DA GUERRA FREDDA A GUERRA CALDA? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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DA GUERRA FREDDA A GUERRA CALDA? da IL MANIFESTO

Pensando a Kiev, gli Usa cercano alleati anti-Cina

Asia. Il summit dei ministri degli interni dell’Asean

Emanuele Giordana  18.02.2022

Per quanto lontana sia Kiev da Phnom Penh e si trovi, senza dubbio in Europa, la grande partita degli equilibri mondiali si sta giocando in Asia. Benché esibizioni muscolari e un pericoloso braccio di ferro mettano sotto i riflettori la vicenda ucraina, l’alba continua a sorgere a Est. Gli americani se ne sono accorti da tempo ma è con Biden che la guerra con la Cina, iniziata da Trump, sta prendendo velocità. E se la crisi ucraina ha rafforzato le posizioni di uno dei due blocchi contrapposti, si tratta di quello cinese che ci ha guadagnato un maggior partenariato con Mosca, che spera di servirsi di Pechino per tentare una sua riconquista (in salita) dell’Asia.
La filigrana del nuovo scontro tra l’America e l’asse sino-russo lo si può leggere nella riunione a porte chiuse che i ministri degli Esteri di 10 Paesi asiatici hanno tenuto ieri a Phnom Penh, capitale che ha la presidenza di turno dell’Asean, un blocco di Paesi corteggiatissimo da Cina e Usa.

La dichiarazione finale dice poco o nulla se non la riaffermazione del principio di un negoziato tra le parti in Myanmar (Paese escluso dal vertice) e il solito mantra sullo sviluppo economico. Ma al vertice c’era in agenda anche altro: l’avanzata degli americani nel continente, il loro rafforzamento con l’alleanza anglofona dell’Aukus (Australia, Usa, GB) e quella del Quad (Quadrilateral Security Dialogue: Usa, India, Giappone, Australia) sino alla questione dei piccoli arcipelaghi del Pacifico che, con Taiwan, sono il casus belli più a portata di mano per uno scontro con Pechino.

Gli Usa, l’11 febbraio, hanno reso nota la nuova strategia asiatica dell’Amministrazione: sviluppo e prosperità certo, ma soprattutto «una presenza di difesa forte e coerente necessaria per sostenere pace, sicurezza, stabilità e prosperità regionale…. Estendendo e modernizzando tale ruolo e migliorando le nostre capacità di difendere i nostri interessi e di scoraggiare l’aggressione contro il territorio degli Usa e degli alleati e partner. Rafforzeremo la sicurezza indo-pacifica, attingendo a tutti gli strumenti per scoraggiare l’aggressione e contrastare la coercizione». La Rpc è nominata solo una volta. Una settimana dopo, nell’incontro tra Boris Johnson e il suo omologo australiano Scott Morrison dove si è esaltata l’importanza della loro alleanza, Londra ha annunciato un pacchetto da 35 milioni di dollari per la «pace e la stabilità» nell’area, da investire in sicurezza marittima e cybercontrollo in chiave anticinese.

Pochi soldi ma messi assieme all’acquisto di sottomarini nucleari britannici e al budget di 7,1 miliardi di dollari per la Pacific Deterrence Initiative Usa nel Pacifico mostrano che la flessione di muscoli in Asia è forse più sotto traccia rispetto a quella in corso in Europa ma non è meno esplosiva. Ma se in Europa l’allineamento Usa con gli alleati è assodato quanto controverso (dalla freddezza tedesca sull’Ucraina ai movimenti pacifisti e anti Nato nel continente) in Asia sta guadagnando consenso. Lo dice un sondaggio del centro studi Asean al Yusof Ishak Institute secondo cui, benché i Paesi del Sudest continuino a percepire la presenza economica cinese come la principale nell’area, crescono i timori di una sua incontenibile avanzata e crescono le simpatie per la corsa americana a riconquistare spazi.

Nell’ottica asiatica, più che a un univoco sodalizio con gli americani, si guarda a un riequilibrio delle forze da cui poter trarre vantaggi, spiega il sondaggio: davanti a una scelta obbligata però, 8 persone in più dell’anno scorso sceglierebbero gli Usa. E quasi 7 intervistati su 10 temono che il Pacifico diventi un’arena per una guerra in conto terzi. È un quadro da cui la Ue è assente anche se continua a godere di credito e sarebbe vista volentieri come partner importante. Ma, come per l’Ucraina, il Vecchio continente sembra essere solo tra i figuranti di una partita giocata dai colossi.

