UN PROGETTO POLITICO NEL SEGNO DEL COMANDO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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UN PROGETTO POLITICO NEL SEGNO DEL COMANDO da IL MANIFESTO

Un progetto politico nel segno del comando

Mauro Palma  22/03/2026

La politica dietro la tecnica Il Parlamento è stato di fatto esautorato dalla sua titolarità del confronto. Questa premessa riassume la connotazione culturale di cui la riforma è figlia. La disputa tecnica non ha significato se non si è in grado di leggere la valenza politica di questa riforma, in una fase densa di penalità securitaria

Non è una questione di “sacralità” del testo della nostra Costituzione – così come con stravagante ironia alcuni convinti assertori del Sì leggono la posizione di chi non intende confermare la sua attuale riforma. Nessun testo, in uno Stato laico, è teoricamente esente dalla doverosa continua lettura di congruità con i mutamenti rapidi del presente. È invece una questione di rappresentatività effettiva di tale lettura e, quindi, del ruolo centrale da riservare al Parlamento quale luogo della rappresentanza della collettività che attorno a quella Carta si riconosce.

Non è una questione di “sacralità” del testo della nostra Costituzione – così come con stravagante ironia alcuni convinti assertori del Sì leggono la posizione di chi non intende confermare la sua attuale riforma. Nessun testo, in uno Stato laico è teoricamente esente dalla doverosa continua lettura di congruità con i mutamenti rapidi del presente. È invece una questione di rappresentatività effettiva di tale lettura e, quindi, del ruolo centrale da riservare al Parlamento quale luogo della rappresentanza della collettività che attorno a quella Carta si riconosce.

Il Parlamento è il luogo del confronto e del dialogo, essenziali nella definizione dei principi, dei diritti, dei doveri e delle linee ordinamentali che la Costituzione esprime. L’esecutivo, in ogni ipotesi di nuove articolazioni o di emendamenti dell’esistente dovrebbe porsi di lato, non interferente: Pietro Calamandrei lo ricordava – e le sue parole sono state riprese anche in queste settimane – nell’ipotizzare perfino l’assenza del governo dai propri banchi quando si sarebbe trattato di discutere della Costituzione. Perché l’incidenza o la sovrapposizione del governo in questo ambito finiscono per determinare un disquilibrio implicito nella separazione dei poteri e nel loro bilanciamento come asse centrale di una democrazia. Eppure la riforma su cui siamo chiamati a esprimerci oggi e domani ha di fatto esautorato il Parlamento dalla sua titolarità del confronto.

L’iter seguito è stato connotato da una sovrapposizione governativa sulla possibilità di confronto parlamentare che sembra richiamare quella schmittiana prevalenza della decisione sugli “orpelli” che una dialettica democratica richiede con la separazione di ambiti e poteri e la scrupolosa centralità del rispetto delle regole. La centralità della decisione sulla riflessione e la discussione è stata all’origine delle votazioni di un Parlamento già abituato al silenzio di fronte all’iniziativa legislativa ormai assunta dall’esecutivo a suon di decreti e così estesa anche alle regole fondamentali, nonché alla volontà frettolosa di andare alla scadenza referendaria, con la certezza di una rapida conferma, quasi a risolvere un’incombenza aggiuntiva.

Questa premessa non va letta come critica meramente procedurale, in fondo laterale e aggiuntiva rispetto alla centralità del dibattito, perché riassume invece la connotazione culturale di cui è figlia la riforma su cui siamo chiamati a esprimerci: ne indica l’impostazione di sbilanciamento, indipendentemente dalla lettura tecnica dei singoli emendamenti. Infatti, apre alla sua specificità totalmente politica, così come totalmente politico è stato ed è il confronto in questa campagna referendaria: la traslazione effettuata, da parte della propaganda governativa, da quesiti modulati all’interno della giustizia penale a espressione sui limiti e sui poteri dell’esercizio della giustizia in sé, anche intervenendo pretestuosamente su casi di cronaca, è alla base di tale progressivo slittamento, volto a raccogliere consenso attorno a quelle disfunzioni del sistema della giustizia che nulla hanno a che vedere con quanto la riforma prefigura.

Del resto, l’eventuale considerazione di un necessario maggiore allineamento del processo a quanto delineato dall’articolo 111 della Costituzione, che appartiene alle “norme sulla giurisdizione”, avrebbe richiesto un intervento sul processo stesso, ottenibile con legge ordinaria, e non sugli articoli della sezione precedente, quella di “ordinamento giurisdizionale”, modificando così la logica di mutua regolazione degli organi di controllo. Ma proprio questa incidenza era il “segno” che si voleva con la riforma.

Debole è poi il tema, più volte avanzato, della ricerca di assoluta simmetria tra accusa e difesa, quale implicita piena applicazione di un sistema accusatorio, perché tale assolutezza non è in linea con quanto richiesto dallo stesso articolo 2 della legge delega per il nuovo codice di procedura penale del 1987, che dava criteri di forte avvicinamento nel nostro sistema a un’impostazione accusatoria, mai però identificando il ruolo della magistratura requirente come “avvocato dell’accusa”. Soprattutto indicava la parità delle parti in termini di opportunità, regole, accesso, mai negando il ruolo plurale del pubblico ministero, chiamato anche a individuare gli elementi di debolezza dell’accusa stessa.

Sono temi, questi, di cui era bene discutere e che troppo spesso hanno trovato scivolamenti anche da parte di taluni che oggi rifiutano la riforma solo però temendo che diminuisca l’azione di controllo di legalità sui pubblici poteri, quasi che soltanto in ciò si attui il rendere giustizia. Sono temi che vanno affrontati senza cedimenti – che pure si sono visti – a pulsioni di scarso garantismo.

Resta però una questione di fondo: la disputa tecnica non ha significato se non si è in grado di leggere la valenza politica di questa riforma, in questa fase densa di penalità securitaria e in questa rapida ricerca del consenso affermativo popolare. Stupisce che anche persone abituate a riflettere sulla valenza politica di ogni azione di rilevanza sociale, fino a riconoscere che la stessa sfera personale ha un significato strutturante sul piano politico, si possano trincerare dietro la disquisizione strettamente tecnica di ciò su cui siamo chiamati a esprimerci. Perché la tecnica quando cela la dimensione politica di ciò che siamo chiamati a leggere e valutare, di fatto finisce con l’assumere la funzione ancor più politica di conferma del potere.

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