CECCHINI CONTRO BAMBINI A GAZA: LA NOTIZIA È INVISIBILE da IL FATTO
I vigili della libertà. Cecchini contro bambini a Gaza: la notizia è invisibile
Alessandro Robecchi 1 Luglio 2026
Di solito, i premi giornalistici hanno grande risonanza sui media italiani. Si tratta in larghissima parte di riconoscimenti che colleghi attribuiscono ad altri colleghi, un po’ sempre quelli, a dirla tutta, e anche i titoli si somigliano: Taldeitali giornalista dell’anno! Pinco Pallino grande cronista!, e via così. Quindi dovrebbe generare qualche stupore il silenzio pressoché assoluto dei media italiani sui vincitori dell’European Press Prize 2026 assegnato a Lisbona nemmeno un mese fa: un po’ come ignorare la cerimonia degli Oscar. Bene, cercherò di rimediare. Il prestigioso premio, il Distinguished Reporting Award è stato assegnato a due giornalisti, Maud Effting e Willem Feenstra, del quotidiano olandese de Volkskrant, per una lunga, dettagliatissima, spaventosa inchiesta intitolata What the wounds are telling us (in italiano: “Quello che ci dicono le ferite”). Per mesi i due colleghi hanno parlato con decine di medici e infermieri che hanno operato a Gaza durante il genocidio, hanno raccolto prove, radiografie, testimonianze, cartelle cliniche, fotografie, diagnosi, referti. Hanno isolato 114 casi accertati, certi, incontestabili, di bambini uccisi con un singolo colpo alla testa o al torace. Non vittime collaterali, non carne da macello finita sotto le bombe, non civili innocenti uccisi per sbaglio. No. Bambini deliberatamente assassinati con colpi sparati da lontano. Mirati.
Cecchini israeliani che sparano a bambini palestinesi. Esecuzioni.
A centinaia.
Ho poco spazio, qui per elencare le prove, la documentazione, le testimonianze (chi può cerchi e legga il testo integrale, se gli regge lo stomaco, se è rimasto umano). I medici-testimoni lavoravano in sei ospedali e quattro cliniche a Gaza, provengono da vari paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada, Paesi Bassi) e in gran parte avevano già operato in scenari di guerra (Sudan, Afghanistan, Siria, Bosnia, Ruanda, Ucraina) e mai avevano visto una cosa simile, così massiccia, così chiara. Ripeto: cecchini che sparano in testa a bambini.
Il silenzio della stampa italiana su quel prestigioso premio è violento e rivelatore: sui crimini di Israele (tra l’altro spesso confessati al quotidiano Haaretz o sui social da soldati di Idf) cala sempre un velo di censura, di non detto, di distrazione che è difficile, impossibile, non chiamare “complicità”. Ho aspettato. Qualcuno ne parlerà, ho pensato. Calma, non siamo precipitosi. Ho aspettato un mese. Niente. Zero. Una settimana fa, l’inchiesta di una Commissione Indipendente dell’Onu ha certificato la deliberata mattanza di bambini a Gaza. I numeri li sappiamo: 20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 feriti. Dice la Commissione che gli omicidi “facevano parte di una strategia per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del gruppo palestinese a Gaza”. Genocidio, dunque, senza se e senza ma.
Ancora una volta, silenzio, o quasi. Poche righe (con la lodevole eccezione di pochissimi giornali tra cui questo: grazie a Silvia Truzzi), un inciso, due parole in fondo a un articolo, mezza riga, un accenno. Basta. Finito. C’è il caldo, c’è Vannacci, i Mondiali. Qualcuno decide (in direzione? Nell’ufficio dell’editore? Nelle telefonate degli azionisti? Pressioni? Lobby?) che assassinare bambini per gioco, come in un tiro al bersaglio al Luna Park non sia degno di notizia, non interessi i lettori, non convenga dirlo. Qualcuno non vuole, Israele si indigna, i suoi agit-prop si agitano, noi non sappiamo. È la nostra libertà di stampa. Libertà vigilata.
Telecamere, sensori termici e proiettili ‘full metal jacket’: così i droni di Israele uccidono i bambini a Gaza. Lo studio forense: “Mirano alla testa”
Marco Pasciuti 27 Giugno 2026
Utilizzando analisi cliniche e balistiche una ricerca della Brown University ricostruisce 18 casi di minori colpiti da piccoli quadricotteri armati: un solo proiettile, un foro d’ingresso minuscolo e lesioni devastanti al capo, al collo o al torace
Il primo segno che sono nei paraggi è quasi sempre un ronzio. Non il rombo di un caccia, né quello di un elicottero. Un rumore sottile, persistente, elettrico. Significa che il quadricottero è immobile sospeso su una strada, una tenda, un cortile. Poi esplode un singolo colpo. Alla testa. Al collo. Al torace. È la scena che emerge da due dossier pubblicati negli ultimi giorni. Il primo è della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati. Il secondo è pubblicato dalla Brown University, firmato da un medico che ha operato a Gaza, da un ex responsabile della guerra di precisione del Pentagono, da un ex dirigente del Dipartimento di Stato e dalla direttrice del progetto Costs of War. Entrambi descrivono lo stesso fenomeno: l’impiego di piccoli droni armati contro i minori.
