IL SUD FA TRIONFARE IL NO E ORA VA PRESO SUL SERIO da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL SUD FA TRIONFARE IL NO E ORA VA PRESO SUL SERIO da IL FATTO

Il sud fa trionfare il no e ora va preso sul serio

Gianfranco Viesti  27 Marzo 2026

Dei due milioni di voti che hanno fatto prevalere il No, 1,6 vengono dal Sud. Si può sostenere, senza retorica, che i meridionali abbiano svolto un ruolo decisivo per la difesa della Costituzione. Un evento sorprendente. Certo, al Sud si è votato meno: sia perché sono molto più ampie le fasce di popolazione disinteressata alla politica, sia per l’assenza fisica di molti residenti che vivono altrove. Ma il fenomeno non si è accentuato, anzi: rispetto alle Europee del 2024 i votanti al Sud sono aumentati del 10%, un po’ più della media nazionale (9,3%). E se si rapporta il numero di voti per il No al totale degli elettori, l’esito nelle province di Napoli, Bari o Palermo (fra il 30% e il 35%) è del tutto simile a quelle di Milano, Roma, Perugia, Ancona; appena inferiore a quelle di Torino e Genova (anche se lontano dai picchi di Bologna e Firenze).

Che è successo? Non lo sappiamo con certezza. Il Sud è dimenticato da molti anni; non viene studiato, ancor meno capito; non sappiamo che cosa si agiti al suo interno. Le classi dirigenti nazionali, gran parte della politica, gli intellettuali che scrivono sui giornaloni si crogiolano ancora con letture stereotipate: il regno dell’arretratezza, della spesa pubblica, dell’assistenzialismo, del clientelismo. Il voto sulla giustizia smonta anche letture più serie ma ormai superate dagli eventi. La prima, che al Sud, essendoci meno “capitale sociale”, si voti meno ai referendum rispetto alle politiche e alle locali: perché c’è meno da guadagnare individualmente. Rispetto alle recenti regionali, in Puglia ci sono stati 215.000 votanti in più, in Campania 176.000; gli stessi sostenitori del Sì non si sono certo astenuti: in Puglia sono stati quasi duecentomila in più dei votanti per il candidato presidente di centrodestra. La seconda convinzione è che il Sud sia immancabilmente filogovernativo: invece, tutte le regioni hanno votato “contro” il governo nazionale; Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria, Sicilia anche contro il governo regionale. Dobbiamo andare alla ricerca di letture aggiornate. È possibile che al Sud sia tornato a prevalere un atteggiamento di “voce” rispetto all’”uscita”, per usare la fondamentale terminologia di Albert Hirschman. Cioè si sia tornati a farsi sentire. Era già successo nel 2018 con il travolgente consenso per i 5 Stelle; per mostrarlo compariamo i loro voti sempre con il totale degli elettori: erano stati ben 30 su 100. Ma nel 2022 le cose erano molto cambiate: il consenso ai 5 Stelle era passato da 30 a 15, quello per Pd e Avs da 11 a 9 mentre quello per la destra era solo marginalmente cresciuto (da 18 a 19). Il Sud era “uscito”: gli astenuti erano saliti da 35 a 45 elettori su cento.

Al referendum è successo il contrario. Perché? Certo, al Sud si manifestano le stesse tendenze nazionali: è più simile al resto del paese di quanto si pensi. Ma conserva – come mostrano i dati – proprie specificità. E allora? Una possibile spiegazione legge questo voto come la protesta delle regioni “che non contano”, alle prese con difficili dinamiche soprattutto demografiche e sociali, e con un evidente deficit di rappresentanza e di politiche: il governo Meloni ha fatto di tutto per meritarselo. Un’altra possibile spiegazione chiama in causa il ricambio generazionale degli elettori: e questa sarebbe un gran bella notizia. Il crescente peso di una generazione più istruita e consapevole, più combattiva, che non si rassegna al declino delle proprie terre, all’emigrazione obbligata. Forse mobilitata anche dagli eventi internazionali. Ipotesi da verificare. Auspicabilmente, rianimando la discussione culturale e politica. Non è un vezzo da intellettuali. È un passaggio fondamentale per provare a trasformare il voto referendario in voto politico.

L’attuale opposizione (con parziali eccezioni) ha da tempo divorziato dal Sud: non sviluppa un’offerta politica adeguata, si affida a esponenti locali di migliore o minore qualità. E come dimenticare che qualche anno fa il Pd ha dato, con Bonaccini e Gentiloni, una spinta fondamentale all’autonomia regionale differenziata? Ora Meloni sta trasformando questa secessione dei ricchi in realtà attraverso le “pre-intese” con le regioni: ma per quanto lo faccia quasi di nascosto, e per quanto i canali televisivi e la grande stampa silenzino la cosa, evidentemente al Sud se ne sono accorti. Questo voto apre una importantissima finestra di opportunità per l’opposizione, per vincere alle politiche al Sud e quindi nell’intero paese. Cosa nient’affatto ovvia, dato che in moltissime regioni europee “che non contano” il voto si polarizza invece sull’estrema destra. Per ottenere un voto “a favore” e non solo “contro” nel Mezzogiorno non basteranno però le solite retoriche. Bisognerà prenderlo sul serio, definire proposte concrete. In pochi mesi. Anche su queste colonne, si proverà ad animare il confronto.

