LA MOBILITAZIONE POPOLARE È LA VIA D’USCITA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA MOBILITAZIONE POPOLARE È LA VIA D’USCITA da IL MANIFESTO

La mobilitazione popolare è la via d’uscita

Filippo Barbera  27/03/2026

Sinistra La lezione di Polany

La soluzione fascista all’impasse del capitalismo liberale consiste in una «riforma dell’economia di mercato raggiunta al prezzo dell’estirpazione di tutte le istituzioni democratiche tanto nel campo dell’industria che in quello della politica». Parole che si adattano in modo sorprendente alla situazione odierna, se non fosse che sono state scritte quasi un secolo fa da Karl Polanyi nel saggio The essence of fascism (in La grande trasformazione, Einaudi 2010, con il titolo, invero meno efficace, La storia nel meccanismo del mutamento sociale).

Polanyi scrive appunto del fallimento delle istituzioni liberali su cui poggiava la nostra civiltà del 19° secolo: dall’equilibrio di potere nell’arena globale al ruolo del mercato internazionale, fino allo Stato liberale. Interpreta così i primi decenni del ‘900 come l’autodifesa della società contro l’espansione sregolata del mercato. L’unica istituzione le cui basi sociali si fondano sull’idea dell’autoregolazione, cioè sulla negazione di queste stesse basi sociali. Secondo Polanyi, il mercato si presenta come conseguenza «naturale» della tendenza innata al baratto e dell’aggregazione progressiva di mercati locali di scambio, quando è invece l’effetto dell’espansionismo politico di lunga gittata del capitale. È il commercio internazionale spinto dai cannoni ad aver creato il mercato e non viceversa.

L’autodifesa della società di fronte al fallimento della società di mercato, qui il punto cruciale sollevato da Polanyi, può essere progressiva o regressiva. Il fascismo, comunque si presenti, segue questa seconda opzione. Esso è «la rieducazione dei popoli e la snaturalizzazione dell’individuo con l’obiettivo di renderlo incapace di funzionare come unità responsabile del corpo politico». Di nuovo, parole che risuonano come la descrizione attualizzata del disegno autoritario in corso, dai decreti sicurezza alle zone rosse, fino alla messa in mora dei diritti civili e sindacali. Il referendum sulla riforma della magistratura è stato un tassello cruciale di questo disegno, insieme al “premierato” e alla proposta di legge elettorale. La distruzione dello Stato liberale di cui scrive Polanyi passa dal rafforzamento del potere esecutivo, che può avvenire in modo dirompente o attraverso un processo a «bassa intensità» ma coerente nei suoi scopi ultimi.

Come contrastarlo? Anche qui il grande studioso ci indica la strada. Il fascismo non è un “movimento popolare”, ma è un rapporto tra élite che sussume al proprio interno, distorcendolo, il rapporto di rappresentanza élite-popolo. La sua forza non dipende dal numero dei suoi aderenti, ma dall’influenza delle persone potenti e autorevoli di cui i capi fascisti hanno il consenso. Per questo, la via d’uscita che il fascismo più teme è la mobilitazione popolare. Quella davvero capace di metterlo in scacco, l’unica in grado di rompere l’asse tra classi di dirigenti – spesso sedicenti liberali o che sbraitano in difesa del mercato quando vogliono solo più rendita protetta – che lo sostiene.

Questo è ciò che è accaduto con le piazze piene pro-Gaza, con la Flottila e le altre mobilitazioni di massa. Mobilitazioni la cui natura popolare è stata possibile perché non è caduta nella trappole della “guerriglia urbana” e dell’avanguardismo e ha difeso – contro la facili strumentalizzazioni -la natura diffusa e partecipata di tutte le manifestazioni.

La manifestazione del 28 marzo Together No Kings, cui hanno aderito circa 700 sigle, ha esattamente questa impostazione. Una manifestazione «contro le destre, le politiche repressive e belliciste dei governi», che si svolgerà in contemporanea con l’omonima manifestazione di Londra e con il No Kings Day negli Stati Uniti e prima della partenza della Global Sumud Flotilla verso la Striscia di Gaza, prevista per il mese di aprile 2026.

Il ritorno, oggi, delle stesse dinamiche che hanno caratterizzato i primi decenni del ‘900 ci pone di fronte al medesimo bivio: difendere la società dal mercato in modo regressivo o progressivo. Radicalizzare la democrazia o negarla. Le grandi infrastrutture della democrazia novecentesca – gli statuti, i parlamenti, i partiti di massa, i sindacati, le reti associative – non sono nate dal nulla. Sono emerse da un lungo processo di lotta e costruzione da parte di organizzazioni che hanno operato per decenni in un “vuoto istituzionale”, spesso fuori dallo Stato e contro il mercato, costruendo competenze organizzative, solidarietà orizzontali e identità collettive di massa.

Karl Polanyi ne La grande trasformazione ce lo ricorda. A noi il compito di applicare la sua lezione politica. Senza paura ma con cautela, perché la sconfitta referendaria della destra al governo non la renderà meno aggressiva, anzi. Per reggere, bisogna stare vicini, serrare le file e spingere la mobilitazione popolare.


