“CAMBIAMENTI” PER NON MORIRE. CUBA E L’ASSALTO LETALE DI TRUMP da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“CAMBIAMENTI” PER NON MORIRE. CUBA E L’ASSALTO LETALE DI TRUMP da IL MANIFESTO

«Cambiamenti» per non morire. Cuba e l’assalto letale di Trump

Roberto Livi  08/02/2026

L’AVANA

Sindrome dell’Avana «Mai più una goccia di petrolio»: strangolata dalla Casa bianca, L’Avana prova a resistere

 Di fronte al ricatto del presidente Trump – o cedere a un accordo capestro con gli Usa o lo strangolamento energetico – «Cuba ha opzioni limitate», sostiene il viceministro degli esteri, Fernández de Cossío. In sostanza: cercare un dialogo (con gli Usa) basato sul rispetto delle sovranità e senza ingerenze» e procedere ««a una riorganizzazione del paese che costerà molto lavoro». È una strategia che giovedì, in una conferenza stampa, ha confermato il presidente Miguel Díaz-Canel, il quale ha ribadito che: «Siamo aperti al dialogo con gli Usa, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né resa».

VI SONO MOLTI DUBBI che il tycoon di Washington accetti tale posizione. Dichiarando che Cuba rappresenta «una minaccia straordinaria» per la sicurezza degli Stati Uniti, The Donald già ha delineato la sua strategia (e quella dei suoi falchi cubano-americani): cambiare il governo di Cuba. Sia in versione “dolce” come Trump afferma stia accadendo in Venezuela, con la presidente ad interim Delcy Rodríguez disposta a un’ampia collaborazione con gli Usa e, soprattutto, a affidare la gestione del greggio venezuelano (e probabilmente anche di metalli preziosi e terre rare) direttamente al presidente nordamericano. Sia strangolando energeticamente Cuba, non permettendo che «nemmeno una goccia di petrolio» arrivi nell’isola.

IL TYCOON naturalmente afferma che si tratta di una battaglia per restituire «la libertà» al popolo cubano. Nella realtà – che Trump e il segretario di Stato Rubio conoscono bene – il greggio è necessario per far funzionare la rete elettrica, le pompe dell’acqua, il trasporto pubblico, gli ospedali e le scuole di Cuba. E la gran parte del petrolio (circa il 60% del fabbisogno nazionale) è importato. Impedendo l’arrivo di greggio a Cuba, Trump è consapevole di non stare solo attuando una sanzione in più – rispetto alle più di 200 già decise nella sua prima presidenza – ma di interrompere il metabolismo stesso di una nazione. La quale non ha mai rappresentato una minaccia militare per gli Usa, come ha ripetuto il presidente cubano.

La decisione di Trump di applicare dazi a chi fornisce, direttamente o indirettamente, il petrolio a Cuba è dunque una sanzione decisamente imperialista: una condanna a morte per il governo dell’Avana e alla miseria e alla fame per gran parte della popolazione come mezzo per «cambiare regime».

IL GOVERNO CUBANO è ben consapevole di questa situazione. Non soltanto perché ha sotto gli occhi il risultato (almeno fino a ora) del “pragmatismo” esercitato in Venezuela dai due fratelli Rodríguez (presidente a interim e presidente del parlamento). Ma anche perché la strategia di Trump avviene in un quadro imperialista: contro il multilateralismo in generale, e con il rinnovamento della dottrina Monroe (ribattezzata Donroe, in onore di The Donald) per controllare l’intero Emisfero Occidentale (non solo il Caribe e l’America latina, ma anche Canada e Groenlandia).

SECONDO ALCUNI analisti, la proposta-ricatto di Trump potrebbe rivolgersi a settori militari. In Cuba le Far (Forze armate rivoluzionarie) controllano settori chiave dell’economia dell’isola – turismo, piccola ditribuzione, valuta estera – e dunque, in un contesto di crisi generale dell’isola, si potrebbe verificare il rischio di «corruzione politica».

ANCORA UNA VOLTA il potente Nord dimostra di non capire Cuba. E di sottostimare il nazionalismo cubano. Lo Stato-nazione di Cuba, a differenza della gran parte del subcontinente meridionale, non è stato il prodotto di un’élite criolla ma il frutto della lotta popolare per l’indipendenza (dalla Spagna) nella quale era confluita una lotta sociale contro la schiavitù e contro l’economia (coloniale) di piantagione. La Rivoluzione di Fidel Castro del 1959 si è alimentata di questi precedenti.

LO STATO CUBANO è nazionale, per questo non propenso al golpe. La rivoluzione cubana, nonostante alcuni aspetti autoritari e burocratici, ha mantenuto un aspetto fortemente popolare inusuale nel resto del subcontinente e la capacità di suscitare la partecipazione delle masse. Anche se oggi questi aspetti sono in crisi – come dimostra la proposta del presidente di una «faticosa riorganizzazione del Paese» – le minacce esterne possono riattivare le braci di una difesa della sovranità nazionale. Come scriveva il rimpianto Eduardo Galeano: «Cuba continua a commettere la pericolosa pazzia di credere che gli esseri umani non siano condannati all’umiliazione da parte dei potenti del mondo».

