ASSEDIO ILLEGITTIMO, ROMPERLO È UN DOVERE da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ASSEDIO ILLEGITTIMO, ROMPERLO È UN DOVERE da IL MANIFESTO e IL FATTO

Assedio illegittimo, romperlo è un dovere

Diritto internazionale Il blocco imposto da Israele a Gaza, che va avanti dal 2007, ha subito negli ultimi due anni un’escalation senza precedenti

Micaela Frulli  10/09/2025

Il blocco imposto da Israele a Gaza, che va avanti dal 2007, ha subito negli ultimi due anni un’escalation senza precedenti.

Formalmente giustificato da Israele come misura di sicurezza per impedire l’arrivo di armamenti, si è tradotto in sostanza in una restrizione quasi assoluta alla circolazione di beni di prima necessità, determinando una crisi umanitaria e una carestia riconosciute da vari organismi dell’Onu e da ong indipendenti. La qualificazione giuridica del blocco dipende dal diritto internazionale umanitario e dal diritto del mare: secondo il Manuale di San Remo sul diritto applicabile ai conflitti armati in mare (1994), un blocco navale è lecito solo se non ha come unica finalità quella di privare la popolazione civile di beni indispensabili alla sopravvivenza e non è suscettibile di creare un danno per la popolazione civile sproporzionato rispetto al vantaggio militare atteso.

A Gaza tali limiti sono stati superati da tempo. Un blocco di simili proporzioni e gli ostacoli posti alla fornitura di aiuti da parte di soggetti terzi indipendenti e imparziali violano varie norme di diritto internazionale umanitario, tra cui gli artt. 33, 55 e 59 della IV Convenzione di Ginevra e degli artt. 54 e 70 del Protocollo I aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra. Inoltre, affamare la popolazione civile è un crimine di guerra secondo l’art. 8 dello Statuto della Corte penale internazionale. Tali condotte possono inoltre contribuire a integrare gli elementi del crimine di genocidio, tanto che la Corte internazionale di giustizia, nell’ambito del ricorso presentato dal Sudafrica contro Israele, ha emanato tre ordinanze cautelari ordinando a Israele di adottare misure immediate ed efficaci per consentire la fornitura dei servizi di base e dell’assistenza umanitaria a Gaza.

In tale contesto, le iniziative civili e internazionali che mirano a portare aiuti umanitari via mare – come la Global Sumud Flotilla – assumono un rilievo particolare. Dal punto di vista giuridico, tali missioni si collocano non solo nella cornice umanitaria delle Convenzioni di Ginevra, ma anche nel quadro della libertà di navigazione sancita dalla Convenzione Onu sul diritto del mare (1982). Finché le navi operano con finalità esclusivamente civili, senza trasporto di armi né scopi militari, godono della protezione spettante alle missioni di soccorso umanitario. Il diritto internazionale umanitario prevede che, quando la popolazione di un territorio non riceve rifornimenti adeguati, le operazioni di soccorso di carattere umanitario e imparziale devono essere autorizzate e agevolate dalle parti in conflitto. Questo vale anche nel caso in cui sia stato istituito un blocco navale (par. 103 del Manuale di San Remo). In più, il diritto del mare riconosce la libertà di navigazione nelle acque internazionali e limita le possibilità di fermo di navi civili a ipotesi quali la pirateria o altri gravi illeciti. L’uso della forza contro imbarcazioni che trasportano beni di prima necessità costituisce dunque un atto illegale e l’eventuale fermo delle navi e arresto dei passeggeri comportano a loro volta la violazione di numerose regole di diritto internazionale.

