AHI SERVA EUROPA…. da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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AHI SERVA EUROPA…. da IL MANIFESTO

L’Europa destabilizzata dai tre imperi vicini

GUERRA UCRAÌNA. Questa nuova debolezza, dell’Ue, alimentata dalla guerra, può anche non dispiacere a Washington, ma è un azzardo: potrebbe costare più caro del Vietnam e dell’Afghanistan

Marco Bascetta  09/06/2022

Mentre l’Europa tace o balbetta, in stato confusionale, a «una sola voce», confondendo le sue ragioni politiche con quelle della Nato, quel poco che resta della sua «differenza» e autonomia di pensiero è tenuto in vita da Amineh Kakabaveh, deputata di origini curdo-iraniane del parlamento svedese, decisamente contraria all’ingresso della Svezia nell’Alleanza atlantica. Con il suo voto di astensione ha infatti salvato dalla sfiducia il governo.

Deciso ad abbandonare la storica neutralità svedese, di Magdalena Andersson, ma a un patto. Che Stoccolma non si pieghi al diktat del sultano turco il quale pretende, per dare il suo consenso all’ingresso della Svezia nella Nato, l’estradizione degli esuli curdi in quel paese (tra i quali figura la stessa Amineh Kakabaveh), nonché la rinuncia di Stoccolma a sostenere la resistenza curda nel Rojava contro l’aggressione turca e la politica di annientamento condotta da Erdogan nel nord della Siria. Il regime di Ankara, in nome della sicurezza, occupa militarmente territorio straniero, sebbene in misura per il momento minore a quella praticata da Putin e si prepara comunque a una nuova offensiva nella tollerante indifferenza delle democrazie occidentali.

CHE L’EUROPA non proferisca verbo contro un «autocrate» (la qualifica non è esclusivo appannaggio di Putin) che pretende da un paese sovrano il fiancheggiamento delle proprie politiche di repressione è già una miserabile porcheria. Ma, agli antipodi dalla limpida presa di posizione di Kakabaveh registriamo anche l’opportunistico cedimento di Ursula von der Leyen, disposta a sbloccare i finanziamenti comunitari destinati a Varsavia in cambio di un compromesso sull’autonomia della magistratura che si configura come una risibile caricatura dello stato di diritto, in un paese che si accinge a istituire il registro poliziesco delle gravidanze. Mentre a Victor Orbán viene consentito, oltre che di rifornirsi del petrolio russo, di depennare dalla lista dei sanzionati uno dei principali pilastri del regime putiniano: il patriarca omofobo, zarista e guerrafondaio Kirill. L’Unione europea non era caduta mai così in basso.

Questa è l’Europa dei “von” contro quella degli esuli e dei partigiani della democrazia e dei diritti umani. L’Europa che sovvenziona la dittatura di Ankara per scaricare il peso degli esuli e dei migranti, fornendo così al regime di Erdogan un potente strumento di ricatto e una massa di manovra da impiegare nelle sue mire espansioniste.

ED È UN’EUROPA moribonda, la cui retorica sui «valori» è inversamente proporzionale alla pratica cinica e opportunista che la caratterizza. Senza risparmiare nessuna forza politica. A cominciare dalla conversione bellicista dei Verdi tedeschi. Questo relitto in balia degli eventi, l’Unione europea, è assediato, per restare su questa riva dell’Atlantico, da almeno tre nostalgie imperiali tutte tradotte più o meno direttamente in politiche attive. La prima è evidentemente quella russa, tesa a recuperare egemonia sull’est d’Europa e a non subordinare più il proprio processo di accumulazione a modelli, forme e «buone maniere» di provenienza occidentale. Mosca prende commiato dall’Europa, troppo atlantica, per costruirsi uno spazio autonomo e autoritario dentro lo squasso della globalizzazione. La scorciatoia della guerra dimostra però quanto accidentato, improbabile e gravido di imprevedibili rischi, sia questo percorso.

