LA MANOVRA BALCANIZZA L’IRPEF E AMMAZZA IL PNRR da IL FATTO
La manovra balcanizza l’Irpef e ammazza il Pnrr
Gianfranco Viesti 4 Novembre 2026
Picconare il nostro futuro collettivo: questo sembra l’obiettivo trasversale di gran parte delle scelte del governo Meloni in materia economica.
Gli anni di questo esecutivo hanno rappresentato un trionfo del particolare e dell’immediato a danno dell’universalismo e del medio-lungo termine. Destinando risorse agli interessi e ai gruppi sociali su cui si base il suo consenso, per migliorarne la condizione oggi; togliendole ad interventi che possono rendere l’Italia un paese più forte economicamente e migliore socialmente domani, e che vanno a vantaggio di tutti. La sua lunga durata ha reso queste azioni particolarmente incisive.
Non basterebbe tutta questa pagina del giornale a farne un elenco. Prendiamo spunti dall’attualità. Nella legge di Bilancio le scelte vanno a favore dell’ingiustificato privilegio di alcuni: le flat tax, incrementate; le cedolari, ridotte negli importi ed estese negli ambiti; i sostegni a sanità e scuola privata. Colpite solo banche e assicurazioni perché servivano risorse. E decisioni contro sanità e scuola pubblica, contro gli assegni pensionistici; nulla sul recupero per tutti del fiscal drag. Attenzione: le elargizioni sono rese possibili dall’attivazione delle due clausole di salvaguardia: sono risorse che, per le regole europee, comporteranno automaticamente una forte stretta di bilancio nel 2029-30.
Particolarmente pernicioso è il sistematico smantellamento, una legge di Bilancio dopo l’altra, dell’equità fiscale, la balcanizzazione dell’Irpef. Senza un sistema serio e ragionevolmente equo, non c’è futuro per il finanziamento dei grandi servizi pubblici basati sulla fiscalità generale. E altrettanto perniciosi sono gli ulteriori colpi alla sanità pubblica, fra i quali l’autonomia differenziata che si vuole concedere a quattro regioni del Nord è uno dei più subdoli.
È alle porte una stretta agli investimenti pubblici, soprattutto dei Comuni, in una assenza di linee di programmazione nazionale delle grandi infrastrutture; non vi è traccia di risorse per il personale di case e ospedali di comunità; è stato soppresso il fondo per il trasporto pubblico locale e il finanziamento futuro è divenuto assai incerto. Che cosa lega queste scelte? Rendere gli effetti del Pnrr più deboli: non si completano gli investimenti, non circolano i nuovi bus, non si attiva la sanità territoriale. Gli impatti del piano sulla produttività e sulla crescita economica, così come sulla vita dei cittadini, si spengono. Degna prosecuzione dell’azione di ridimensionamento degli investimenti pubblici del Pnrr fatta da Fitto e da Foti (i posti nei nidi scesi da 240.000 a 150.000) a vantaggio dei contributi a fondo perduto per le imprese.
Si pensi alle mosse verso l’obiettivo Nato di spendere il 5% del Pil per la difesa. Qui i vantaggi vanno principalmente agli esportatori statunitensi, oltre che a un gruppo di fornitori nazionali. Ma come evidente da tutte le analisi, esse comportano sia una spinta molto modesta all’economia, sia l’indispensabile contrazione di altre spese pubbliche, di natura sociale. Si pensi al rifinanziamento della Zes (tanto magnificata da diversi organi di stampa meridionali, di stretta osservanza governativa), che serve a riversare ingenti risorse pubbliche su qualsiasi investimento delle imprese, in qualsiasi area e in qualsiasi settore e soprattutto a scavalcare con l’autorizzazione romana, pianificazioni ambientali e urbanistiche regionali e locali. Spacciata come “semplificazione” la mano libera lasciata a una parte del nostro sistema imprenditoriale a cui non piacciono le regole. Si pensi infine a Taranto, apoteosi del disinteresse meloniano per il futuro. Del disinteresse per interventi per decarbonizzare, rendendo compatibili produzione, salute e ambiente. Certo, gravissimi sono stati gli errori dei governi Renzi e Gentiloni, a partire dall’aggiudicazione a Mittal invece che a Cdp. E tuttavia la pervicacia con cui per quattro anni l’attuale esecutivo si è disinteressato dei possibili futuri per la città e per il lavoro è davvero degna di nota; delle sorti di 15.000 famiglie, di una colossale bomba ecologica che è lì (ben più grande di Bagnoli), della stessa produzione nazionale.
