DA SETTE DECENNI ISRAELE È PIÙ UGUALE DEGLI ALTRI da IL MANIFESTO
Da sette decenni Israele è più uguale degli altri
Squilibri Il diritto internazionale è affetto da una serie di debolezze: l’assenza di un «terzo» superiore, la vaghezza dei principi, l’origine europea e discriminatoria. Perché non si riduca a mera esortazione occorre che si ricostruisca un qualche equilibrio tra comunità regionali in competizione non distruttiva. Ed è necessaria anche la pressione dei popoli e dei movimenti
Luca Baccelli 16/09/2025
Diritto e uguaglianza sono stati associati in tutta la tradizione giuridica occidentale, ma il diritto internazionale sembra falsificare questa idea. La disuguaglianza è intrinseca alla struttura delle Nazioni unite, con il diritto di veto attribuito ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza che neutralizza il divieto della guerra di aggressione.
La pratica dei doppi standard è stata la regola nell’applicazione del diritto internazionale umanitario, che dovrebbe regolare i conflitti armati. E nonostante il principio di uguaglianza degli Stati, Israele è più uguale degli altri.
Fino dalla sua fondazione ha attuato la pulizia etnica e l’occupazione di spazi non previsti dal piano di spartizione della Palestina. Da allora, ha sistematicamente violato decine di risoluzioni delle Nazioni unite, fino a quella del 18 settembre 2024 che intima il ritiro dai territori palestinesi. Ha imposto nella Cisgiordania un regime di apartheid, condotto ripetute operazioni di aggressione, dal Libano, alla Siria, all’Iran, assassinato leader avversari, praticato il terrorismo.
MA LO SCACCO del diritto internazionale è evidente a Gaza. Dopo il 7 ottobre 2023 il governo israeliano ha invocato il diritto di autodifesa previsto dall’art. 51 della Carta delle Nazioni unite. È contestato che sia applicabile per un attacco proveniente da un territorio illegalmente occupato, ma comunque i principi del diritto internazionale umanitario valgono a prescindere dalla legittimità dell’azione bellica.
E Israele li ha violati tutti, dagli attacchi evidentemente intenzionali sulla popolazione civile, a cominciare dai bambini, alla starvation: la riduzione alla fame praticata con modalità particolarmente sadiche, fino al tiro al bersaglio sui civili in coda per un po’ di farina. Non ci si è fatta mancare neppure la pirateria, il crimine dei «nemici del genere umano». Contro Israele è in corso un procedimento per genocidio e il suo primo ministro è ricercato dalla Corte penale internazionale. Ma nel nord del mondo gli è garantita l’immunità.
Il diritto internazionale è affetto da una serie di debolezze: l’assenza di un «terzo» superiore, la vaghezza dei principi, l’origine europea e discriminatoria. È in affanno nell’inseguire il «progresso» della tecnologia militare. Del resto oggi si sostiene che il ritorno della competizione tra «imperi» lo rende del tutto impotente, o che la guerra è un’acquisizione evolutiva della nostra specie e la sua logica «incoercibile» include genocidio e armi atomiche.
Ma se il diritto internazionale rivelasse qualcosa del diritto in generale? Se ogni diritto fosse incapace di garantire l’uguaglianza? Dopo la seconda guerra mondiale, almeno in Europa, il diritto ha contribuito a «rimuovere gli ostacoli» all’uguaglianza sostanziale.
Ma le disuguaglianze sono riesplose dalla fine degli anni Settanta e sono stati leggi, decreti, sentenze e trattati che hanno definito il quadro giuridico della deregolamentazione e della globalizzazione neoliberale. Né la situazione sembra migliorare con la riaffermazione delle sovranità, l’apparente rivincita della geopolitica sull’economia e del protezionismo sul mercato globale. Anzi, la disuguaglianza si afferma in modo scoperto e brutale, mentre il diritto è ancora chiamato a favorire questi processi.
ANCHE IL DIRITTO costituzionale sembra destinato a finire nel «cestino dei rifiuti concettuale» della «moralità positiva» Ma almeno il diritto può garantire l’uguaglianza «formale» di fronte alla legge? Pensiamo ai più classici dei diritti liberali, la tutela dall’arresto arbitrario e le garanzie processuali. Non c’è dubbio che chi è ricco e si può permettere buoni e costosi avvocati è più uguale degli altri. Per non dire del carcere e delle altre zone di extraterritorialità del diritto che punteggiano le nostre società liberali.
