COSTRUIRE LA PACE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COSTRUIRE LA PACE da IL MANIFESTO

I venti di guerra della crisi ucraina e il bisogno di pacifismo

Costruire la pace. Servirebbe una nuova conferenza di Helsinki, e una doppia delegazione di pacifisti a Kiev e a Mosca per far dialogare le forze ostili alla guerra e attivare una «diplomazia dal basso»

Giulio Marcon  24.02.2022

La crisi in Ucraina è il risultato della deriva sciagurata della politica internazionale e di un assetto delle relazioni internazionali che, dopo il 1989, è all’origine di tensioni e conflitti ripetuti e drammatici in quell’area del mondo.

Dopo la caduta del muro di Berlino il multilateralismo e lo scioglimento dei blocchi non sono mai arrivati. Dei due blocchi ne è rimasto in questi anni solo uno (la Nato) e questo, più che portare sicurezza, ha reso più turbolento il pianeta e ha anche alimentato le dinamiche di carattere imperiale della Russia di Putin e più in generale delle leadership nazionaliste e aggressive dell’Est Europa.

GLI STATI UNITI E LA NATO si sono incamminati sulla strada della politica di potenza e del controllo militare del mondo in una logica unipolare e aggressiva. Invece di contribuire dopo il 1989 a una transizione equilibrata e democratica nei paesi dell’Est, gli Stati Uniti e la Nato hanno giocato pericolosamente con le trasformazioni (nazionaliste e populiste) di quei paesi, facendoli diventare avamposti militari dell’Alleanza Atlantica e iniettando dosi velenose di turbocapitalismo in società ancora fragili e devastate dal crollo del «socialismo reale».

INVECE DI DISARMARE politicamente i nazionalisti e inibire le leadership imperiali, Stati uniti e Nato ne hanno alimentato le ambizioni di potere. Non ci vuole un genio della realpolitik per indovinare la prevedibile reazione di Putin di fronte alla possibile adesione dell’Ucraina alla Nato. Come avrebbero reagito gli Stati Uniti se il Canada avesse partecipato ad un’alleanza militare guidata da Putin? E d’altronde ancora ci ricordiamo come reagirono gli americani quando 60 anni fa i sovietici installarono I missili a Cuba. Si rischiò una nuova guerra mondiale.

In più va ricordato cosa sono i paesi dell’Europa orientale: spesso un groviglio di nazionalità, di religioni e di lingue diverse dove ogni forzatura nazionalista e separatista non può che provocare conflitti, guerre, violazioni dei diritti umani. In Ucraina, quasi il 20% della popolazione è russofona, a Kiev il 25%, nelle aree orientali fino al 90%. Il rispetto della sovranità e dell’autodeterminazione dell’Ucraina non può che andare di pari passo con la difesa dei diritti umani delle minoranze e con la valutazione di scelte, quando delicate e strategiche, che non possono essere prese senza condividerle con i vicini di casa.

A TRENT’ANNI DALLA FINE del blocco del Patto di Varsavia, Ucraina e Russia sono paesi attraversati da enormi povertà e diseguaglianze, dove l’economia ha spesso tratti di arretratezza atavica, ma anche di sacche di ricchezza enorme concentrata in pochi privilegiati, oligarchi che usano potere e criminalità per rimanere in sella. Tutto questo provoca una deriva nazionalista e populista, dinamiche sociali e politiche che vanno nella direzione della violenza e della sopraffazione interna ed esterna

Gli Stati Uniti e la Nato nell’allargamento ad Est, cercando una forzatura a proprio beneficio, hanno in realtà dato un assist formidabile a Putin che ha potuto oggi violare la sovranità dell’Ucraina e usare la crisi per rafforzarsi al proprio interno, a danno dell’opinione pubblica democratica e all’opposizione.

Ora serve una mobilitazione pacifista che sappia rilanciare l’obiettivo di un’Europa senza blocchi, come si diceva negli anni ‘80 nella mobilitazione contro il riarmo atomico: dall’Atlantico agli Urali. Le armi rafforzano Putin, la politica, se intelligente, lo indebolirebbe. Questa crisi devasta soprattutto l’Europa, più che gli Stati Uniti e di questo, magari, potrebbero non essere scontenti.