Non è esagerato dire che altri cinque anni di queste politiche potrebbero essere esiziali per l’Italia. Tuttavia, non sarà facile impedirlo. Ammesso che Meloni perda le elezioni (tutto da vedere), servirà un governo molto determinato. Non sarà per niente facile politicamente ridurre le aree di privilegio e di rendita, ricostruire il sistema fiscale, salvare la sanità. Servirà uno sguardo molto lungo, un’idea di società che si vuole realizzare. Confortano solo i segni di risveglio del mondo giovanile, certamente il più penalizzato dalla “picconatrice”: la sua voglia di lottare per il futuro. Vedremo.
Costituzione. Addio anche all’art. 53: per la progressività fiscale, una prece
Alessandro Robecchi 4 Novembre 2026
Nella nostra ormai ricca collezione di articoli della Costituzione strabiliantemente inapplicati, aggirati, quando non direttamente irrisi e rubricati a satira politica, siamo pronti ad aggiungere la figurina dell’articolo 53, che è lungo una riga e mezza e parla molto chiaro. Eccolo: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. In soldoni (è il caso di dire), chi ha più possibilità deve pagare più tasse. Non in percentuale (che non sarebbe progressivo) ma proprio con aliquote maggiori all’aumentare dell’imponibile. Da tempo si lamenta che questa progressività non è così progressiva, ma la manovra Meloni di questi giorni e i suoi rocamboleschi barbatrucchi fiscali contribuiscono ad ammazzarla del tutto.
L’Irpef, diciamolo, è ormai un vecchio hobby per lavoratori dipendenti e pensionati, e tutti gli altri, cioè i lavoratori autonomi, godono ormai di un regime fiscale agevolato. L’innalzamento della flat tax per le partite Iva certifica questa rivoluzione: se tre anni fa pagavi il 15 per cento fino a 65.000 euro, l’anno scorso pagavi sempre il 15 per cento, ma su 85.000 euro, e da gennaio, grazie alla nuova manovra, pagherai il 15 per cento su 100.000 euro. Un bel colpo, senza rischiare che arrivi la polizia a sirene spiegate e che nessuno dica “mani in alto!”. Per capirci, con un conto semplice ma comprensibile a tutti, il lavoratore autonomo con un reddito lordo di 100.000 euro, che è un discreto malloppetto, pagherà circa 8.700 euro di Irpef. Un dipendente con un reddito lordo di 51.000 euro pagherà Irpef per circa 14.000 euro. Come dire che un italiano che guadagna il doppio finisce per pagare quasi la metà, o se preferite (i numeri sono materia insaponata) che un italiano che guadagna la metà pagherà il doppio. E questo senza contare le addizionali comunali e regionali, che per il primo sono zero, e a quell’altro sfigato costano più o meno (è una media) 1.400 euro. Probabilmente la riforma è incompleta: mancano le martellate sulle dita, lo sfregamento con le ortiche e qualche colpo ben assestato alle parti basse, ma non disperiamo.
Questa cosetta che divide gli italiani in contribuenti di serie A e di serie B l’ha tanto voluta Salvini, che la sbandiera come una vittoria, convinto com’è che i lavoratori autonomi siano suoi elettori, e invece gli altri, dipendenti e pensionati, tutti comunisti e fan dell’immigrazione. Quell’altro, invece, l’eternamente spaesato Tajani, sventola come una bandiera di vittoria il ridisegno della seconda aliquota Irpef, per cui la riduzione fiscale per chi guadagna, poniamo 40.000 euro è zero, e per chi ne guadagna 55.000 è di 500 euro, che sarebbe l’esattissimo contrario della progressività delle imposte, con tanti saluti all’articolo 53 della Costituzione.
Inutile dire che per chi guadagna meno (il primo scaglione, quelli sotto i 28.000 euro, una specie di soglia di sussistenza) non c’è niente, spiace. E non c’è niente nemmeno per quelli indigenti (i dieci milioni di italiani che arrancano sulla linea di galleggiamento), e se per caso ci fosse qualcosa (non è per adesso, tranquilli) sono pronti insulti e contumelie a reti unificate, che li chiamerebbero “fannulloni sul divano”. Mettiamo dunque l’articolo 53 accanto all’articolo 32 (diritto alla salute) e all’articolo 34 (diritto allo studio), piangendoli come vecchi parenti, cari estinti a cui abbiamo voluto tanto bene, ma che, ahimè, sono venuti a mancare.
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