“CASA, SALARI, WELFARE”: DAL PD A UNIONE POPOLARE, SABATO IN PIAZZA A ROMA COI COMITATI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“CASA, SALARI, WELFARE”: DAL PD A UNIONE POPOLARE, SABATO IN PIAZZA A ROMA COI COMITATI da IL MANIFESTO

Dal Pd a Unione popolare, in piazza coi comitati

REDDITO. L’adesione dei partiti alla manifestazione nazionale di sabato 27 maggio

Giuliano Santoro  23/05/2023

L’adesione dei partiti

La piazza dei comitati per il reddito di sabato 27 maggio nel corso di queste settimane ha cercato un’interlocuzione coi partiti dell’opposizione. Tra di essi Partito democratico e Movimento 5 Stelle, che si trovano in una strana fase della loro vicenda. Dovrebbero trovarsi più in sintonia da quando Elly Schlein è andata al Nazareno, ma si ritrovano spesso a guardarsi con sospetto e a scendere sul terreno della competizione, anche perché la prossima scadenza elettorale importante, le europee di maggio 2024, definiranno i rapporti di forza a partire dai quali si costruirà il nuovo campo largo. Cioè la coalizione della quale, sia la neo-segretaria del Pd che Giuseppe Conte, dicono di non voler prescindere per battere le destre.

Per il Partito democratico, all’incontro coi promotori della campagna per il reddito, c’era anche Schlein insieme alla coordinatrice della segreteria Marta Bonafoni e al responsabile welfare e lotta alle disuguaglianze Marco Furfaro. «Ci siamo e saremo in ogni luogo, piazza e palazzo che sia, mette al centro la vita delle persone e chiede di non abolire strumenti contro la povertà, ma anzi di migliorarli – dice Furfaro al manifesto – Il governo si accanisce sui più deboli, noi invece pensiamo che forme di sostegno al reddito servano per rendere le persone libere dal ricatto della povertà. Vogliono buttare milioni di persone in mezzo alla strada, noi non vogliamo lasciare indietro nessuno». Da Sinistra italiana, il segretario Nicola Fratoianni annuncia la sua adesione con queste parole: «Il governo Meloni elimina il reddito di cittadinanza scatenando la guerra contro i poveri invece che contro la povertà. La campagna ‘Ci vuole un Reddito’ e questa manifestazione sono importanti per rispondere all’attacco ai diritti dell’esecutivo».

Il M5S, dal canto suo, è chiamato a sperimentare nei fatti l’inedita con pezzi di società civile e movimenti. L’ex presidente del consiglio ha sciolto così le riserve: «Nessuno può considerarsi autosufficiente» e ha anche annunciato una manifestazione del M5S per giugno. Di certo, sabato prossimo ci sarà il capogruppo alla Camera Francesco Silvestri, che ha seguito da vicino l’interlocuzione tra pentastellati e comitati per il reddito. «Saremo in piazza insieme a tutti coloro che vogliono difendere il reddito di cittadinanza e si contrappongono a un governo che sta distruggendo ogni tipo di sostegno per obbligare le persone in difficoltà ad accettare di vivere in balia della precarietà – conferma Silvestri – Nelle aule stiamo dando battaglia, ma le piazze sono altrettanto importanti per creare massa critica».

Ci sarà anche Unione popolare. «La guerra al reddito di cittadinanza condotta dal governo e dalla peggiore borghesia italiana una vera infamia – dice il segretario di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo – Il vero dibattito è quello sulla estensione del reddito per fare fronte a una situazione che vede il nostro welfare sempre più incapace di garantire il diritto di esistenza di cittadine e cittadini. Il diritto al reddito è parte della lotta per l’attuazione della Costituzione».

Molto più del reddito: casa, salari e Welfare, sabato in piazza a Roma

GUERRA AI POVERI. Centoquaranta associazioni movimenti e sindacati in piazza contro il governo Meloni: «Il reddito di cittadinanza va esteso». L’opposizione all’«assegno di inclusione» e alla caccia agli «occupabili» varati dall’esecutivo nel “Decreto lavoro”

Roberto Ciccarelli  23/05/2023

Sabato 27 maggio alle 14,30 da piazza Esquilino a Roma partirà un corteo nazionale organizzato da 140 associazioni, sindacati, collettivi, movimenti e realtà del mutuo soccorso che hanno partecipato alla campagna «Ci vuole un reddito» contro il «decreto lavoro» deciso dal governo Meloni il primo maggio scorso. Il provvedimento ha rinominato il «reddito di cittadinanza» in «assegno di inclusione»; si accanirà contro i poveri considerati «occupabili»; aumenterà il lavoro precario con la cancellazione delle causali per il rinnovo dei contratti a termine e potenzierà i voucher. E ha varato un irrisorio taglio al cuneo fiscale per i dipendenti evitando di aumentare i salari fermi da trent’anni e taglieggiati dall’inflazione.

