APPLICARE LA COSTITUZIONE È ANDARE ALLE URNE E VOTARE SÌ da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
20211
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APPLICARE LA COSTITUZIONE È ANDARE ALLE URNE E VOTARE SÌ da IL FATTO

Applicare la Costituzione è andare alle urne e votare Sì

 Sottosopra *5 Giugno 2025

C’è chi dice che serve politicizzare, che conta la tattica, l’opportunità della spallata, il riflesso elettorale. Non ascoltateli: perdereste un’opportunità. Perché il prossimo fine settimana, con la manifestazione per Gaza convocata sabato 7 giugno dalle opposizioni unite e la consultazione referendaria domenica e lunedì, c’è infine l’occasione di far sentire la propria voce, di essere protagonisti. Di uscire dall’angolo in cui l’erosione progressiva dello spazio democratico e della rappresentatività ha cacciato la maggioranza della popolazione, allargando il divario tra chi (s)governa il Paese nel solco dell’autoritarismo e il sentire comune di chi in tre decenni di neoliberismo ha subito la costante riduzione dei propri diritti, nonché di chi assiste con angoscia allo sterminio in corso a Gaza aspettando che l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni dica una parola forte per segnalare che non è tollerabile, né tollerato: non in nostro nome.

L’opportunità che si prospetta, insomma, è quella di manifestarsi, e contare. Ed è proprio per questo che tanto i referendum quanto la chiamata alla piazza fanno paura a una politica che dimentica di essere al servizio dei cittadini, a prescindere dalle appartenenze partitiche e dalle ritorsioni incrociate di piccolissimo cabotaggio in momenti drammatici della storia. Non si spiegherebbero altrimenti i tentativi di indebolire la partecipazione, a partire dalla seconda carica della Repubblica – evidentemente mai sufficientemente consapevole dell’importanza del ruolo super partes attribuitogli – che spiega che ai referendum farà “propaganda per l’astensione”, o la presidente del Consiglio che dice che “andrà al seggio ma non ritirerà le schede”, ergo, finirà conteggiata tra coloro che non votano. Non si tratta d’altro che di tatticismi per cercare di depotenziare le voci di un popolo fatto di orientamenti diversi, ma capacissimo di riconoscere torti e ingiustizie. A partire dai 2,5 milioni di persone che si sentono italiane, spesso sono nate in Italia ma non hanno la cittadinanza: basta un Sì sulla scheda referendaria per ridurre da 10 a 5 anni il tempo di residenza legale necessario per ottenerla, con un ampliamento di possibilità e diritti che può cambiare la loro vita ma anche quella del Paese, segnato dall’inverno demografico e dalla mancanza di vitalità che comporta, anche per il tessuto socio-imprenditoriale. O come tutti coloro che hanno sentito definire “illegittimo” il proprio licenziamento da un magistrato, ma in virtù della disgraziata riforma del Jobs Act hanno perso il diritto, e l’associata dignità, di riaverlo indietro. O che, sempre votando Sì, potranno incidere direttamente sulla precarietà a cui è consegnata stabilmente il 30% della forza lavoro, nonché alla sicurezza del loro luogo di lavoro, perché sono offensive le lacrime di coccodrillo di chi piange tre vite umane al giorno per incidenti “professionali” e poi tollera che si possa speculare proprio sulla sicurezza. Non c’entra insomma la politica partitica, se non nel senso di fornire segnali: siamo qui e non ci va più bene.

Non vogliamo che il nostro Paese sia complice di un massacro in mondovisione in nome di interessi e amicizie – quali esattamente possono giustificare quanto Israele sta facendo a Gaza? – né vogliamo vedere i principi della Costituzione schiacciati dal piccinismo di bottega: il sì ai quattro quesiti referendari sul lavoro e a quello sulla cittadinanza sono infatti esattamente lo strumento per attuare la Carta. E quindi bisogna farsi vedere, e sentire, nel fine settimana: essere protagonisti del cambiamento. Riprendere in mano il proprio destino. E lottare per quello di chi non ha altra possibilità che affidarsi a noi per farlo.