Tra urne e piazza, un protagonismo che non delega

Carlotta Cossutta  27/03/2026

No Kings Questa partecipazione femminile e giovanile non è il risultato di una dimensione biologica, ma racconta dell’urgenza di chi si trova schiacciato da politiche che agiscono direttamente sul suo corpo e sulla sua vita

Il 3 aprile 1964 Malcolm X pronuncia il discorso passato alla storia come The ballot or the bullet in cui pone le basi del nazionalismo nero ma si interroga anche sul rapporto tra rivolte sociali e schede elettorali, sulle lotte per i diritti che vengono sempre tradite nelle logiche parlamentari.

Malcolm X afferma che «è tempo di diventare più maturi politicamente e di capire a che cosa serve la scheda, di capire che cosa abbiamo diritto di ottenere quando esprimiamo il nostro voto».

Senza fare paragoni impropri, possiamo dire che il voto al referendum ha mostrato questa maturità politica. In questi giorni è stato spesso interpretato come un punto di partenza ma è anche un punto di arrivo. Può essere interpretato allo stesso tempo come un voto di protesta e un voto di posizione, come l’apertura di uno spazio di possibilità e cambiamento ma anche come l’esito di una trasformazione già in atto che ha scelto di capire «a cosa serve la scheda», non in assoluto, ma qui e ora.

Se è vero che non siamo all’indomani di una rivolta, non è però un caso che a trainare il voto del no siano state le donne e i giovani, che in questi anni si sono allenate alla pratica della disobbedienza volontaria. Se da un lato, infatti, in questi ultimi anni abbiamo visto costantemente calare la partecipazione alle forme tradizionali della politica, dal voto alle iscrizioni ai partiti, abbiamo anche visto il radicarsi di movimenti e forme di lotta che sceglievano altre strade, impreviste e imprevedibili. È stato questo il caso di Fridays for future, per esempio, o delle mobilitazioni globali di Non una di meno, o delle accampate per la Palestina che si sono susseguite nelle università e nei cortei che le hanno seguite. Forme di mobilitazione che molto spesso non sono state viste o ascoltate dalla politica tradizionale, ancorata a lessici, culture e forme della partecipazione incapaci di leggere le nuove articolazioni dei bisogni e le priorità di soggetti esclusi dalla rappresentazione classica della sfera pubblica.

Questa partecipazione femminile e giovanile non è il risultato di una dimensione biologica, ma racconta dell’urgenza di chi si trova schiacciato da politiche che agiscono direttamente sul suo corpo e sulla sua vita. Da un lato, infatti, la catastrofe climatica e il proliferare delle guerre impediscono di immaginare un futuro, messo a rischio anche dal susseguirsi di crisi economiche e di precarizzazione e impoverimento del lavoro portato avanti anche da forze politiche progressiste. Dall’alto lato le forme autoritarie del potere agiscono in nome del decoro per riportare ogni forma di vita dentro l’alveo della famiglia tradizionale e del rispetto dell’ordine, indifferenti ai desideri e alle condizioni materiali che rendono quell’ordine solo un altro nome per l’oppressione e l’esclusione.

Il no di questo referendum si configura, così, non tanto come una conservazione dell’esistente, una pura, nobile, difesa della Costituzione, ma assume il senso di una presa di posizione, con ogni mezzo necessario, volta a rifiutare le trasformazioni in atto nella società. Non si tratta in questo senso di una riscoperta della partecipazione elettorale o della dimensione del voto, ma dell’utilizzo della possibilità di votare per esprimere non solo un’opinione, ma anche una volontà. Ed è rilevante, perciò, che il primo sabato dopo questa vittoria sia già il sabato No Kings: una mobilitazione di piazza in questo caso non contrapposta al voto ma parte di quel processo che ha reso possibile questo voto, inserendolo in una riflessione più ampia contro la guerra e l’autoritarismo.

Certo, può suonare strano legare il no a un referendum presentato come un freno alla magistratura a movimenti che sono in questi stessi giorni sottoposti a una dura repressione (penso alle misure cautelari contro chi ha partecipato alle mobilitazioni milanesi per la Palestina il 22 settembre) o che, come il movimento transfemminista, sanno benissimo quanto le aule dei tribunali siano spesso il luogo di nuove forme di violenza. Eppure, sta proprio in questa contraddizione la possibilità di riconoscere che i contenuti dell’opposizione al governo che il voto esprime sono già qui, costruiti nelle piazze e nelle mobilitazioni di questi anni. Forse non hanno avuto effetti diretti nelle aule parlamentari ma hanno saputo costruire saperi e pratiche in difesa della Costituzione che sanno vedere quanto ancora sia poco applicata. A partire proprio dal rifiuto della guerra e delle forme autoritarie del potere.

«A questo punto che cosa ci resta da fare?» torna a chiederci Malcolm X. «Prima di tutto abbiamo bisogno di amici, di nuovi alleati». Anche oggi, in tutt’altra situazione, abbiamo bisogno di ricostruire un “noi” nutrito dalla partecipazione alle lotte politiche che ci hanno portato fin qui, ma capace di eccederle. Le prossime mobilitazioni possono essere un passaggio di questo percorso.

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