico Carlo Ginzburg in un’intervista su L’Espresso – Vuol dire cercare di trascinare il pubblico dei non addetti ai lavori nel mondo della ricerca.

È il contrario del paternalismo». Si tratta di restituire complessità nel dibattito pubblico tanto alla storia quanto al presente.

Dalla sua istituzione nel Calendario civile nazionale (nel 2000) sono trascorsi ventisei anni e venticinque sono quelli di celebrazioni nell’associazionismo, nelle amministrazioni locali e nazionali ma la legge si rivolgeva prima di tutto alla scuola: eppure gli studenti e le studentesse restano sostanzialmente al di fuori del dibattito che da giorni rimbalza sulle pagine dei giornali. Voce muta o comunque inascoltata.

Per chi – compresa chi scrive – le ha frequentate proprio in questa ricorrenza confrontandosi con i bambini delle elementari come con i maggiorenni delle superiori, è evidente che il Giorno della memoria si pone quale nucleo dolente di riflessioni che hanno grandissima ampiezza e varietà di argomenti e che incrocia in modi ineludibili voci diverse del sapere: storia, etica, filosofia, cittadinanza attiva, capacità critica, geografia, intelligenza emotiva, memoria collettiva e individuale, mentre identità molteplici stanno cambiando le aule scolastiche.

Far comprendere a una scolaresca l’esistenza di cittadini italiani ebrei era molto più difficile venti anni fa di quanto non sia oggi: i giovani sono attrezzati – per esperienza prima ancora che per formazione – ad accogliere la differenza tra cittadinanza e religione.

È IMPORTANTE ricordare che se oggi il 27 gennaio fa parte delle celebrazioni, in quella data nel 1945 in Italia non successe nulla di memorabile: fu un orribile giorno di guerra, fame e violenza come tanti.

Si è perciò di fronte a una data del calendario civile che non fa parte della storia nazionale, ma che è stata adottata, prima in Italia e poi in Europa, per identificare simbolicamente un giorno «al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati» (così la legge istitutiva).

Fino ad oggi, paradossalmente, una data tutto sommato poco «divisiva»: a farla semplice si potevano attribuire tutte le responsabilità al nazismo, riproporre ancora e ancora il «mito del bravo italiano», tacere delle Leggi antiebraiche del ‘38, delle delazioni, delle fughe, delle vicende di cui i fascisti furono protagonisti attivi.

Meno «divisiva» del 25 aprile dove sottrarre il racconto alla liberazione dal nazifascismo resta francamente difficile. Non è un caso che le stesse scolaresche che oggi hanno trascorso il loro intero percorso scolastico celebrando «giorni della memoria» sappiano, a volte, per restare alla storia nazionale, più del 27 gennaio che del 25 aprile. L’unica uscita da un corto circuito di questo genere è restituire complessità alla Storia, offrire strumenti concettuali e una mappa capace di accogliere le diversità di orizzonti, di momenti e di analisi. Per questo, nonostante i suoi limiti, il giorno della memoria è irrinunciabile.


La scrittura e l’alleanza delle deportate contro l’annientamento

Alessandra Pigliaru  27/01/2026

Giorno della memoria Le poesie di Ravensbrück a cura di Anna Paola Moretti e la pièce teatrale di Charlotte Delbo su Auschwitz

Dal 1939 al 1945, a Ravensbrück, il lager ha contenuto circa 130mila donne, di cui 90mila sono morte, mentre statistiche incomplete indicano 882 bambini deportati. Per dare conto della evoluzione materiale del campo, basti pensare che nel 1944 risultavano 32 baracche dormitorio, 4 infermerie, bunker di punizione, crematorio (le ceneri venivano gettate nel lago Schwedt trasformato in fossa comune), laboratori industriali. Il Frauen Konzentration Lager di Ravensbrück è stato l’unico del sistema concentrazionario nazista destinano appositamente alla deportazione femminile.

Anche per questo, leggere oggi Boschi cantate per me (Edizioni Enciclopedia delle donne, pp. 416, euro 23) significa accedere a un materiale prezioso: si tratta infatti dell’antologia poetica che proviene proprio da Ravensbrück. Dobbiamo ad Anna Paola Moretti la curatela di questo volume, che l’ha impegnata per vent’anni nel reperimento delle poesie (oltre 90 con testo a fronte), riportate per la prima volta in traduzione italiana (grazie a Loredana Magazzeni, Daniela Maurizi, Maria Luisa Vezzali e di Paul Benjaminse, Mirko Coleschi, Krystyna Jaworska, Elisabetta Ruffini, Jessy Simonini, Luciana Tavernini). Cinquanta sono le autrici presenti, quindici le diverse nazionalità: le più numerose sono polacche, quasi 40mila, poi francesi, austriache, tedesche, slovene, olandesi, danesi, russe, spagnole e italiane.

