TU CHIAMALA SE VUOI: EVOLUZIONE 3
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
23459
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-23459,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.6,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.13,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-8.2,vc_responsive

TU CHIAMALA SE VUOI: EVOLUZIONE 3

L’IA e il trucco semantico del potere

Pasquale Liguori   27 Marzo  2026|

Su L’inganno dell’intelligenza artificiale di Emily M. Bender e Alex Hanna (Fazi Editore, 2026, pp. 324, € 20,00)

Prima di poter criticare una struttura di potere occorre sottrarsi al linguaggio con cui essa si racconta perché ogni dominio efficace comincia con la colonizzazione del vocabolario. È questa la ragione per cui L’inganno dell’intelligenza artificiale di Emily M. Bender e Alex Hanna merita di essere letto come qualcosa di più e di diverso rispetto all’ennesimo pamphlet contro la Silicon Valley. Di fatto, il volume si presenta come un atto di igiene concettuale che restituisce al pensiero critico la possibilità di nominare ciò che effettivamente accade quando parliamo di intelligenza artificiale.

La mossa fondamentale delle autrici – una linguista dell’Università di Washington coautrice del celebre articolo sui “pappagalli stocastici” e una sociologa che ha lavorato nel team di etica dell’IA di Google prima di lasciare l’azienda nel 2022 – consiste nel rifiutare la locuzione “intelligenza artificiale” quale categoria analitica per riqualificarla come puro termine di marketing, un contenitore semantico deliberatamente vuoto che consente di attribuire alle macchine facoltà che non possiedono e di giustificare con questa attribuzione fantasmatica operazioni economiche che senza quella copertura semantica si mostrerebbero nella loro cruda materialità estrattiva. I modelli linguistici non pensano e non comprendono: estrapolano sequenze di testo statisticamente plausibili a partire da enormi quantità di materiale altrui e la scelta di chiamarli “intelligenti” non descrive una proprietà del sistema ma produce un effetto nel pubblico, esattamente come la scelta di chiamare cloud, “nuvola”, un complesso industriale di silicio, acciaio, acqua ed energia la cui pesantezza materiale svanisce dentro una metafora meteorologica che evoca leggerezza. Non siamo al cospetto di una sottigliezza accademica: è una questione di potere, perché l’uso sistematico di verbi come “apprendere”, “ragionare” o “comprendere” per descrivere operazioni di calcolo matriciale garantisce ai sistemi automatizzati un’autorità che non hanno mai guadagnato e induce legislatori, educatori e cittadini a fidarsi di output algoritmici come se provenissero da entità senzienti.

La ridefinizione proposta dal volume – chiamare i chatbot simulatori di conversazione, i generatori di testo macchine per l’estrusione di testo sintetico e, più in generale, sostituire l’etichetta IA con la designazione operativa, assai meno seducente, di automazione – elimina il fascino fantascientifico e sposta il dibattito su un terreno sindacale, economico, materiale, dove si smette di discutere di scenari alla Terminator e si comincia a interrogarsi su dinamiche assai più terrene e urgenti: chi estrae valore dal lavoro altrui, chi paga il costo ambientale delle infrastrutture, chi perde il proprio mestiere e chi lo vede degradato al rango di revisore di errori algoritmici. Vero è che la pressione esercitata dalle grandi piattaforme sui governi nazionali non si limita all’ambito tecnologico ma investe direttamente la sovranità politica: le esenzioni fiscali concesse per attirare data center, l’accesso prioritario alle risorse energetiche e idriche garantito a infrastrutture private che producono profitti esportati altrove, la trasformazione di intere comunità in zone di sacrificio ambientale in nome di un progresso i cui benefici si concentrano lontano dalle aree sfruttate, sono tutti fenomeni che il vocabolario critico offerto da Bender e Hanna aiuta a nominare correttamente e dunque a contrastare. Il libro si inserisce così in una tradizione che ha recuperato una dignità perduta, quella del luddismo storico inteso non come paura irrazionale della tecnologia ma come resistenza organizzata ai costi sociali dell’automazione imposta dal capitale.

L’altro contributo decisivo del volume è lo smontaggio della falsa dicotomia che domina il discorso pubblico sull’IA, quella fra promotori che promettono un’utopia di produttività infinita e catastrofisti che avvertono del rischio di estinzione umana per mano di una superintelligenza ribelle. Bender e Hanna mostrano che le due posizioni, apparentemente opposte, condividono il medesimo presupposto infondato – e cioè che l’intelligenza artificiale sia onnipotente e il suo sviluppo una forza inevitabile della natura – e che questa convergenza narrativa serve esattamente gli interessi dell’industria, distraendo l’attenzione dai danni concreti, attuali e misurabili: il furto sistematico di dati e opere creative, il lavoro invisibile di eserciti di lavoratori a contratto impiegati nel Sud globale per etichettare dati e filtrare contenuti traumatici, la sostituzione di servizi umani con surrogati automatizzati di qualità inferiore, la privatizzazione del sapere collettivo restituito al mercato sotto forma di servizio.

Alcune riserve che stampa scientifica e critica anglosassone hanno sollevato – e cioè che il volume tende a trattare l’intero spettro del machine learning alla stregua dei soli modelli generativi, sottovalutando applicazioni che funzionano e producono benefici documentabili – meritano di essere prese sul serio non per invalidare il libro ma per coglierne la collocazione precisa che non è quella di un bilancio complessivo delle tecnologie computazionali, bensì lo smontaggio della macchina retorica con cui l’industria le presenta, un’operazione nella quale la decisione di non concedere troppo terreno alla narrazione del progresso ha una logica strategica comprensibile anche se non priva di costi sul piano dell’equilibrio analitico.

Resta un livello che il libro sfiora senza raggiungerlo compiutamente e che costituisce il terreno sul quale il suo contributo andrebbe esteso: la funzione dell’hype non soltanto come inganno retorico ma come meccanismo di accumulazione, come forma specifica di produzione di valore nella quale la promessa tecnologica non precede l’estrazione ma ne è essa stessa un momento produttivo. L’hype attira investimenti, gonfia capitalizzazioni, giustifica ristrutturazioni, accelera la sostituzione del lavoro vivo e in questo senso non è il travestimento della rendita computazionale ma ne è una componente strutturale. Comprendere questo nesso fra narrazione e accumulazione – fra la dimensione linguistica che Bender e Hanna padroneggiano e la dimensione economico-politica nella quale il calcolo funziona come nuova forma di recinzione della cooperazione umana – significherebbe portare la critica dal piano della demistificazione a quello della trasformazione, dall’analisi del linguaggio del padrone alla costruzione di un’intelligenza restituita al comune. Ed è precisamente in questa direzione che il contributo delle autrici risulta necessario, perché nessuna proposta di socializzazione delle infrastrutture cognitive può radicarsi nel dibattito pubblico finché quel dibattito resta prigioniero del vocabolario dell’industria, finché si continua a parlare di intelligenza dove c’è statistica e di creatività dove c’è interpolazione. Il primo atto di ogni emancipazione è linguistico e L’inganno dell’intelligenza artificiale fornisce gli strumenti per compierlo.

No Comments

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.