La seconda è quella ottomana. La Turchia di Erdogan ha cessato di bussare alla porta della Ue e di esibire stitiche credenziali democratiche per condurre una propria politica di potenza nel Mediterraneo, dalla Siria, alla Libia, al mare Egeo. Sempre più simile alla Russia di Putin con la quale coltiva intensi rapporti e reciproci favori. Forte della sua appartenenza alla Nato e della sua decisiva posizione geografica, sfrutta la guerra in Ucraina per occupare un ruolo centrale, consolidare la natura autoritaria del regime e allargare la sua sfera di influenza. Al colmo della prepotenza si sente in diritto di dettare legge in Svezia e Finlandia.

LA TERZA, CHE PUÒ anche apparire folcloristica, tanto più quando si manifesta nelle sgangherate esibizioni di Boris Johnson, nel giubilo di once, yarde, pollici e pinte, è quella britannica. Ma non conviene prenderla troppo alla leggera. Londra va sviluppando nell’Est europeo una propria politica del tutto distinta da quella europea, e sta spingendo per una escalation della guerra in Ucraina che tende a forzare e sopravanzare la relativa prudenza dell’Unione, accreditandosi come partner più affidabile, deciso e solidale in molti paesi dell’ex blocco sovietico con l’intento, assai poco velato, di soppiantare l’ingombrante presenza tedesca che ha dominato la scena negli anni di Kohl e di Merkel. Sempre più chiaro è il fatto che Brexit non costituiva solo una uscita dalla Ue, ma l’esordio di una politica contro di essa (come dimostra del resto la crescente discriminazione nei confronti dei cittadini comunitari). Mettendo perfino ideologicamente in conto di subire qualche serio danno da questa separazione conflittuale.

Il fatto che il Vecchio continente venga indebolito e destabilizzato dalle ambizioni imperiali che lo circondano, potentemente alimentate dalla guerra, può anche non dispiacere a Washington, ma si tratta di un azzardo spericolato e non sarebbe la prima volta che gli Usa sbagliano i conti, dal Vietnam all’Afghanistan. E questa volta potrebbe perfino costare molto più caro

Senza una riforma federale l’Europa resta un vaso di coccio

L’Unione è divisa sul dare continuità al Next Gen.Eu. Non c’è accordo su una «programmazione democratica», termine abbandonato dalla sinistra, per nuove misure

Gaetano Lamanna  09/06/2022

Una guerra mondiale è in corso, in Ucraina si combatte con le armi, ma la battaglia infuria, a livello globale, sul fronte energetico, su quello finanziario, alimentare, delle materie prime, dell’informazione. L’economia vira verso la recessione mentre l’inflazione s’impenna e penalizza i redditi medio-bassi. Nei paesi poveri diventa concreta la minaccia di carestie. Quanti fino a ieri magnificavano le virtù di una globalizzazione all’insegna degli animal spirits del capitalismo, ora innestano la retromarcia proponendo processi di deglobalizzazione tanto rapidi quanto illusori. Intanto si aggrava la crisi climatica, continua il dramma dei migranti, crescono le disuguaglianze sociali e territoriali, nuovi pericoli incombono sulla salute pubblica.

DI FRONTE A UN’EMERGENZA globale di tale portata, appare evidente l’inadeguatezza politica dell’Ue. La sua iniziativa è inefficace. Non è all’altezza del ruolo che, per storia e per cultura, le spetterebbe. Sono limiti che derivano dalle sue stesse origini. Nata come mercato unico (il Mec prima e la Cee dopo), si è dotata successivamente di una moneta unica. Ma non ha mai goduto di veri poteri, che i singoli Stati hanno gelosamente tenuto per sé. Da qui la farraginosità e la lentezza delle decisioni. Il veto di un solo paese (vedi l’ungherese Orban nel caso dell’embargo sul petrolio russo) è sufficiente per bloccare ogni risoluzione di rilievo. Le cause della debolezza politica e della mancanza di una autonomia strategica dell’Ue stanno tutte, insomma, in una mission priva di anima: il rispetto del Patto di Stabilità e Crescita. Il mito della «stabilità» e il dogma della «crescita».

