DIVIDE ET IMPERA: DALLA COMPLESSITÀ ALLA “SEMPLESSITÀ” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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DIVIDE ET IMPERA: DALLA COMPLESSITÀ ALLA “SEMPLESSITÀ” da IL MANIFESTO

La scienza ci salverà, sganciata dal capitalismo e «corretta» dalla poesia

SCAFFALE. Intorno al libro «La svolta ecologica. Ultima chance per il pianeta e noi» di Enzo Scandurra, pubblicato da DeriveApprodi

Laura Marchetti  11 AGOSTO 2022

Enzo Scandurra, urbanista e filosofo della città, è un ottimista. Se non lo fosse non avrebbe passato la vita a combattere per il miglioramento del mondo. Ma il suo ultimo libro (La svolta ecologica Ultima chance per il pianeta e noi, DeriveApprodi, pp. 128, euro 12) è carico di una preoccupazione radicale per le sorti del pianeta e forse anche per i nipoti, a cui è dedicato. Ne è causa l’esito della pandemia e il fatto che una speranza mondiale di cambiamento possibile cede il passo alla constatazione che tutto possa addirittura peggiorare.
Scandurra è un lettore di Bateson, forse uno dei primi in Italia. L’inizio del libro è quindi un metalogo: fra Antonia e Pietro, giovani nel ’68. Passeggiano in un parco ma la loro fede nelle sorti progressive del mondo è oscurata. Lei, materna, pensa ai barconi che quotidianamente portano corpi di morti. Come morti sono i pesci nel ruscello e anche quella strana neve d’estate, che non è soffice ma inquietante e macabra. Lui è più ottimista e vuole baciarla: una promessa di nuova linfa. E poi è un uomo che confida nella scienza. Come il suo doppio, Scandurra, un uomo di scienza che però vuole correggere le colpe della scienza con l’immaginazione e la poesia.

IL PROSIEGUO DEL LIBRO non cede infatti al catastrofismo irrazionalista e se la magia è evocata è solo nella forma materiale della bellezza: bellezza della Natura e di un universo che ha dato una risposta di armonia rispetto al caso iniziale. Bellezza di Gaia, metafora della biosfera che autogenerandosi dal Kaos si staccò per prendere la forma più accogliente per il vivente. Bellezza degli esseri umani, che hanno saputo trasformare la loro imperfezione creando il linguaggio, le istituzioni politiche e il soccorso. Soprattutto sul soccorso insiste Scandurra rileggendo la storia evolutiva non come vittoria del più forte ma del più cooperativo, che ha capito cioè che, senza i denti di tigre e la pelliccia dell’orso, si può sopravvivere solo imparando a unirsi.

QUESTA SPECIE INTELLIGENTE rischia però oggi, di un sol colpo, di distruggere la bellezza accumulata nel corso dei milioni di anni. Di produrre cattiva entropia che porterà a un irreversibile squilibrio cosmico. Di regredire a quella «primitivizzazione» che significa povertà di massa, morte di massa, uccisione di massa, nonché perdita di tutti i tesori culturali dell’umanità. Di fronte a questo, occorre una svolta radicale, una ecologia «profonda» che non si limiti ad aggiustamenti di superficie – qualche sacchetto di raccolta di differenziata in più – ma che implichi una cambio di paradigma, una nuova visione del mondo, nuovi modi di abitare e produrre, nuove forme della politica e della scienza

ECCO, LA SCIENZA. Bisogna iniziare da qui, dice Scandurra in pagine assai intense. Bisogna riprendere una battaglia per la scienza contro quel pensiero irrazionale, privo di fonti e di verifiche, che dilaga in questi tempi tristi.
Ma è una scienza che va rifondata, sganciata dalle grinfie del capitalismo e del colonialismo, aperta alla probabilità, disponibile alla gratuità e perfino all’«inutile». E qui l’autore cita ad esempio la ricerca di Giorgio Parisi. Cosa c’è di più «inutile» che osservare il volo degli stormi? Eppure quel volo dà informazioni raffinatissime sui sistemi complessi a chi sa porre domande con «creatività e metodo». Magari lasciando che la scienza, nella sua esperienza rigorosa, si impregni di momenti onirici, inconsci, poetici, fino a mescolare insieme tutti questi ingredienti, fino all’istante magico e mai garantito dell’«illuminazione»: nulla di mistico, se non la scoperta fertile di nuove connessioni.
E qui Scandurra rimarca il ruolo fondamentale dell’università per ricostruire nuovi alfabeti scientifici. Ha insegnato molti anni in una facoltà di Ingegneria «dove si insegna a fare ponti più lunghi, grattacieli più alti, strutture che sfidano gli eventi meteorologici più estremi e, soprattutto, moltiplicare i dispositivi tecnici di cui fanno buon uso le industrie militari», ma dove si dimenticano i valori, i fini, i saperi umanistici.

