CRISI UKRAINA: IL GOVERNO DI KIEV FRENA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CRISI UKRAINA: IL GOVERNO DI KIEV FRENA da IL MANIFESTO

Il governo di Kiev frena sull’attacco «imminente»

Crisi Ucraina. Zelensky: stampa straniera allarmista. Il ministro della Difesa Reznikov: le forze russe non sono pronte

Luigi De Biase  26.01.2022

Guardando ai fatti verrebbe da dire «nulla di nuovo sul fronte orientale», perché l’ultima dichiarazione pubblica sull’Ucraina Vladimir Putin l’ha rilasciata il 23 di dicembre e da allora non sono stati segnalati nuovi movimenti di truppe lungo il confine meridionale, anzi, a fine anno lo stato maggiore della Difesa ha ridotto leggermente il numero di uomini sul campo, rendendo ancora più labile l’ipotesi già discutibile di una campagna militare.

EPPURE NEGLI ULTIMI GIORNI gli Stati Uniti hanno alzato e tanto il tenore delle loro azioni, come se i russi fossero davvero sul punto di invadere. Lunedì, in poche ore, hanno prima deciso il ritiro del personale diplomatico non essenziale da Kiev assieme a Gran Bretagna, Australia e Germania, sollevando sorpresa e qualche protesta negli stessi ranghi del governo ucraino, secondo i quali «gli americani sono più al sicuro qui da noi che a Los Angeles», e hanno poi lasciato intendere di essere pronti a inviare altri 8.500 uomini in Europa dell’Est, così ha scritto ieri il New York Times, in particolare sulla costa del Baltico, un nodo strategico per la sicurezza della Russia. «Siamo impegnati nel dialogo, ma stiamo comunque migliorando i nostri strumenti difesa e deterrenza: quest’anno forniremo all’Ucraina ancora più assistenza militare di quanto sia accaduto sinora», ha detto ieri il segretario di stato americano, Antony Blinken, parlando con la stampa. Se le misure adottate a Washington sono più concrete rispetto alla minaccia, è lecito pensare che il capo della Casa Bianca, Joe Biden, abbia virato su un approccio aggressivo e intenda adesso spingere Putin a scegliere fra due diverse possibilità. La prima è quella di un intervento in Ucraina. L’altra è il progressivo ritiro delle truppe concentrate a sud, ma pur sempre in territorio russo. Ciascuna delle opzioni, come si comprende, comporta per Putin una serie di rischi personali, in particolare sul piano della credibilità interna. È un enigma simile a quello che i leader sovietici hanno affrontato con la corsa agli armamenti. Per la Nato significa riemergere dopo la catastrofe in Afghanistan.

MA SUI PROGETTI DI INVASIONE sono gli stessi ucraini per ora a dubitare. Così il presidente, Volodymyr Zelensky, ha invitato ieri i cittadini alla calma di fronte ai rapporti allarmanti della stampa straniera. Ha fatto lo stesso in altre due circostanze nel giro di un mese. Il suo ministro della Difesa, Oleksii Reznikov, ha aggiunto in una intervista trasmessa in prima serata che «le forze armate russe non hanno creato unità di attacco tali da fare ritenere imminente un’offensiva», e che quindi «la minaccia non esiste», almeno al momento, nonostante «lo scenario resti pericoloso». Anche il Centro per le Strategie della Difesa dell’Ucraina, legato al governo, ha pubblicato un lungo rapporto in cui non solo l’idea di un’operazione su larga scala, ma anche quella dell’assedio di città isolate, è definita «non probabile». Secondo il documento i russi hanno 127.000 uomini lungo il confine. Una parte si trova in Crimea ed è impegnata proprio in questi giorni in una verifica di prontezza al combattimento con esercitazioni sui mezzi corazzati. Il numero di soldati è lo stesso dallo scorso aprile. Ancora non si vedono né i gruppi tattici necessari, né le unità di riserva. Non ci sono le linee di rifornimento. Non si è ancora passati alla cosiddetta «amministrazione di guerra». Servono almeno due o tre settimane per costruire la struttura, e tutti gli indicatori esaminati hanno spinto il centro di ricerca a scartare l’ipotesi invasione per tutto il 2022. Più probabile è ritenuta l’eventualità di «iniziative ibride»: anche ieri le autorità hanno fatto sapere di avere «sventato un attacco» arrestando un «gruppo criminale legato alla Russia» che avrebbe pianificato attacchi contro «obiettivi sensibili», i cui contorni restano, però, oscuri.

AL FRONTE DEL DONBASS, lungo il quale sono morte più di tredicimila persone in sette anni di guerra civile, da giorni non si registrano scontri. L’intera crisi riguarda la condizione delle province ribelli di Donetsk e di Lugansk: doveva essere risolta attraverso gli accordi di Minsk stipulati da Ucraina, Russia, Francia e Germania. Oggi quell’intesa, da riprendere, sembra dimenticata. La vicenda ha assunto una dimensione così vasta e pericolosa che ormai ha poco a che fare con il confine conteso.