Da tutto ciò deriva che l’illegalità del blocco e la legalità di missioni umanitarie come quelle intraprese dalla flottiglia si inseriscono in un quadro ampio, in cui il diritto internazionale attribuisce obblighi e responsabilità anche agli Stati terzi. Anzitutto, non possono rimanere passivi dinanzi a violazioni così gravi del diritto internazionale umanitario. L’articolo 1 comune alle Convenzioni di Ginevra obbliga tutti gli Stati «a rispettare e a far rispettare» le norme umanitarie «in ogni circostanza». Significa che i governi hanno l’obbligo di non riconoscere come lecito il blocco e l’obbligo di fare tutto quanto è nelle loro possibilità perché il blocco cessi o rientri nei limiti della legalità e perché gli aiuti umanitari possano arrivare alla popolazione civile (a tacere dell’obbligo di prevenzione del crimine di genocidio). Rispetto all’azione della flottiglia, gli Stati, in special modo quelli dell’Unione europea, e la stessa Ue – che più volte ha dichiarato di fondare l’azione esterna sul rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani – dovrebbero come minimo attivare i canali diplomatici con Israele per garantire il passaggio sicuro delle navi. In caso di minacce o di azioni violente nei confronti delle navi o delle persone a bordo, gli Stati sono inoltre tenuti a offrire protezione diplomatica e consolare alle navi che battono la propria bandiera e ai propri cittadini imbarcati. Il mancato intervento a protezione della flottiglia non è dunque soltanto una scelta politica, ma presenta precisi profili di responsabilità giuridica.

La Flotilla per Gaza attaccata in Tunisia. Gli attivisti: “Proseguiamo”

Alessandro Mantovani  10 Settembre 2025

Non ci fermeranno” dicono a Tunisi. “Non ci fermeranno” ripetono ad Augusta (Siracusa). La preoccupazione c’è, ma le barche della Global Sumud Flotilla cercheranno di arrivare a Gaza, ripartiranno – oggi le prime, domani le seconde, dicono – nonostante quello che considerano il primo severo avvertimento arrivato da Israele o chi per lui: un’apparente bomba incendiaria piovuta dall’alto su un ponte della Familia Madeira, la nave ammiraglia della flotta partita il 31 agosto da Barcellona, e ora al largo della costa tunisina.

“Sganciata da un drone”, dicono. L’hanno visto bene almeno in due, il drone, un terzo testimone un po’ meno, ma la Guardia nazionale tunisina ovviamente è arrivata dopo e il drone non c’era più. Il video, registrato dalla telecamera di sicurezza di una barca vicina (ce n’è almeno una per natante), l’hanno visto tutti: l’oggetto misterioso e molto luminoso cade a picco sull’imbarcazione, di 35 metri, che ospita il comitato direttivo della missione, la più grande iniziativa politico umanitaria diretta a Gaza. Il botto si sente in un altro video, quello della telecamera della Familia Madeira.

Mancava poco alla mezzanotte di lunedì, ieri mattina poi gli aerei israeliani hanno colpito a Doha, capitale del Qatar, nel tentativo non riuscito di uccidere il leader di Hamas Khalil al-Hayya. Altre bombe su qualunque ipotesi di cessate il fuoco o trattativa che sul Qatar fa perno. La Familia Madeira era ancorata, con almeno altre dodici barche della Flotilla, davanti al porto di Sidi Bou Said, 20 chilometri a nord-ovest di Tunisi. A bordo c’erano sei membri dell’equipaggio. Il principale testimone è Miguel Duarte, 33 anni, portoghese, già impegnato nel soccorso ai migranti nel Mediterraneo sulle navi dell’Ong Sea Watch. Ha raccontato tutto in pubblico, ancora scosso, nella conferenza stampa organizzata ieri mattina dalla Flotilla sulla scalinata del Teatro municipale, nel centro di Tunisi, luogo di mille contestazioni, circondato da attivisti per lo più arabi. “Ero sul ponte coperto, nella parte posteriore della nave, ho sentito un drone, sono salito e l’ho visto, tre o quattro metri sopra la mia testa. Si è fermato qualche istante sopra di me – ha spiegato poi Duarte al Fatto – Ho gridato e ho chiamato gli altri membri dell’equipaggio, anche due di loro sono usciti, uno l’ha visto bene anche lui. È uno spagnolo. Siamo rimasti pochi istanti a guardare il drone, che lentamente è andato verso la parte anteriore della nave e ha sganciato un ordigno. Ha colpito l’imbarcazione e c’è stata una grossa esplosione: è scoppiato un incendio, sono andati a fuoco i giubbotti salvagente. Ho spiegato tutto alla polizia quando è salita a bordo, ma non mi hanno chiesto una dichiarazione scritta e firmata”. Gli attivisti hanno ipotizzato che il bersaglio potesse essere una tanica di gasolio in prossimità dei salvagente, ma allora non sarebbe stato solo un avvertimento, avrebbero potuto mandare a fuoco la nave.