La vittoria presenta il conto alle opposizioni

Emiliano Brancaccio  27/03/2026

L’ora delle scelte È stato detto che bisogna avere caos dentro per generare una stella danzante. È un’immagine che descrive bene l’Italia di questi giorni. Il tentativo di Meloni e accoliti di assoggettare […]

È stato detto che bisogna avere caos dentro per generare una stella danzante. È un’immagine che descrive bene l’Italia di questi giorni. Il tentativo di Meloni e accoliti di assoggettare anche il potere giudiziario al governo è stato affossato dalla vittoria del no al referendum.

Ma come si possa trarre dal magma di opposizioni alla riforma una precisa alternativa politica, resta ancora ostico da decifrare.

Dal caleidoscopio di moventi che hanno decretato la vittoria del No, di sicuro emergono due dati cristallini.

Il primo dato è che specie al centro e al nord il sì ha prevalso nei quartieri ricchi delle città metropolitane. In gran parte, è quel mondo di proprietari e professionisti serventi che hanno fornito l’interpretazione autentica del referendum, sintetizzata nel monito di Giorgia Meloni: «Non disturbare chi vuole fare». Il sì è stato da questi inteso come l’avvio di una nuova stagione, diciamo pure di «liberismo illiberale», in cui i padroni potessero avere mani più libere anche dinanzi alla legge e ai giudici. Ebbene, il progetto di questa «ztl padronale» è uscito severamente sconfitto dal referendum.

Il secondo dato è la massa inedita di giovani, elettori ed elettrici, pervase dal timore di separarsi dalla costituzione delle origini e dalla voglia di dare concreta attuazione alla carta. Soprattutto, sconvolti dal genocidio di Gaza e disgustati dall’ignavia compiacente del governo in carica, i giovani del no hanno rivendicato l’urgenza di rivitalizzare i principi costituzionali. A partire dal ripudio della guerra, invocato come bussola operativa della politica estera.

Partendo da questi due dati, è lecito prevedere che dal gioioso caos della vittoria referendaria si generi la stella di una credibile alternativa politica? Verifichiamolo sul campo più infido: la politica economica, interna e internazionale.

All’interno, sono decenni che il padronato italiano pretende di tagliare anche gli ultimi lacci e lacciuoli con cui il legislatore, i giudici e i sindacati ostacolano i cosiddetti «liberi affari». Sono quegli stessi padroni che invocano, al contempo, generose manne di sussidi pubblici per le loro imprese, anche se decotte.

Ebbene, la sconfitta referendaria della «Ztl padronale» potrebbe essere intesa come un’occasione per mandare in soffitta questa dominante sottocultura da capitalismo retrogrado, causa principale della storica crisi di produttività del paese.

Dopo la lunga epoca di tagli dei lacci legali e generose prebende pubbliche ai padroni, potrebbe insomma farsi largo un consenso inatteso per l’opzione opposta: ossia, taglio dei sussidi alle imprese inefficienti e intensificazione dei vincoli normativi, dal rafforzamento delle regole della transizione ecologica, all’aumento dei controlli di legalità nelle aziende, al rilancio dei salari a mezzo di una rinnovata scala mobile e minimi retributivi di livello europeo, capaci finalmente di mordere gli imprenditori italiani e costringerli a innovare.

In fin dei conti, simili misure non farebbero altro che rievocare i sacrosanti «costi del progresso», sociale e civile, che attraversano lettera e spirito della costituzione repubblicana. Se interpretata in questi termini materialisti, la sconfitta referendaria della «Ztl padronale» potrebbe diventare un’opportunità per forzare l’imbolsito capitalismo italiano a intraprendere una via di concreta modernizzazione.

Beninteso, l’operazione al momento è lunare. Anche tra le forze d’opposizione, l’ideologia del più retrivo capitalismo ha fatto proseliti. Soprattutto i populisti hanno gareggiato con le destre a blandire gli imprenditori inefficienti, con tagli ai lacci normativi e prebende pubbliche. Se si vuol cogliere l’occasione, bisogna invertire la tendenza.

Resta il versante internazionale, su cui si gioca la partita più dura, sulle condizioni economiche della guerra o della pace. I massacri avvenuti in questi anni, dall’Ucraina al Tigray, dalla Siria al Sudan, dalla Palestina all’Iran, sono tutti riflessi, diretti o indiretti, della crisi egemonica dell’impero americano, afflitto dal declino di competitività e dal debito verso l’estero. Questa crisi durerà a lungo, tra fasi di quiete apparente e nuovi sussulti, che rischieranno ogni volta di gettare il mondo nel fuoco.

In questo esondare di conflitti economico-militari, l’Italia ha scelto finora un indirizzo politico subalterno agli interessi del vecchio impero. Una linea che contrasta con la vocazione del paese quale crocevia di relazioni commerciali con l’intero globo. E che asseconda le pulsioni dei più feroci guerrafondai sullo scacchiere internazionale.

Si potrebbe cambiare rotta, ancora una volta nella lettera e nello spirito di pace che pervade la costituzione. Ma anche su questo versante la strada è impervia. Nell’opposizione, specie tra le file dei democratici, restano infrattate certe smanie imperialiste verso il grande riarmo. Anche qui ci sarebbe da fare autocritica. Separare il proprio destino da quello dei pifferai della guerra capitalista sarebbe almeno un inizio.

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