LA MANIFESTAZIONE è il frutto di una paziente tessitura trasversale che dura da mesi. Condotta dal basso, in maniera autonoma, inizialmente a partire da Roma e per poi allargarsi da Napoli a Bologna e in altre città. Infine la rete dei comitati e delle associazioni ha moltiplicato le adesioni. Ci sono, tra gli altri, l’Arci; sindacati di base come Cub e le Camere del lavoro autonomo e precario (Clap); la Cgil di Roma e Lazio con le federazioni Flc, Flai, Spi, Fiom, Fillea, Nidil, Fp; reti come Fuori mercato e il Forum nazionale del terzo settore; centri sociali come La Strada o Acrobax; associazioni come A Buon Diritto, Sbilanciamoci e il Basic Income Network-Italia; movimenti come Fridays for Future. Previsti autobus da Napoli, Salerno, Caserta e dalla Puglia. Ci si muoverà da Emilia Romagna, Lombardia e Veneto. Giovedì, a piazza Montecitorio, sarà presentata una carta dei principi.

«NON VOGLIAMO solo difendere il reddito di cittadinanza – sostiene Alberto Campailla di Nonna Roma, un banco del mutuo soccorso che affianca le famiglie in povertà nella Capitale – ma anche istituire in Italia un nuovo reddito di autodeterminazione. Diversamente dall’assegno di inclusione lanciato dal governo Meloni, una simile misura dovrebbe essere il più possibile incondizionata, e dunque libera da ricatti. E dovrebbe essere accompagnata da Welfare e servizi pubblici e dal diritto all’abitare».

OLTRE AI BENEFICIARI del «reddito di cittadinanza», e alle associazioni e ai sindacati che li affiancano, sabato in piazza ci saranno anche i movimenti per la casa, i sindacati degli inquilini, gli studenti dell’Udu e di Link che nelle ultime settimane hanno partecipato alla «protesta delle tende» contro il caro-affitti e per la modifica della norma che affida il diritto allo studio in prevalenza ai privati i quali godranno dei fondi del «Piano nazionale di ripresa e resilienza» (Pnrr) per la costruzione delle residenze universitarie.

IL CORTEO AMBISCE a porre «la questione sociale come questione politica». Più che su un’unica misura messianica si sta invece elaborando un punto di vista complessivo che articoli bisogni e domande diverse spesso isolate. Oltre al «reddito», c’è il salario minimo, la giustizia climatica, il diritto alla casa, la riforma fiscale e la redistribuzione della ricchezza.

MOMENTO DECISIVO è stato il varo del «decreto lavoro» deciso il primo maggio scorso dal governo Meloni. «Questo provvedimento ha siglato un nuovo patto tra l’esecutivo con le imprese – aggiunge Campailla – Ha inteso quello che chiamano «supporto per il lavoro e la formazione», ancora più workfarista di quanto era già il «reddito di cittadinanza». E ha trasformato la cosiddetta “offerta congrua” in un meccanismo che costringe i beneficiari della nuova indennità a spostarsi in tutto il paese».

«LA MOBILITAZIONE è autonoma ed è aperta a tutti. È una prima tappa verso una mobilitazione ampia e duratura che rilanci un’opposizione sociale e una capacità di movimento delle realtà associative, collettive, e di base – sostiene Tiziano Trobia delle Clap commentando gli incontri con Pd, Cinque Stelle, Sinistra Italiana e Unione Popolare avvenuti negli ultimi giorni – Andrà verificato nel processo il modo in cui le forze non hanno votato il «reddito» e quelle che l’hanno sostenuta come una misura di Workfare la interpretano. Per noi dev’essere la più incondizionata possibile e diversa da quella prospettata dal governo».

Enrica Morlicchio: «Una controriforma crudele e punitiva del reddito di cittadinanza»

INTERVISTA. Parla la sociologia del lavoro dell’università Federico II di Napoli, coautrice de “La povertà in Italia” con Chiara Saraceno e David Benassi: “Meloni vuole rendere l’assistenza «meno preferibile» al lavoro a qualunque condizione”

Roberto Ciccarelli  03/05/2023

Enrica Morlicchio, sociologa alla Federico II di Napoli e autrice tra l’altro de «La povertà in Italia» con Chiara Saraceno e David Benassi (Il Mulino), il governo Meloni ha varato lo sdoppiamento del reddito di cittadinanza in un «assegno di inclusione» e in uno «strumento di attivazione». Qual è la sua analisi?
Questa è una politica espressione di un blocco economico-sociale coeso e aggressivo che impone un trattamento della povertà di tipo conservatore e punitivo. Ed è un messaggio rassicurante rivolto all’elettorato di destra che ha paura del declassamento.In cosa consiste il «trattamento conservatore e punitivo della povertà»?
Nell’applicazione del principio della less eligibility, cioè della «minore preferibilità». Fu introdotta da una riforma del governo dei poveri nel 1834 in Inghilterra. Si voleva rendere l’assistenza «meno preferibile» al lavoro a qualsiasi costo, e a qualunque condizione. I poveri avrebbero dovuto accettare qualsiasi salario o entrare nelle Workhouses. Erano istituzioni totali dove veniva costretto chi non era invalido, anziano o vedova. Gli altri, a cominciare dai bambini, dovevano essere rieducati, anche moralmente, al principio: se sei povero è colpa tua.