Per il Forum Disuguaglianze e Diversità

Il quorum a ostacoli dei referendum

 Marco Palombi  5 Giugno 2025

Come forse qualcuno sa domenica e lunedì si vota: no, non sul colpevole di Garlasco, come pure potrebbe sembrare, ma per 5 referendum. Non ci occuperemo qui del merito dei quesiti, ma di un fatterello non irrilevante, ancorché poco sottolineato, rispetto all’istituto referendario in sé e alla sua capacità di essere uno strumento funzionante di democrazia diretta: la questione della crescita abnorme della platea elettorale che risiede all’estero, che fa registrare una strutturale bassa affluenza al voto e rende ancor più complicato arrivare al fatidico 50% più uno dei votanti. Per capirci, serve qualche numero. Nel 2011, negli ultimi referendum abrogativi validi (nucleare e acqua pubblica), gli elettori residenti in Italia erano 47,1 milioni, quelli all’estero 3,3 milioni, circa il 6,5% del totale. Nel 2022, ai referendum (falliti) sulla giustizia, gli elettori residenti nei confini erano un milione in meno (46,1), quelli all’estero quasi un milione e mezzo in più (4,7 milioni). In attesa che il Viminale pubblichi i dati ufficiali si può già dire che la prima parte della platea è diminuita, all’ingrosso sotto i 46 milioni, la seconda cresciuta, verosimilmente attorno ai 5 milioni, il 10% circa del totale. Basti dire che gli iscritti all’Aire, l’anagrafe dei residenti all’estero, sono passati dai 5,9 milioni del 2022 ai 6,5 milioni attuali (erano 4,1 milioni nel 2011, due milioni e mezzo nel 2001). Se alle Politiche l’effetto è sterilizzato dai collegi esteri e alle Amministrative dalla registrazione nei Comuni d’origine (che ha però l’effetto di abbassare l’affluenza), nei referendum le due platee sono una sola e quella dei residenti all’estero tende a votare assai poco: dal 16 al 23% in quelli abrogativi. Applicando al 2011 le proporzioni odierne, per dire, l’affluenza avrebbe perso un punto e mezzo (dal 54,8 al 53,3%). Non solo: a guardare i flussi annuali questo processo è ben lontano dall’essere concluso e avrà, dunque, effetti ancora maggiori in futuro. Si può certo, legittimamente, puntare sul fallimento di un referendum, farlo lasciando in vigore questa specie di quorum a ostacoli basato su numeri irreali significa invece puntare sul fallimento di ogni forma di democrazia diretta (che poi pure quella indiretta non è che se la passi così bene…).

Applicare la Costituzione è andare alle urne e votare Sì

 Sottosopra *5 Giugno 2025

C’è chi dice che serve politicizzare, che conta la tattica, l’opportunità della spallata, il riflesso elettorale. Non ascoltateli: perdereste un’opportunità. Perché il prossimo fine settimana, con la manifestazione per Gaza convocata sabato 7 giugno dalle opposizioni unite e la consultazione referendaria domenica e lunedì, c’è infine l’occasione di far sentire la propria voce, di essere protagonisti. Di uscire dall’angolo in cui l’erosione progressiva dello spazio democratico e della rappresentatività ha cacciato la maggioranza della popolazione, allargando il divario tra chi (s)governa il Paese nel solco dell’autoritarismo e il sentire comune di chi in tre decenni di neoliberismo ha subito la costante riduzione dei propri diritti, nonché di chi assiste con angoscia allo sterminio in corso a Gaza aspettando che l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni dica una parola forte per segnalare che non è tollerabile, né tollerato: non in nostro nome.