PURTROPPO ACCADE anche nelle facoltà umanistiche dove trionfa la «semplessità», ovvero il pensiero riduzionista che ha abbandonato la «complessità» per sottrarre la parte dal Tutto e renderla manipolabile: sia se questa parte è un elemento della Natura sottratto all’ecosistema, sia se è l’individuo stesso, sottratto alla Storia e alla comunità. Il riduzionismo diventa così la base dell’odio, dell’aggressività, della mancanza di pietà che connota questa fase storica: è il fondamento della guerra.
Ma noi «come facciamo a sopportare questo dolore umano? Come possiamo continuare a sederci a cena, davanti alla tv , davanti a questo spettacolo di distruzione? Dovremmo invece ascoltare i morti; mentre si chiedono perché hanno ucciso i fratelli. I morti, nella morte, sono fratelli. Ma anche i vivi sono fratelli nella vita».
Così Scandurra richiama le parole delle Encicliche papali che, resistendo al «collasso narrativo», spingono i popoli verso la salvezza non in nome di Dio ma della terra, dell’acqua, del cibo, dell’energia e della pace e si affidano ai «poeti sociali», come li chiamano in America Latina, coloro che hanno la capacità di creare futuro e convivialità laddove appaiono solo scarto ed esclusione. Poeti sociali oppure Hoffnungsträger, «portatori di speranza», come chiamava Petra Kelly i Grünen in un Congresso ormai troppo lontano.

I rigassificatori, emblema della sordità del Pd

SINISTRA E AMBIENTE . Cedere ai rigassificatori vuol dire incatenare il paese al fossile per altri quindici anni, e rinunciare a investire per ridurre le emissioni o per adattare la popolazione agli eventi estremi

Massimo Serafini

Il no di Calenda al Pd non basta a forzare la camicia di forza dell’agenda Draghi. Più che mai servono segnali da parte del Pd e uno dei più significativi può essere rivedere la scelta dei rigassificatori. Si ripete che sono una scelta strategica per il paese.

Al contrario sono una palese dimostrazione che i cambiamenti climatici non sono una priorità. È comprensibile domandarsi come liberarsi dalla dipendenza dal gas russo per evitare di lasciare i prossimi inverni al freddo gli italiani.

Inaccettabile è che nel porsi questo obiettivo ci si dimentichi del rischio più grave che correrà la popolazione nei prossimi anni e cioè l’aumento degli eventi estremi. La nostra comune casa Italia, ha le fondamenta deteriorate e si pensa solo a riparare il tetto. Strategico per l’Italia e l’Europa non può essere cambiare fornitore di gas, aumentando le spese, inquinando i mari e esponendo le popolazioni a rischi, ma risparmiare energia e accelerare finalmente l’inserimento delle energie rinnovabili.

La realizzazione dei rigassificatori, vuol dire incatenare il paese al fossile per altri 15 anni, e di fatto rinunciare a investire per ridurre le emissioni o per adattare la popolazione alle estati torride e alle bombe d’acqua, fenomeni ormai abituali. Dire che è possibile fare le due cose è una presa in giro. Non ascoltare chi considera una vera follia fare i rigassificatori può spingere molte di queste persone a non votare. Penso alle migliaia di ragazze e ragazzi che si sono recentemente radunati a Torino per reclamare una politica attenta al clima e non i soliti bla bla.

Perché dovrebbero essere attratti da un confronto elettorale che esclude di fatto fra le priorità programmatiche il tema su cui si sono mobilitati e proprio per questo manifesteranno due giorni prima del voto? Il Pd pensa che sia una priorità ascoltarli e renderli protagonisti di una nuova politica o li si considera irrilevanti e si preferisce dare retta alle tante corporazioni che corrompono questo paese? Mi chiedo se sottovalutano loro, politici, industriali, commercianti, agricoltori, operatori turistici o sono io che invecchiando vedo tutto nero e mi angoscio per caldo torrido, incendi, mancanza di acqua, fiumi che si seccano.

Me lo domando perché non vedo traccia né di promesse né di impegni sulle domande di giustizia climatica che molto elettorato, non solo giovane reclama. Forse non ci credono o non sanno che fare, ma invece più probabilmente lo sanno, ma è molto complicato scontentare una potenza come l’Eni, che da un cambio del modello energetico da fossile a rinnovabile ha molto da perdere.

Da mesi la crisi energetica provocata dalla guerra è sulle pagine dei giornali, ma non viene neanche preso in considerazione da politici economisti e giornalisti di sinistra l’idea che è meglio fare qualche sacrificio oggi per accelerare la sovranità energetica del paese che solo il sole, il vento e gli usi intelligenti dell’energia possono garantire.

Per questa classe dirigente sono le cassandre ambientaliste che esagerano e poi se fa troppo caldo ci sono i condizionatori che ci salvano, se c’è qualche bomba d’acqua che provoca disastri, in fondo gireranno soldi per ricostruire e così aumenterà il Pil.
Ovviamente questa propaganda a reti unificate fa presa e di fronte alla minaccia di un taglio di corrente ci si rassegna all’idea che basti mettere un po’ di energia da sole e vento intorno alle navi che rigassificano.

Fantastico il commento del presidente Bonaccini che dice che portare la nave a Ravenna è un servizio per l’Italia anche perché intorno a questa nave faremo anche il parco eolico e solare più grande d’Italia. Grande quanto? Non lo dice, tutto resta nel vago, mentre della nave si sa invece dimensioni, dove metterla e quanto gas rigassificherà e manderà in rete.

Non so se una svolta su questi argomenti sarà sufficiente a rovesciare i pessimi risultati previsti per il centro sinistra dai sondaggi, ma certamente darebbe risposte ai tanti giovani che hanno con passione discusso a Torino e reclamato giustizia climatica. Perché deludere il loro affacciarsi alla politica? Elettoralmente sono una piccola cosa, ma sicuramente se la sinistra non li deluderà potrà contare, nel caso vincesse le elezioni, sul consenso di un soggetto sociale fondamentale per fare una vera transizione energetica e se invece vincessero le destre, su tante e tanti giovani per dare vita a una significativa opposizione alle nel paese.

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