La logica applicata dal governo Meloni oggi è la stessa del 1834?
Sì, ma in una situazione storica diversa, ovviamente. Vogliono rendere le condizioni di assistenza così degradanti da spingere le persone a trovarsi un lavoro. Ma così facendo le respingeranno nella realtà dalla quale provengono. Stanno punendo le vittime della deregolamentazione del lavoro e dell’impoverimento degli ultimi vent’anni. È come ributtare in mare persone che hai appena salvato. Così come con gli immigrati, lo fanno con i poveri.

Da qualunque parte vengano queste sono visioni ideologiche e autoritarie che ignorano la realtà del mercato del lavoro e colpiscono le persone che lavorano in maniera povera, precaria e intermittente. Quelle che non guadagnano abbastanza per mantenere una famiglia. È un altro modo per scaricare sulle loro spalle il fallimento di un sistema. Non mi sembra che il governo, ad oggi, abbia chiarito come intende risolvere i giganteschi problemi dei centri per l’impiego, per esempio.

A me ricordano una signora che va al mercato con la borsa da mille euro e tira sul prezzo delle mele. Un miliardo di euro è poca cosa per il bilancio dello Stato. Il «risparmio« si perderà in un paio d’anni. Se non si interviene subito, avremo sempre più persone con problemi di alcolismo, senza risorse per curarsi, a carico del servizio sanitario nazionale. E più bambini che saranno colpiti indirettamente dalla povertà dei genitori.

Quante possibilità esistono che un «occupabile», fuori o dentro le famiglie che riceveranno l’«assegno di inclusione», avranno un’offerta di lavoro?
Sono idee irrealistiche. Una fetta degli attuali percettori può essere solo accompagnata verso un lavoro protetto. Ci sono persone adulte con problemi di salute, senza diritto all’invalidità, con bassi livelli di istruzione. A me fa venire in mente Donnarumma ai cancelli dell’Olivetti di Ottiero Ottieri. Aspirava ad entrare in fabbrica ma non aveva i requisiti. Dobbiamo dare una risposta ai Donnarumma di oggi. O li facciamo morire di fame?

Se un’eventuale offerta di lavoro sarà rifiutata, una famiglia perderà l’assegno. È un ricatto?
Sì. L’intero nucleo sarà considerato responsabile per i singoli componenti. Ciò potrebbe accrescere i conflitti intergenerazionali, le diseguaglianze di genere.

Chi riceverà un’offerta di lavoro a tempo indeterminato dovrebbe spostarsi da Palermo a Milano, per esempio. Cosa ne pensa?
Sempre che qualcuno venga assunto. Cosa tutta da dimostrare. È un provvedimento crudele che non tiene conto degli elevatissimi costi di trasferimento e degli affitti. Questi hanno in testa l’epoca dell’emigrazione dal Sud verso le fabbriche di Torino e Milano. Certo non troveranno il gabinetto sul ballatoio, ma li farebbero vivere in condizioni incivili simili.

Gran parte di queste norme erano già presenti, in forma diversa, nel «reddito di cittadinanza». Perché è difficile criticare il Workfare al quale anche il sistema di Meloni & Co. è ispirato?
Perché si teme di infrangere un tabù della sinistra: l’ideologia produttivistica che attribuisce di per sé al lavoro una capacità di emancipazione.

Bisogna pensare, come dice Alain Supiot, a un nuovo statuto del lavoro al di là degli impieghi che non guardi solo al lavoro salariato fordista in senso classico ma sia in grado di dare una rete di protezione ai giovani, soggetti fluidi anche dal punto di vista della collocazione professionale, oltre che sessuale. Quelli che non possono realizzare progetti di vita a causa dell’insicurezza economica. Per la sinistra è importante non guardare alla povertà come un fenomeno che riguarda solo aree arretrate, ma come una componente essenziale del capitalismo digitale postfordista. Vanno contrastati i tentativi di spingere a lavorare con la fame. Invece bisogna rafforzare l’autonomia delle persone e quella collettiva, creare forme di alleanza tra soggetti che condividono la stessa condizione di classe e esistenziale anche se non si incontrano mai in uno stesso luogo di lavoro.

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