L’incendio è stato domato in qualche minuto, i danni sono limitati. Come ha spiegato però Tony Lapicciarella, barese, uno dei coordinatori della Flotilla, “ci sarà, probabilmente, tutto un iter burocratico per stabilire se l’imbarcazione è in grado di navigare in sicurezza. Sono intervenuti guardia costiera e polizia”. Questo iter potrebbe ritardare la partenza della nave, prevista per oggi, se non di tutta la missione che dovrà poi ricongiungersi in mare con le barche attualmente in Sicilia.

Lo stesso Lapicciarella ha riferito dei poliziotti saliti a bordo della Familia Madeira: “Pensavamo raccogliessero le prove e invece le hanno fatte sparire”, ha detto al Fatto. “Hanno ripulito tutto”. Non ci sarebbero, quindi, i residui dell’esplosione. Nel cuore della notte è arrivata la sentenza della Guardia nazionale, la polizia tunisina: “Non sono stati rilevati droni”, ha detto il portavoce Houcem Eddine Jebabli. Senz’altro non è rimasto lì ad aspettare la polizia. “Secondo i risultati preliminari – ha detto ancora il portavoce – l’incendio è scoppiato nei giubbotti di salvataggio a bordo”. E su questo non ci sono dubbi. Il video però dice che il fuoco è venuto giù dall’alto. Fonti tunisine hanno accreditato l’ipotesi di un incendio provocato da una sigaretta, ma prima dell’incendio il video mostra un’esplosione, che non fa pensare a un mozzicone acceso.

Non crede alla polizia tunisina nemmeno David Heathcote di McKenzie Intelligence Services, che alla Bbc ha detto che le immagini fanno pensare “che l’oggetto sia stato sganciato, piuttosto che lanciato o sparato. In questo caso – ha confermato – potrebbe essere stato utilizzato un drone per manovrare sopra la nave”, come ha detto Duarte. E ancora, dice l’esperto: “Il video dell’impatto getta seri dubbi sulla versione dei fatti fornita dalle autorità tunisine”.

Ma cosa ha colpito la Familia Madeira? Potrebbero aver usato una carica esplosiva minima, poco più di un artificio pirotecnico: una più consistente avrebbe bucato il ponte, un razzo di segnalazione avrebbe invece disegnato una parabola. Il drone probabilmente era piccolo, molto più piccolo di quelli militari. Questo però significa che era manovrato da molto, molto vicino. Forse da una piccola imbarcazione in mare, forse dalla costa che era a 150 metri circa. Ma insomma, in territorio tunisino. E questo per la Tunisia è un problema: la solidarietà con i palestinesi nel Paese è forte, lo stesso governo di Kais Saied abbraccia almeno a parole la loro causa anche se poi non ha detto una parola a sostegno della Flotilla. “Non sappiamo chi abbia compiuto l’attacco, ma non saremmo sorpresi se fosse stato Israele”, ha detto ieri a Tunisi Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati. “Se confermato, sarebbe un attacco alla sovranità tunisina”. D’altro canto gli israeliani, se davvero sono stati loro, come un po’ tutti pensano, hanno dimostrato di saper colpire anche nei distretti più controllati di Teheran.

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