Francia e Germania provano a rilanciare gli accordi di Minsk

Crisi ucraina. Macron ha incontrato Scholz e sentirà Putin. Oggi vertice con la Russia sul Formato Normandia nato dopo la guerra nel Donbass. Gli europei – che non ritirano le famiglie dei diplomatici – sorpresi dalle nuove prese di posizione Usa contro Mosca: allerta militare, blocco export di tecnologie, stop uso del dollaro. Penalizzano l’Ue

Anna Maria Merlo  PARIGI  26.01.2022

Ieri, incontro Emmanuel Macron-Olaf Scholz a Berlino. Oggi, riunione del «Formato Normandia» all’Eliseo, un tentativo di ridare vita al dialogo tra Russia, Ucraina, Francia e Germania, un «modello» nato dopo la guerra del Donbass nel giugno 2014, che nel febbraio 2015 ha portato agli accordi di Minsk e all’accordo di cessate il fuoco.

Venerdì Macron avrà un colloquio telefonico con Putin. L’Europa cerca di ritrovare uno spazio, per pesare sulla situazione che rischia ogni giorno di degenerare, dopo il periodo di messa ai margini, quando Washington e Mosca hanno brutalmente riesumato il clima di guerra fredda e di rapporti tra «superpotenze».

LA UE HA DIFFICOLTÀ a trovare una linea comune tra chi propone una de-escalation e i paesi più esposti, Baltici e Polonia (appoggiati dalla Gran Bretagna, in questi giorni molto bellicista).

Gli europei si muovono con difficoltà, per tenere in piedi una linea che concili tentativo di dialogo con la Russia da un lato e dimostrazione di forza dall’altro, come si è visto dalla lista dei rinforzi militari di alcuni Stati europei, presentata due giorni fa dal segretario della Nato, Jens Stoltenberg, che assicura che Svezia e Finlandia stanno bussando alla porta dell’Alleanza, resuscitata da Putin.

Ieri, gli europei sono stati sorpresi dalle nuove prese di posizione statunitensi, lo stato di allerta militare e le minacce Usa, che si sono detti pronti a bloccare l’esportazione di tecnologie di ogni tipo verso la Russia, fino a proibire l’uso del dollaro (e non seguono il ritiro delle famiglie di diplomatici Usa).

Per il momento, in attesa di conoscere il contenuto della lettera che Washington si prepara a spedire a Putin, la Commissione studia possibili nuove sanzioni, in caso di invasione dell’Ucraina.

C’È L’OPZIONE DI DIMINUIRE la dipendenza della Ue dal gas e dal petrolio russo (rispettivamente 46,8% e 20%). Per la Germania, resta in sospeso c’è l’apertura della pipeline North Stream 2. La Cdu, all’opposizione, adesso si oppone al North Stream 2, che Scholz continua a definire «progetto privato», mentre il ministro dell’Economia e del Clima, Robert Habeck, parla di «errore sul piano geopolitico».

Gli Usa hanno sempre ostacolato il North Stream 2 e adesso puntano il dito contro quella che definiscono l’ambiguità tedesca (titolo di qualche giorno fa del Wall Street Journal: «La Germania è un alleato affidabile degli Usa? Nein». La Ue è ben consapevole che le sanzioni alla Russia avranno conseguenze nei Paesi europei più che negli Usa.

I 27, A FINE RIUNIONE dei ministri degli Esteri a Bruxelles lunedì, in presenza video del segretario di stato Usa, Antony Blincken, hanno annunciato un piano «importante» e «preparato», in caso di invasione.

Alla conclusione della multi-telefonata tra Biden e i leader di Francia, Germania, Gran Bretagna, Polonia, Commissione e Consiglio europeo (alla fine ha partecipato anche Mario Draghi, in forse fino all’ultimo), è stato sottolineata l’importanza di trovare una soluzione diplomatica, ma anche evocati i «preparativi» per imporre «conseguenze importanti e costi economici severi alla Russia».

Macron, che ieri a Berlino ha sottolineato la «solidarietà all’Ucraina», insiste sulla «necessità di adoperarsi collettivamente a favore di una de-escalation rapida» con la Russia. La Francia propone un «dialogo rafforzato», ma al tempo stesso partecipa (con l’annuncio di un possibile invio di truppe in Romania sotto comando Nato) alle manovre militar-diplomatiche per mettere in guardia in modo credibile la Russia.

Alla riunione del Formato Normandia all’Eliseo, oggi, in questione le richieste russe (nessun nuovo allargamento della Nato e ritiro delle forze dell’Alleanza Atlantica dai Paesi entrati dopo il 1997). Ma è anche in questione la legge «di transizione» ucraina, che riguarda Donbass e Crimea, in vista della loro «reintegrazione» sotto l’autorità di Kiev e che definisce la Russia «Stato aggressore e occupante», non conforme agli accordi di Minsk.

Nei prossimi giorni, i ministri degli Esteri di Francia e Germania andranno in Ucraina. Oggi, il commissario Ue all’allargamento, Oliver Varhelyi, è a Kiev, in sostegno alla «sovranità» e all’«integrità territoriale» dell’Ucraina, a cui la Ue ha destinato 1,2 miliardi per la difesa (e 6 miliardi di investimenti, che si aggiungono ai 17 miliardi di finanziamenti versati dal 2014).

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