EVENTI CHE CAMBIANO IL MONDO da DICIOTTOBRUMAIOBLOG
Olympe de Gouges 2 novembre 2025
Cinquant’anni fa, chi avrebbe immaginato un presidente della Repubblica Popolare Cinese partecipare a un forum economico come quello di Davos (già esisteva!)? Sarebbe stato preso per un burlone oppure per un folle. Se poi avesse aggiunto che lo stesso presidente cinese si sarebbe espresso a favore del capitalismo e del libero scambio globale, l’intero pianeta avrebbe riso a crepapelle.
Ed invece è esattamente ciò che è successo al World Economic Forum di Davos nel 2017, quando Xi Jinping lanciò un appassionato appello al libero scambio globale. Anche otto anni fa la cosa destò qualche perplessità. Fino ad allora, discorsi del genere erano più comunemente associati a leader di altre parti del mondo. Da allora, Xi ha ribadito questa posizione più volte, mentre l’allora presidente degli Stati Uniti, ancora oggi in carica, non ne vuole sapere e ha fatto del protezionismo un principio centrale dell’agenda del suo governo.
L’incontro tra Trump e Xi Jinping, tenutosi giovedì a Gyeongju, in Corea del Sud, si è concentrato sulla prevenzione di un’ulteriore escalation della guerra commerciale in corso tra Cina e Stati Uniti. Nessuno dei due leader ci crede, specie Trump, il quale ha altri progetti. Solo un giorno dopo, nello stesso luogo, il presidente cinese ha invitato gli Stati membri dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) a praticare un “genuino multilateralismo”. Li ha esortati a promuovere un ambiente economico regionale aperto e la liberalizzazione del commercio e degli investimenti. Ed è ciò che più conviene al gigante cinese, ma anche agli altri 20 Paesi che ne fanno parte, Stati Uniti compresi, che però hanno altre ambizioni, che non nascondono.
Ancora nell’anno 2000, la parola d’ordine era “liberalizzazione del commercio globale” e l’aspettativa era il “cambiamento attraverso il commercio”, perchè ciò che veniva esportato non erano solo prodotti manifatturieri occidentali, ma anche un intero pacchetto di “valori” occidentali. E se l’esportazione di questi beni vacillava per un qualche motivo, c’era pronto quello che eufemisticamente veniva chiamato interventismo sui diritti umani: con mezzi militari, si diceva al recalcitrante che non avrebbero dovuto intraprendere alcuna azione indipendente, bensì mettere in vendita le sue risorse naturali e aprire il Paese all’importazione di beni a basso costo o alla loro produzione sotto la proprietà e il controllo di aziende occidentali, eccetera.
I salariati dei paesi del G7 producevano circa la metà del prodotto interno lordo globale; oggi è meno di un terzo. All’epoca, poco si accennava ai cambiamenti, a volte drammatici, nell’ordine mondiale. Un mondo unipolare e le nazioni industrializzate del Nord, soprattutto gli Stati Uniti, si sforzavano di imporre regole universalmente applicabili praticamente a tutti i Paesi al fine di aumentare le vendite e i profitti del loro capitale.
Ah, bei tempi quelli. Anche le classi subalterne occidentali ne traevano vantaggio. Quell’ordine mondiale appartiene al passato. Semplicemente perché la ricchezza generata dalla produzione di merci non rimane più concentrata esclusivamente nei vecchi centri capitalistici. L’unità contraddittoria dell’economia globale e della politica basata sugli Stati nazionali genera crisi ricorrenti. Il mercato globale si unifica e si frammenta simultaneamente, portando a uno sviluppo diseguale. Questo si può osservare – e anche la Corea del Sud sta inviando questo segnale – nell’ascesa della Cina e nel relativo declino degli Stati Uniti.
A guidare gli Stati Uniti è gente come Trump, che pensa di recuperare ruolo ed egemonia con le minacce, i dazi e la guerra con le cannoniere. Trump s’illude di vivere nel mondo di ieri, non vuol prendere atto che il nuovo secolo sarà sempre meno “americano”. Quanto all’Europa, alle prese con le sue irrisolte contraddizioni nazionalistiche, è sulla buona strada per tornare graniticamente fascista.
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