L’Occidente ha un problema: che fare con Putin

 

Rita di Leo   18.02.2022

La partita Ucraina, che torna pericolosamente sul filo del rasoio in queste ore, ha come giocatori la Russia di Putin e l’America di Biden, dietro la quale arranca l’Unione europea mentre il resto del mondo se ne disinteressa. Chi ha cominciato per primo? Si son mossi quasi all’unisono a protezione del proprio buon nome, a difesa dei propri interessi. Biden ha il terrore di perdere le prossime elezioni di midterm e intanto non riesce a realizzare gli impegni presi in politica interna e perde sempre più consensi. Un’iniziativa di politica estera era per lui una boccata d’aria, per di più se rivolta contro il nemico Putin, con l’aiuto dei paesi europei ex sovietici e con il supporto – obtorto collo – dei paesi europei in ansia per i tanti legami con la Russia. Biden si è affidato a Anthony Blinken, il suo segretario di stato, i cui antenati erano ucraini, perché facesse le mosse giuste per far saltare i nervi a Putin.

E le mosse «giuste» sono quelle che mettono in campo l’ampliamento della Nato nei territori ex sovietici.

Difficile scommettere su quale intelligence abbia agito con maggior successo, certo è che in un breve giro di tempo la povera Ucraina è stata circondata da forze militari russe mentre da Washington partiva l’allarme sulla guerra imminentissima contro Kiev. I mass media europei, più ancora di quelli americani, hanno strumentalizzato la questione ucraina alimentando una psicosi da guerra inevitabile come fossimo negli anni quaranta del Novecento. Inutilmente il presidente-attore dell’Ucraina pregava di abbassare il livello d’allarme che danneggiava il suo paese e il suo governo.
E in queste ore, non a caso a forza di evocare lo scontro, il clima si arroventa di nuovo.

Difatti non è Kiev l’obiettivo della partita in corso ma la Russia post sovietica, la sua pretesa di tornare a contare al tavolo dei grandi. Una pretesa che ha portato ad un sofisticato ammodernamento dell’apparato strategico-militare e a un attivismo nei conflitti extra europei, tradizionalmente di spettanza Usa.
La reazione di Washington è stata di ricordare alla Russia il suo essere una ex potenza sconfitta. E per farlo la politica scelta riguarda il nodo ancora aggrovigliato tra le ex repubbliche ex sovietiche e il Cremlino, usando la Nato e la sua promessa di accogliere anche i territori ai confini della Russia. Come l’Ucraina, un paese di 44 milioni di abitanti, da secoli denominata «la piccola Russia», dove lingua, cultura, economia, politica, corruzione in nulla si distinguono dalla «grande Russia». Gli ultimi tre segretari generali del Pcus Chruscev, Brezhnev, Chernenko erano ucraini, poi è arrivato Gorbachev e poi Yeltsin e infine Putin con la sua strategia di ridare alla Russia un ruolo attivo. Le sue «pretese» non sono state prese sul serio da Washington sino ai casi della Georgia e poi della Crimea. Sino ad essi la reazione era di «punirlo» cacciandolo dal G7, e con sanzioni.

La risposta del politico professionale Putin, ben compresa da Kissinger, suo aperto estimatore, è stata il consolidamento del rapporto con Xi. Cina e Russia sono uniti nell’obiettivo di porre fine all’egemonia americana. Le prime iniziative cinesi hanno riguardato i paesi non bianchi, non cristiani, le ex colonie dove più semplice era ed è offrire investimenti, assistenza tecnica, istruzione e sanità e averne riconoscenza.

Il successo avuto con il soft power ha spinto ad iniziative di hard power dirette in zone border line come la Siria e il Libano per le quali l’intesa con il Cremlino è innanzitutto geopolitica e poi necessaria per la conoscenza russo-europea di quei paesi.

Se Asia e Africa sono di competenza cinese, alla Russia spetta l’Europa. Con quella occidentale vi sono legami economici, la dipendenza da materie prime, e mille fili culturali comuni.

Con i paesi dell’Europa dell’Est il passato ex sovietico non passa. Mosca ha continuato a rifornirli di gas e petrolio a prezzi contenuti, l’Unione Europea li sovvenziona generosamente, sono nella Nato eppure non ancora raggiungono quell’equilibrio politico di stati-nazione autonomi. Inseguono una grande potenza che li protegga e l’hanno trovata nell’America, prima in quella di Clinton e poi tra alti e bassi in Biden. Nella Nato di Biden. Nel segretario di Stato di Biden, Blinken, che viene dalle loro terre. La questione dell’Ucraina è nata e cresciuta in un tale contesto.

Le provocazioni di Putin e la risposta «al lupo, al lupo» di Biden hanno avuto intanto due effetti: l’Unione europea è quasi convinta che non le conviene stare sottomessa alle iniziative americane riguardo se stessa; la Cina ha messo sotto esame Putin e il suo saper fare in Europa.

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