LA COSTRUZIONE EUROPEA è, dunque, avvenuta tutta dentro una visione mercatista, che si è consolidata nel tempo, soprattutto con la globalizzazione e con la caduta del blocco sovietico. Per una sorta di divisione del lavoro, all’Ue è stato affidata la governance dell’economia e degli scambi, mentre l’alleato americano ha tenuto per sé le decisioni strategiche, le innovazioni tecnologiche, le relazioni internazionali, il controllo – insieme alla Nato – dei conflitti e delle tensioni geopolitiche. Questo schema, alla prova dei fatti, non ha retto.

A partire dagli anni ’90 si sono susseguite crisi finanziarie a ripetizione. La più grave, deflagrata nel 2007 negli Usa, si è propagata in tutti i continenti. In alcuni paesi europei, fra cui l’Italia, si è prolungata fino al 2015, stremando le popolazioni con le famigerate «cure da cavallo»: misure restrittive, pesanti tagli al Welfare, bassi salari e rapporti di lavoro sempre più precari. Inoltre, in giro per il mondo, si sono moltiplicati i teatri di guerra. Gli Usa hanno preteso di ergersi a guardiani della «civiltà liberale occidentale», teorizzando anche l’«esportazione della democrazia». La Cina, dal canto suo, dando vita ad una forma singolare di «economia socialista di mercato», è diventata protagonista di una crescita straordinaria e contende agli Stati Uniti il primato tecnologico. Su tutte le questioni – economiche, finanziarie, geopolitiche – l’Ue è a rimorchio degli eventi, agisce di rimessa rispetto alle finalità e a gli interessi di tre grandi colossi, quali sono Usa, Russia e Cina.

IN UN SUO RECENTE intervento, il presidente francese Macron ha posto il tema del passaggio ad una «comunità politica europea», rimarcando così l’insufficienza di una dimensione prevalentemente «economica». Dalle sue parole traspare, però, un’idea di comunità politica come mero prolungamento della comunità economica, non già come la configurazione di una Unione a cui i 27 Stati-nazione trasferiscano quote significative di «sovranità». Cambiare non è facile. I governi non sono propensi a cedere funzioni e competenze ad organismi sovranazionali. L’alleato americano, da parte sua, tra un’Europa forte e autonoma – con un bilancio comune, con una politica estera e di difesa – e un’Europa debole e divisa, preferisce la seconda.

SIAMO ENTRATI IN UNA FASE politica nuova e complessa. Tutto spinge verso il rafforzamento e il coordinamento delle politiche pubbliche a livello europeo. Ma l’Unione è divisa sulla prospettiva di dare continuità al Next Gen.Eu, l’unica vera novità, pur con molti difetti. Non c’è accordo su interventi economici e sociali da realizzare con un’ottica di «programmazione democratica», termine desueto in una sinistra di complemento al pensiero liberista, ma di grande attualità per una sinistra socialista ed ecologista che ambisca, invece, ad un ruolo di cambiamento.

Il futuro dell’Ue si gioca nel passaggio da un governo «tecnico», qual è in sostanza l’attuale Commissione europea, a un governo politico di tipo federale. La sostituzione dell’unanimità con un voto a maggioranza nelle decisioni diventa questione dirimente per dare senso e contenuti nuovi all’Unione. Per estenderne i poteri alle politiche fiscali e di bilancio, a quelle energetiche, alla politica estera e di difesa, alle politiche sociali e del lavoro. Forse è l’occasione buona per lanciare, da sinistra, una sfida non velleitaria, ma vincente, ai partiti sovranisti e di destra.

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