DOPO SEI ANNI di «multicrisi» – macroeconomica, monetaria, di produzione soprattutto alimentare e sociale in generale che ha comportato una caduta del Pil dell’11% – Cuba necessita profonde riforme. E il presidente Díaz-Canel ha informato che questa è la scelta del governo. Riforme non per cambiarne la natura socialista, ma – come chiedeva Raúl Castro proponendo nel 2011 una profonda «modernizzazione» della Rivoluzione – per rendere il socialismo vivibile e sostenibile. Da anni vari economisti, sia in Cuba che all’estero, hanno proposto elenchi di riforme ritenute urgenti e necessarie. Troppo lungo sarebbe farne un riassunto.

IN GENERALE la critica è rivolta alla struttura verticistica (di stampo sovietico) che controlla l’economia, e le proposte (di economisti amici) prevedono non di eliminare la struttura statale e socialista delle imprese ma di «renderle efficienti e inserite in un’economia internazionale ormai globalizzata».

Come ha scritto di recente un economista: «Cuba necessita di giovani imprenditori socialisti». Decentralizzazione, autonomia delle imprese in funzione dell’esportazione e della sostituzione delle importazioni, ampliamento della produzione energetica rinnovabile sono al centro della «riorganizzazione» programmata dal governo, ha affermato Díaz-Canel.

ANCOR PIÙ COMPLICATA è la questione della crisi sociale e dunque politica dell’isola. Buona parte della popolazione ormai dubita (o non crede) che la leadership attuale (il vertice del Pcc) sia in grado di far uscire il paese dal tunnel della «multicrisi». È quello che raccontano gli inviati dei mass media internazionali ricomparsi a interrogare il cubano de a pie e che scoprono il medico che per vivere pigia sui pedali di una bicitaxi, o che alla famosa gelateria Coppelia non servono più fresa y chocolate ma solo bolitas di una insipida vaniglia (fatti che accadono da molti anni nell’indifferenza dei medesimi mass media).

LA CAUSA di questa situazione è in gran parte dovuta all’immobilismo del vertice politico, che a sua volta deriva dalle due anime del fidelismo, la lunga ledership di Fidel Castro): l’unità a ogni costo del vertice politico e l’ugualitarismo. Entrambi in crisi. Il secondo, perché non è possibile distribuire quello che non si produce e costa assai caro farlo per quello che si importa in valuta.

Per quanto riguarda la coesione del vertice politico, ormai da settimane sia il presidente Miguel Díaz-Canel, sia altri dirigenti come il premier Marrero predicano la necessità di «un cambio di mentalità» e avvertono che l’unità non comporta l’assenza di una critica costruttiva. Il processo di riforme prevede dunque un recupero della partecipazione dal basso e una decentralizzazione.

Entrambe riforme difficili da attuare sotto la minaccia di uno strangolamento economico-energetico o di un attacco militare. Fatto che sia Trump che il suo capo della diplomazia Rubio sanno perfettamente. Ma che Díaz-Canel ha indicato essere al centro della prossima attività politica.

PER ORA CUBA può contare su proposte di mediazione rivolte dalla coraggiosa presidente messicana Claudia Sheinbaum (decisa a difendere la sovranità del suo paese) e dal Vaticano (il papa Leone XIV ha chiamato a consulto i vescovi cubani). E su dichiarazioni di sostegno da parte della Russia e della Cina, oltre che dei presidenti di Colombia e Brasile. Ma Díaz-Canel ha tenuto a ribadire con forza che «Cuba non è sola».


«Possono rovesciare governi ma non vincere un popolo»

Claudia Fanti  08/02/2026

Quale futuro per Cuba Intervista allo scrittore e teologo della liberazione brasiliano Frei Betto

Se gli amici si vedono al momento del bisogno, il profondo legame che unisce lo scrittore e teologo della liberazione brasiliana Frei Betto al popolo cubano ha superato ogni test. L’autore del celeberrimo libro Fidel y la religión, nato da una lunga intervista a Fidel Castro su cristianesimo e rivoluzione, frequenta l’isola caraibica da oltre quarant’anni – solo nel 2025 ci è andato sei volte – collaborando dal 2019 con il governo cubano nel Piano di sovranità alimentare ed educazione nutrizionale (Plan San) sostenuto dalla Fao, a partire dalla sua esperienza in Brasile con il programma “Fame Zero” del primo governo Lula. Convinto che, come ha scritto in passato, se il socialismo fallisse a Cuba, «sarebbe la fine di tutta la speranza storica dell’umanità», il frate domenicano ha subito accettato di conversare con noi sul momento drammatico che sta attraversando l’isola.

La firma da parte di Trump di un ordine esecutivo che minaccia sanzioni a chiunque venderà petrolio a Cuba è solo l’ultimo atto di un’aggressione infinita contro l’isola. Ci sarà mai fine a questo accanimento?