Hanno nomi vocativi come Bird of Prey e i TerminaTHOR prodotti dalla Elbit Systems. Non sono grandi velivoli da combattimento, ma piccoli sistemi dotati di telecamere elettro-ottiche, sensori termici e infrarossi che volano a bassissima quota. Pesano meno di 25 chili, possono essere trasportati da uno o due soldati e operano a una distanza tra gli uno e i 5 chilometri. Possono essere equipaggiati con fucili, lanciagranate, piccoli ordigni, altoparlanti o spray urticante. Per l’Onu il loro uso è una delle caratteristiche dell’offensiva dell’esercito israeliano a Gaza: “Si librano vicino ai bersagli, consentendo agli operatori di vedere chiaramente — grazie a telecamere ad alta risoluzione dotate anche di visione notturna — chi stanno colpendo prima di aprire il fuoco”. Per gli osservatori è un passaggio decisivo, perché se l’operatore può osservare il volto, l’età, i movimenti della persona che ha nel mirino, diventa difficile sostenere che un bambino venga colpito per errore semplicemente perché non era distinguibile. Solo per l’Onu sono stati 168 i bambini colpiti da arma da fuoco tra il novembre 2023 e il luglio 2025. Di questi, almeno 88 sono morti. Almeno 70, con un’età che va dalle 10 settimane ai sedici anni, sarebbero stati colpiti da quadcopter armati: 73 alla testa, 22 al torace.
Uno dei casi più sconvolgenti si svolge il 12 aprile 2024, nel campo profughi di Nuseirat. E’ l’una del pomeriggio. Una madre sta allattando il figlio, il piccolo ha dieci giorni di vita. Un solo proiettile attraversa la tenda, entra nella testa del neonato, esce dalla nuca e finisce sul cuscino. Il bimbo sopravvive, ma riporta gravissime lesioni cerebrali: avrà crisi epilettiche per tutta la vita, dicono i dottori. Dopo avere analizzato il proiettile e le testimonianze, la Commissione conclude che il colpo è compatibile con un fucile di precisione montato su un quadricottero. “Poiché lo sparo è avvenuto in pieno giorno, la Commissione conclude che l’operatore del drone fosse in grado di vedere all’interno della tenda e ritiene che il bersaglio fosse una madre con il suo bambino”.
Lo studio “Lethal Precision Without Accountability” pubblicato dalla Brown University – tra le più prestigiose università al mondo – prova invece a spiegare come sia possibile arrivare a quelle conclusioni. Gli autori sono Mahmooda “Mimi” Syed, medico d’urgenza che ha trascorso mesi negli ospedali Al-Aqsa e Nasser; Wes J. Bryant, ex capo delle valutazioni sui danni ai civili del Pentagono e architetto della campagna aerea contro l’Isis; Charles “Cob” Blaha, già direttore dell’Ufficio Sicurezza e Diritti Umani del Dipartimento di Stato americano e Stephanie Savell, direttrice del progetto Costs of War dell’ateneo di Providence.
Non è un rapporto basato sulle testimonianze ma un’analisi medico-forense, ovvero un’indagine costruita dentro le sale operatorie. Incrociando cartelle cliniche, radiografie, Tac, proiettili recuperati, analisi balistiche, fotografie e competenze militari gli autori hanno ricostruito la dinamica degli spari. La dottoressa Syed racconta di aver documentato personalmente le cure applicate a 18 bambini feriti da arma da fuoco. C’è un elemento che torna quasi ossessivamente: in tutti i casi i piccoli “hanno riportato lesioni alla testa, al collo o al torace, a causa di proiettili singoli di piccolo calibro”. Il 90% delle famiglie che accompagnano quei bambini in ospedale riferisce di avere visto un quadricottero armato nell’area subito prima dello sparo.
Molti pazienti non vengono colpiti durante combattimenti. Come Mira Al-Dariny, quattro anni. Sta giocando davanti alla tenda della famiglia a Khan Younis. I genitori trovano la figlia a terra, il sangue le copre il volto. Il foro è minuscolo. Il proiettile è conficcato nel cranio e i neurochirurghi praticano una craniotomia d’urgenza. Mira sopravvive. Nel report compare la Tac. Secondo gli autori il punto d’ingresso, la posizione finale del proiettile e il suo orientamento indicano una traiettoria proveniente dall’alto. In ospedale la madre e il padre raccontano di avere visto quadricotteri sorvolare il campo.
Il cuore dello studio è nella balistica. Gli autori hanno analizzato i proiettili recuperati nei corpi dei bambini e hanno concluso che sono compatibili con i “fully metal jacketed 5.56×45 mm NATO rounds”. Munizioni rivestite integralmente in metallo e progettate per non deformarsi facilmente. Entrano, attraversano i tessuti, perdono velocità, cominciano a ruotare. Possono restare conficcate nelle ossa del cranio o nel collo. Ed è proprio la loro posizione finale, insieme all’angolo d’ingresso, a consentire agli autori di ricostruire la traiettoria. Secondo l’analisi medico-legale, nei casi studiati i proiettili penetrano con angoli compresi fra circa 30 e 60 gradi. “Questo dato – scrivono gli autori – è compatibile con la balistica attesa di un proiettile esploso da un drone tattico collocato ben al di sopra del bersaglio e in posizione angolata rispetto ad esso. Gli spari provenienti da cecchini o da altre armi da fuoco terrestri presentano invece, di norma, traiettorie ben inferiori ai 30 gradi, soprattutto in un territorio pianeggiante come Gaza”.
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