ERA IL 1976. UN GIORNO QUALUNQUE, A NOVEMBRE. da IL MANIFESTO
Así mataban. Il Plan Condor in aula
ROMA
I fantasmi della dittatura A Roma si decide se mandare a processo il tenente Malatto, responsabile di torture e omicidi in Argentina. I parenti dei desaparecidos: «I militari si impadronivano anche della morte»
L’aula 8 della palazzina A del tribunale di Roma è troppo piccola. La giudice Marisa Mosetti a un certo punto quasi si scusa: «Per la prossima volta ne cercheremo una più grande…». È il giorno delle parti civile all’udienza preliminare contro il tenente Carlos Luis Malatto, accusato di essere uno degli aguzzini dell’epoca della junta militar in Argentina. Titolare di passaporto italiano, e qui residente da 15 anni, l’ufficiale può finire sotto processo per otto omicidi e relative torture avvenuti tra l’ottobre del 1976 e l’agosto dell’anno successivo nelle zone di San Juan e di Mendoza.
A PIAZZALE Clodio ci sono i parenti dei desaparecidos. Due ragazzi sono venuti da Verona, hanno viaggiato di notte a bordo di un Flixbus. C’è Jorge Ithurburu della onlus 24 marzo. Distribuisce copie del fumetto Así mataban:, che racconta le persecuzioni degli anni di Videla. C’è la signora Ana Cecilia Saroff, venuta da Córdoba con un biglietto aereo pagato dalla Cgil. È la sorella di Marta Elida, che venne fatta sparire, quando aveva solo 26 anni. Lavorava come impiegata bancaria e come maestra. Insieme al marito Armando Alfredo Lerouc faceva parte della Gioventù peronista. Avevano una tipografia insieme. Lui quel giorno venne fucilato in mezzo alla strada. Il corpo di lei non è mai stato ritrovato.
«IN QUEL PERIODO le persone venivano separate da ciò che le definiva come esseri umani – è una dichiarazione della signora Ana Cecilia letta in aula dalla sua avvocata -, i militari, alla fine, riuscivano a impadronirsi anche della morte». Malatto gestiva e controllava i detenuti politici, faceva gli interrogatori. «Trattava i prigionieri». Ufficiale del Regimiento de infantería de montaña 22, il Rim22, era tra gli uomini che hanno trasformato la Colonia Papagallos da centro estivo pubblico per bambini a campo di tortura per dissidenti. Dopo la dittatura, la Papagallos per un periodo era tornata a ospitare le vacanze dei figli dei poveri e solo negli ultimi anni è stata infine riconosciuta come «Luogo della memoria». Si fa così quando non c’è altro: per piangere si va all’ultimo domicilio conosciuto.
C’È ANCHE Pedro Sondereguer in aula. È arrivato da Londra. È il nipote di Juan Carlos Cámpora, svanito all’età di 58 anni il 25 febbraio del 1977. «Sono passati quasi cinquant’anni – racconta Pedro -, ancora non so dove siano i resti di mio nonno. Che fine hanno fatto le sue spoglie». Rettore dell’università di San Juan, Cámpora stava andando dal dottore quando una patota se lo è portato via. Pericoloso sovversivo, si definitiva «peronista rivoluzionario» e aveva partecipato alla storica campagna del Luche y Vuelve per il ritorno di Juan Domingo Perón e alle elezioni del marzo 1973. Per questo è finito tra quelli che il regime chiamava «prigionieri di guerra».
«Quando sono stato a San Juan – ha detto durante il suo intervento l’avvocato Arturo Salermi, che rappresenta parecchi dei familiari come parti civili e la Repubblica Argentina come parte offesa – mi sono reso conto che questi fatti hanno ancora un peso nella vita sociale. Parliamo di una città piccola, la scomparsa di tante persone ha colpito la comunità in maniera irreversibile. Produrre adesso atti di giustizia certo non sanerà certe ferite, ma può lenirle».
UN PROCESSO per la verità più che per la condanna. Gli scomparsi per i cui nomi risuonano in aula bisogna citarli tutti: Juan Carlos Campora, Marie Anne Erize Tisseau, Angel Jose Carvajal, Jorge Alberto Bonil, Daniel Rodolfo Russo, Armando Alfredo Lerouc, Marta Elida de Lourdes Saroff e Florentino Arias. Peronisti, comunisti, dissidenti. Per i generali, nemici da consegnare all’oblio. E invece eccoli ancora qua.
Il pm Stefano Opilio lavora al fascicolo da anni: sono 5.000 le pagine tradotte dallo spagnolo con gli atti prodotti in Argentina. La prima denuncia risale al 2015, l’udienza preliminare è cominciata nel 2024 e finirà tra un mese: il 9 dicembre parlerà l’avvocato della difesa, Augusto Sinagra, e forse già lo stesso giorno la giudice Mosetti deciderà sul rinvio a giudizio.
IL TENENTE Malatto, assente dall’aula, vive in Sicilia dal 2011, dopo essere scappato dal suo paese che, annullando la vecchia amnistia, riaprì i processi per «lesa umanità», quelli contro gli ufficiali di Videla responsabili di omicidi e torture. Era il «Plan Condor», il piano di repressione di massa messo in atto da almeno sette paesi sudamericani con la collaborazione degli Stati Uniti tra gli Anni 70 e gli Anni 80.
BASTAVA poco per diventare un desaparecido. Un fenomeno dai numeri incerti. Sulle spalle della maglietta di Ana Cecilia c’è una scritta, però: «Sono 30.000». Davanti c’è la foto del volto giovane di Marta Elida. Che intuì l’arrivo della fine quando i militari la chiamarono per chiederle di andare a prendere la salma di suo marito Armando all’ospedale di San Juan. Scrisse a mano una lettera ai suoi genitori per chiedere loro di prendersi cura del figlio Fernando, che aveva 7 mesi appena. Uscì di casa e affidò il bimbo a un camionista, con il compito di portarlo in salvo a Mendoza. Poi arrivarono i soldati e di lei non si è saputo più nulla.
Era il 1976. Un giorno qualunque, a novembre.
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