Quando possibile viene indicata la data di composizione della singola poesia, quando la lingua originale non è invece ricostruibile si traduce da una versione intermedia (tedesca o inglese). Il valore eterogeneo dei versi non osta con la qualità storica e umana ed è un bene che possiamo leggerle, soprattutto se consideriamo che molti componimenti sono andati persi perché distrutti dalle guardiane o dalle stesse detenute per evitare punizioni.

EBREE, ROM e in prevalenza politiche, i versi delle deportate mostrano il luogo di annientamento da cui scrivono per poterne intravvedere la comunità che vi era rinchiusa. Fame, freddo, botte, corpi bruciati, lavoro fino allo sfinimento, morte quotidiana e obbligo di spogliare i corpi delle altre per portarli a morire. Se i lager erano progettati per distruggere moralmente e fisicamente le prigioniere, riducendole a numeri, a «pezzi» (stück), è esattamente dentro Ravensbrück e nei sottocampi che si sviluppa una produzione artistica (e poetica) come forma di sopravvivenza e resistenza alla disumanizzazione.

Provvisto di apparati storici e critici, oltre che le schede biografiche di ogni poeta, il libro ci accosta alla pluralità linguistica che ha composto la trama del Novecento, dal crollo degli imperi agli spostamenti di confini, fino alle deportazioni e alle migrazioni forzate. È una voce, la loro, che interpella, domanda dialogo, invita a non sprecare la vita e a interrogare il nostro tempo. Anche le contraddizioni sono radicali: libertà e costrizione, dipendenza e relazione, fragilità e forza. In particolare occorre sottolineare quest’ultima perché di forza femminile si tratta, di alleanza contro la frammentazione, le une con le altre insieme, così che da numeri si potessero pensare come un «noi».

Una trasmissione della memoria che diventa un modo per rendere comunicabile ciò che altrimenti resterebbe muto o impronunciabile.

TRA LE DEPORTATE rimaste scrittrici anche dopo il ritorno dal lager si ricordano i nomi di Micheline Maurel, Violette Maurice, Zofia Górska, Halina Golczowa e Charlotte Delbo. Le edizioni Ets, grazie alle sapienti cure di Cristina Galasso e nella traduzione di Federica Quirici, propongono la prima traduzione italiana del capolavoro teatrale di Charlotte Delbo Chi porterà queste parole? (pp. 80, euro 10) unico testo teatrale scritto da una sopravvissuta che racconta l’esperienza vissuta nel campo di concentramento di Auschwitz, cominciata per lei il 2 marzo del 1942, dopo ci sarà Ravensbrück fino alla liberazione il 23 aprile 1945.

Scrittrice e partigiana francese, la tragedia in tre atti di Charlotte Delbo vede la luce nel 1966, e mette in scena 23 partigiane che sono altrettante compagne di prigionia a restituire, guardandolo insieme a chi legge le loro parole e senza mai nominarlo, il lager. Soprattutto consegnano il senso della vicinanza tra donne, Cristina Galasso parla di consapevolezza e sentimento solidale che consente loro di «stringersi una all’altra e a confidare nella resistenza di ciascuna “affinché una ritorni per dire”».

L’aspetto testimoniale di Charlotte Delbo, che in apertura fa dire a una delle sue personagge di essere «reduce dalla verità», è qui puntellato dalla quotidianità: dagli appelli alle percosse, dal freddo agli stenti per fame e sete, dalle selezioni alle marce e le camere a gas. La scenografia non c’è, non serve perché i luoghi sono rappresentati dalle luci e dal movimento delle protagoniste: all’interno della baracca, nel tragitto e infine nel piazzale dell’appello. Il campo contiene quindicimila donne di varia provenienza ma quelle che Delbo fa emergere sono 23, arrivate tra le 200 francesi totali. Françoise, Mounette, Yvonne, Gina e Madeleine, poi Claire Reine e altre, spalancano le loro vite, lottano «a mani nude, a cuore nudo. A pelle nuda».

RACCONTANO LE LORO PAURE, si confrontano: «Bisogna che ce ne sia almeno una che sopravviva, tu o un’altra, poco importa. Ognuna di noi si aspetta di morire qui. È pronta. Sa che la propria vita non ha più importanza. Eppure si affida alle altre. Bisogna che ce ne sia una che sopravviva per parlare. Tu vorresti che tutti i milioni di esseri umani che sono stati distrutti qui, tutti questi cadaveri, restino muti per sempre, che tutte queste vite siano state sacrificate per niente?».