L’opportunità che si prospetta, insomma, è quella di manifestarsi, e contare. Ed è proprio per questo che tanto i referendum quanto la chiamata alla piazza fanno paura a una politica che dimentica di essere al servizio dei cittadini, a prescindere dalle appartenenze partitiche e dalle ritorsioni incrociate di piccolissimo cabotaggio in momenti drammatici della storia. Non si spiegherebbero altrimenti i tentativi di indebolire la partecipazione, a partire dalla seconda carica della Repubblica – evidentemente mai sufficientemente consapevole dell’importanza del ruolo super partes attribuitogli – che spiega che ai referendum farà “propaganda per l’astensione”, o la presidente del Consiglio che dice che “andrà al seggio ma non ritirerà le schede”, ergo, finirà conteggiata tra coloro che non votano. Non si tratta d’altro che di tatticismi per cercare di depotenziare le voci di un popolo fatto di orientamenti diversi, ma capacissimo di riconoscere torti e ingiustizie. A partire dai 2,5 milioni di persone che si sentono italiane, spesso sono nate in Italia ma non hanno la cittadinanza: basta un Sì sulla scheda referendaria per ridurre da 10 a 5 anni il tempo di residenza legale necessario per ottenerla, con un ampliamento di possibilità e diritti che può cambiare la loro vita ma anche quella del Paese, segnato dall’inverno demografico e dalla mancanza di vitalità che comporta, anche per il tessuto socio-imprenditoriale. O come tutti coloro che hanno sentito definire “illegittimo” il proprio licenziamento da un magistrato, ma in virtù della disgraziata riforma del Jobs Act hanno perso il diritto, e l’associata dignità, di riaverlo indietro. O che, sempre votando Sì, potranno incidere direttamente sulla precarietà a cui è consegnata stabilmente il 30% della forza lavoro, nonché alla sicurezza del loro luogo di lavoro, perché sono offensive le lacrime di coccodrillo di chi piange tre vite umane al giorno per incidenti “professionali” e poi tollera che si possa speculare proprio sulla sicurezza. Non c’entra insomma la politica partitica, se non nel senso di fornire segnali: siamo qui e non ci va più bene.

Non vogliamo che il nostro Paese sia complice di un massacro in mondovisione in nome di interessi e amicizie – quali esattamente possono giustificare quanto Israele sta facendo a Gaza? – né vogliamo vedere i principi della Costituzione schiacciati dal piccinismo di bottega: il sì ai quattro quesiti referendari sul lavoro e a quello sulla cittadinanza sono infatti esattamente lo strumento per attuare la Carta. E quindi bisogna farsi vedere, e sentire, nel fine settimana: essere protagonisti del cambiamento. Riprendere in mano il proprio destino. E lottare per quello di chi non ha altra possibilità che affidarsi a noi per farlo.

Per il Forum Disuguaglianze e Diversità

Il quorum a ostacoli dei referendum

 Marco Palombi  5 Giugno 2025

Come forse qualcuno sa domenica e lunedì si vota: no, non sul colpevole di Garlasco, come pure potrebbe sembrare, ma per 5 referendum. Non ci occuperemo qui del merito dei quesiti, ma di un fatterello non irrilevante, ancorché poco sottolineato, rispetto all’istituto referendario in sé e alla sua capacità di essere uno strumento funzionante di democrazia diretta: la questione della crescita abnorme della platea elettorale che risiede all’estero, che fa registrare una strutturale bassa affluenza al voto e rende ancor più complicato arrivare al fatidico 50% più uno dei votanti. Per capirci, serve qualche numero. Nel 2011, negli ultimi referendum abrogativi validi (nucleare e acqua pubblica), gli elettori residenti in Italia erano 47,1 milioni, quelli all’estero 3,3 milioni, circa il 6,5% del totale. Nel 2022, ai referendum (falliti) sulla giustizia, gli elettori residenti nei confini erano un milione in meno (46,1), quelli all’estero quasi un milione e mezzo in più (4,7 milioni). In attesa che il Viminale pubblichi i dati ufficiali si può già dire che la prima parte della platea è diminuita, all’ingrosso sotto i 46 milioni, la seconda cresciuta, verosimilmente attorno ai 5 milioni, il 10% circa del totale. Basti dire che gli iscritti all’Aire, l’anagrafe dei residenti all’estero, sono passati dai 5,9 milioni del 2022 ai 6,5 milioni attuali (erano 4,1 milioni nel 2011, due milioni e mezzo nel 2001). Se alle Politiche l’effetto è sterilizzato dai collegi esteri e alle Amministrative dalla registrazione nei Comuni d’origine (che ha però l’effetto di abbassare l’affluenza), nei referendum le due platee sono una sola e quella dei residenti all’estero tende a votare assai poco: dal 16 al 23% in quelli abrogativi. Applicando al 2011 le proporzioni odierne, per dire, l’affluenza avrebbe perso un punto e mezzo (dal 54,8 al 53,3%). Non solo: a guardare i flussi annuali questo processo è ben lontano dall’essere concluso e avrà, dunque, effetti ancora maggiori in futuro. Si può certo, legittimamente, puntare sul fallimento di un referendum, farlo lasciando in vigore questa specie di quorum a ostacoli basato su numeri irreali significa invece puntare sul fallimento di ogni forma di democrazia diretta (che poi pure quella indiretta non è che se la passi così bene…).

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