SERVE UNA NUOVA conferenza di Helsinki sui diritti umani, delle minoranze e la difesa della democrazia: ma tutto ciò lo si fa con la politica e non con le armi e la guerra. Servirebbe una riedizione di quella Helsinki Citizens Assembly che nella prima metà degli anni ‘90 riuscì far dialogare pacifisti ed organizzazioni civiche dell’est e dell’ovest e a costruire iniziative comuni, allora soprattutto sulla guerra in Bosnia. Servirebbe una doppia delegazione di pacifisti a Kiev e a Mosca per far dialogare le forze ostili alla guerra, per ricostruire le condizioni di una «diplomazia dal basso» per la pace e la riconciliazione. E come ha ricordato un documento diffuso ieri dalla Rete Pace e Disarmo e Sbilanciamoci! (ora sul sito del manifesto) non solo è necessario che sia affermata da tutti la neutralità (come per la Finlandia nel dopoguerra) dell’Ucraina ma che sia istituita una fascia denuclearizzata e senza missili tra la Russia e l’Unione Europea, come proposto negli anni ‘80 da Brandt e Palme a fronte della crisi degli euromissili.

LA POLITICA E I GOVERNI vanno incalzati, vanno denunciate le scelte sbagliate di questi anni, le nostre politiche di riarmo (quest’anno il bilancio della difesa italiano è aumentato del 5,4%) che incentivano le scelte degli altri a fare lo stesso. Bisogna incalzare le Nazioni Unite – completamente assenti – e l’ Unione europea che è divisa e balbetta. A questo serve una mobilitazione pacifista, che oggi deve essere sollecitata, promossa e portata avanti nel tempo: la crisi in quell’area del mondo non finirà presto.

La Cgil invita alla mobilitazione. Bergoglio: «Digiuno per la pace»

Crisi Ucraina. Il mondo pacifista si organizza

Redazione Interni  24.02.2022

«La situazione è molto preoccupante, in queste ore stiamo discutendo con Cisl e Uil: riteniamo che sia il momento di scendere in piazza e mobilitarci contro la logica della guerra», ha detto ieri Maurizio Landini. Per il segretario nazionale Cgil «è il momento di non rimanere indifferenti. Non possiamo passare dalla lotta al Covid alla guerra. Credo che questo sia un tema importante, è necessario che ci sia una reazione e una mobilitazione dei cittadini contro la logica della guerra». Nelle prossime ore dovrebbe partire l’invito a organizzare presidi cittadini nella giornata di sabato 26.

Anche la Rete pace e disarmo invita «a mobilitarsi e manifestare per la pace è fondamentale ed utile farlo con proposte precise e che sia anche occasione di riflessione sulle cause profonde che determinano le guerre e le violazioni dei diritti umani». L’organizzazione pacifista insiste sulla necessità della diplomazia multilaterale: «La difesa dei nostri interessi (e il nostro primo interesse è la pace) e della nostra sicurezza (e la nostra sicurezza discende dalla sicurezza altrui), in quanto europei con una visione universale dei diritti, non può essere delegata alla dimensione militare portata avanti dalla Nato – si legge nel documento – Ma dovrebbe essere affidata alle istituzioni sovranazionali civili che abbiamo creato, con tanta difficoltà, dal 1945 ad oggi, anche mettendo mano alla applicazione dell’articolo 43 dello Statuto delle Nazioni Unite che, con l’applicazione del diritto internazionale, devono tornare ad essere il luogo e lo strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati, tra gruppi di potere, tra interessi contrapposti».

Papa Francesco si rivolge a «credenti e non credenti» e dedica il Mercoledì delle Ceneri di quest’anno, che cade il 2 marzo prossimo, a una «Giornata di digiuno per la pace». «Ho un grande dolore nel cuore per il peggioramento della situazione nell’Ucraina – afferma Bergoglio nel suo appello- Nonostante gli sforzi diplomatici delle ultime settimane si stanno aprendo scenari sempre più allarmanti. Come me tanta gente, in tutto il mondo, sta provando angoscia e preoccupazione».
Per il Papa «la pace di tutti è minacciata da interessi di parte. Vorrei appellarmi a quanti hanno responsabilità politiche, perché facciano un serio esame di coscienza davanti a Dio, che è Dio della pace e non della guerra». Il Papa ha pregato «tutte le parti coinvolte perché si astengano da ogni azione che provochi ancora più sofferenza alle popolazioni».

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