La potenza del testo scritto da Delbo risiede nelle parole, quelle capaci di dire «le cose semplici». Per fare ritorno a una esistenza che non si immaginava più disponibile né praticabile. Ci si riconosce in quel Tu che le ha accompagnate in questo canto di sopravvivenza e attesa, un Tu che sa tenersi vivo nella presenza di un altro volto o un’altra mano, compresa quella che arriva quando il tempo del vivere si è ormai chiuso.

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SCHEDE

ARCHIVI DI STATO. Foto, diari e testimonianze

Gli Archivi di Stato, in occasione del Giorno della memoria, promuovono su tutto il territorio nazionale un ampio programma di iniziative dedicate alla Shoah e alle persecuzioni razziali. Tra le iniziative in programma, l’Archivio di Stato di Avellino presenterà la mostra documentaria Il controscritto ebreo… Storie di internati in Irpinia, che ricostruisce, attraverso fascicoli personali e carte amministrative, le vicende degli internati civili nei campi e nei luoghi di confino della provincia, restituendo voce a storie a lungo rimaste ai margini della memoria collettiva. A Milano, ci sarà l’orazione civica di Alessandro Milan, accompagnata dalle musiche dal vivo di Raffaele Kohler.
A partire dall’incontro casuale con una pietra d’inciampo e da documenti inediti dell’Archivio, prende forma un racconto corale di vite intrecciate nella Milano della Seconda guerra mondiale, tra Resistenza, memoria e lotta per la libertà. A Napoli, l’incontro che prende l’avvio da un frammento manoscritto del Talmud per riflettere sulla dispersione e distruzione dei testi sacri ebraici durante le persecuzioni storiche. A Bari, un percorsi sulla Memoria scritta della Shoah, tra documenti, diari e testimonianze: al centro, l’esperienza dei profughi ebrei giunti in città nel secondo dopoguerra.
A Torino, le iniziative si concentrano sul rapporto tra immagini, biografie e persecuzione: dall’incontro dedicato al fotografo Silvio Ottolenghi, colpito dalle leggi razziali, alla mostra Seeing Auschwitz, che attraverso oltre cento scatti offre uno sguardo plurale – dei carnefici, delle vittime e degli Alleati – sul sistema nazista. A Roma, l’Archivio di Stato renderà omaggio alla figura di Ermanno Loevinson, storico e archivista vittima della Shoah, con un’iniziativa rivolta in particolare agli studenti dell’ultimo anno dei licei, preceduta – nei giorni scorsi – dalla posa di pietre d’inciampo davanti all’abitazione della sua famiglia. A Cagliari, una mostra racconterà le forme assunte dalla discriminazione dei cittadini ebrei in Sardegna negli anni Trenta e Quaranta del ’900. (redazione culture)

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MOSTRE. Ariela Böhm, la fila che istituisce il controllo arbitrario

Presso la Casa della memoria e della storia (via di San Francesco di Sales 5, Roma) si inaugurerà oggi «Attraversare il ricordo» – fino al 4 febbraio – la personale dell’artista Ariela Böhm che, partendo dalla propria storia familiare, ha indagato la Shoah non solo come evento storico, ma come sistema di estrema pianificazione e controllo. Attraverso il simbolo della «fila», il progetto artistico immagina un percorso d’ingresso ai luoghi della memoria capace di far vivere al visitatore una simbolica esperienza di discriminazione e ubbidienza a regole arbitrarie. Con l’artista partecipano Fiorella Bassan, Dario Evola, Gadi Luzzatto Voghera, David Meghnagi; coordina Bianca Cimiotta Lami. (redazione culture)

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RADIO3. Dagli «Epitaffi» di Nelly Sachs ai rom e sinti

Oggi Radio3 manderà in onda, alle 20.30, «Epitaffi scritti sull’aria» di Nelly Sachs (regia di Roberto Latini). Sachs, poeta tedesca di famiglia ebraica (Nobel per la Letteratura 1966), compose tra il 1943 e il ’46 gli Epitaffi restituendo una identità e una fisionomia ai molti cari e amici vittime della Shoah. A Fahrenheit, alle 16, ci sarà l’intervista a Sandro Portelli e Micaela Procaccia su Il pane e il cucchiaio. La storia detta due volte di Giuseppe Di Porto, mentre alle 17.30 Domenico Scarpa presenterà La specie umana di Robert Antelme. «Wikiradio. Le voci della storia» – a partire dalle 14 – ospiterà Luca Bravi che racconterà le persecuzioni e lo sterminio di rom e sinti. (redazione culture)

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