Già l’inclusione di Cuba nella lista dei paesi promotori del terrorismo da parte dei governi Trump 1, Biden e Trump 2 ha colpito duramente l’economia dell’isola. Basti pensare che i turisti dell’Europa Occidentale in visita al paese saranno considerati dalla Casa Bianca come potenziali terroristi. Eppure Cuba è storicamente nota per la sua lotta contro il terrorismo. In questo quadro, la maggior parte dei canali bancari per le transazioni finanziarie sono bloccati, ostacolando enormemente le importazioni – Cuba importa l’80% degli alimenti che consuma – e le esportazioni: nichel, tabacco, miele, rum, servizi medici ed educativi. L’intera matrice energetica cubana è basata sul petrolio, somministrato da tre paesi che, in questo momento, si trovano tutti in difficoltà: la Russia, l’Iran e il Venezuela. Il Messico, è vero, ha offerto una quota di petrolio considerevole, pari, lo scorso gennaio, a 84.900 barili. Ma, dopo l’ordine esecutivo di Trump, tutto rischia di peggiorare. Anche se Cuba riesce a produrre almeno 30mila barili di petrolio al giorno, ne servono almeno 100mila. Così, la carenza di energia provoca, in tutto il paese, frequenti blackout, i quali incidono pesantemente sull’agricoltura, i trasporti, l’industria e il turismo. Di certo, in questo momento storico, la solidarietà nei confronti di Cuba acquista un’importanza fondamentale.

In quali condizioni si trova oggi il popolo cubano?

Si registra un’involuzione nelle condizioni di vita della popolazione. A causa delle difficoltà economiche, l’esodo, soprattutto dei giovani, è intenso. I salari si sono deteriorati. Nei mercati gli alimenti si trovano, ma l’inflazione è alta. Tra la popolazione si stanno accentuando le disuguaglianze: quanti ricevono dollari o euro dall’estero, dai familiari che sono emigrati, possiedono un potere d’acquisto di cui la maggioranza non dispone. Malgrado tutto, il governo sta adottando diverse misure per far fronte alla situazione e il popolo mostra un’eroica resilienza dinanzi alla crisi. Con il Piano di sovranità alimentare stiamo cercando di sostituire i prodotti importati, passando per esempio dal pane di frumento al pane di manioca o di mais, che il paese produce. E in questo quadro abbiamo creato i Sal, Sistemi alimentari locali, con personale formato per incentivare la produzione agricola in chiave agroecologica. Inoltre, la Cina ha cooperato in maniera esemplare con impianti di energie rinnovabili destinati all’agricoltura.

Si sente spesso parlare di una crescente repressione del dissenso. È in atto anche un’involuzione democratica?

Da questo punto di vista, credo ci sia stata al contrario un’evoluzione. Il presidente Díaz-Canel ha dato vita a un governo itinerante. Ogni mese visita due o tre province insieme ai suoi ministri, dialogando con il popolo e cercando soluzioni locali alle diverse difficoltà. Si registra un appello più forte alla partecipazione popolare.

Fin dove può arrivare la resilienza del popolo cubano?

Cuba è un esempio di resilienza e dignità. In questi 67 anni di rivoluzione le difficoltà sono state permanenti, basti pensare all’invasione della Baia dei Porci nel 1961, alla crisi dei missili nel 1962, alla guerra in Angola tra il 1975 e il 1991, al Periodo Speciale tra il 1991 e il 1995, per finire con l’embargo imposto dagli Usa. I cubani sono orgogliosi della loro indipendenza e della loro sovranità. Non vogliono che il futuro del paese sia il presente dell’Honduras o del Guatemala. È un popolo istruito, colto, con un marcato talento artistico, specialmente nel balletto, nelle arti plastiche e nella letteratura. A Cuba sono nati il mambo, la rumba, il cha-cha-cha, el danzón, la timba, la salsa. È innegabile che molti cubani siano stanchi delle attuali difficoltà economiche, ma tutti sanno che una Cuba capitalista tornerebbe a essere fatalmente il “bordello dei Caraibi”, ricettacolo di miseria, droghe e criminalità. Le politiche governative sono a favore dell’intera popolazione, e non di una classe o di un settore privilegiato. I tre diritti umani fondamentali – alimentazione, salute ed educazione – sono strutturalmente garantiti a tutto il popolo. Il sistema di salute è gratuito e così l’istruzione, fino all’università. E ogni famiglia riceve, ogni mese, un pacco di viveri, benché la sua qualità sia pregiudicata dalla crisi che attraversa il paese.

Trump ha dichiarato che Cuba «non sopravviverà». Esiste questo pericolo?

Il pericolo ci sarebbe se gli Usa invadessero Cuba. Tuttavia la Casa Bianca ha appreso dalla storia che la sua potenza militare è in grado di rovesciare governi, non di sconfiggere un popolo. E intervenire a Cuba significa sfidare un popolo. Credo, sì, che l’amministrazione Trump intensificherà le sue azioni terroriste, ma la mia speranza è che il popolo statunitense si pronunci contro il presidente alle elezioni di medio termine, costringendolo a retrocedere, e che il multilateralismo finisca per imporsi. Conserviamo il pessimismo per giorni migliori!

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