Dunque aveva ragione Karl Marx quando scriveva che ogni diritto è diritto della disuguaglianza? Una possibile risposta negativa non può che focalizzare i processi economici e i conflitti sociali soggiacenti all’ordinamento giuridico, che il diritto può contribuite a mettere in forma. Entro gli Stati il diritto ha promosso l’uguaglianza sotto la spinta della lotta di classe. E perché il diritto internazionale non si riduca a mera esortazione occorre che si ricostruisca un qualche equilibrio tra comunità regionali in competizione non distruttiva.
Ma è necessaria anche la pressione dei popoli e dei movimenti, il «quarto assente», come lo chiama Federico Oliveri. L’uguaglianza è irrealizzabile senza la mobilitazione. Ma la storia dei processi di autodeterminazione dei popoli e dei movimenti pacifisti non è solo una storia di sconfitte.
Israele sarà «la nuova Sparta»
QUO VADIS Netanyahu sceglie l’autarchia per sfidare l’isolamento. A Doha i leader arabi contro i raid di Tel Aviv rispolverano la difesa comune
Michele Giorgio 16/09/2025
GERUSALEMME
Bibi l’autarchico vuole fare di Israele una nuova Sparta, isolata e sempre più potente militarmente grazie alle armi che produrrà nelle sue industrie belliche. Itamar l’epicureo, da parte sua, pianifica di costruire edifici residenziali di lusso, con giardino e vista sul mare, per gli agenti della polizia israeliana nella Striscia di Gaza senza più i suoi abitanti palestinesi.
Il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il suo ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir hanno annunciato i loro programmi ieri mentre, al vertice di Doha, i paesi arabi, almeno in apparenza, si sono stretti intorno al Qatar, colpito una settimana fa da un pesante raid aereo israeliano, probabilmente fallito nei suoi obiettivi di eliminare la direzione politica di Hamas. Tamim bin Hamad Al Thani, emiro del Qatar, ha dichiarato che «Doha ha subito un attacco a tradimento, un atto terroristico codardo. L’aggressione israeliana ha sconvolto il mondo intero… (Netanyahu) sogna che la regione araba diventi una zona di influenza israeliana».
I LEADER ARABI, a conclusione del summit, hanno annunciato che il Consiglio di cooperazione del Golfo si riunirà per attivare il «meccanismo di difesa congiunto» del blocco. Solo parole. Però sono un segnale che, unito all’invito del presidente egiziano El Sisi a «creare un meccanismo per rafforzare il nostro fronte… (in modo) da adottare le misure necessarie per proteggere la nostra sicurezza» nel momento in cui «Israele ha superato tutte le linee rosse», conferma che il governo Netanyahu comincia a perdere, in parte, la collaborazione dei paesi arabi più moderati. Stati con i quali aveva stretto intese di sicurezza e affossato i diritti dei palestinesi. Netanyahu però non rinuncia ad affermare che i jet e l’intelligence di Israele colpiranno, senza riguardi.
Il premier israeliano ha fatto la sua scelta. Ieri ha avvertito che, di fronte a possibili sanzioni, Israele svilupperà ricerca e sviluppo e le industrie di produzione di armi su larga scala. «Diventeremo sia Atene che Sparta, forse persino una Super-Sparta», ha previsto. A suo avviso Israele deve prepararsi a una nuova realtà economica perché, secondo lui, sarebbe in corso «un tentativo di imporre un embargo a Israele da parte di diverse entità e paesi, guidati dal Qatar». Netanyahu ha sparato a zero persino su Pechino. «La Cina e il Qatar – ha proclamato – stanno guidando una campagna sui media occidentali per assediare Israele erodendo il sostegno dei suoi alleati. Uno sforzo orchestrato dalle stesse forze che hanno sostenuto l’Iran». Ha rimarcato che gli Stati uniti sono sempre con Israele, così come molti altri paesi. Il problema, a suo dire, è con l’Europa occidentale «controllata» da minoranze islamiche. «Stiamo lavorando e continueremo a lavorare per rimuovere questo embargo. Così come abbiamo avuto successo con il blocco militare, avremo successo anche con il blocco politico», ha concluso.
QUESTA (QUASI) dichiarazione di guerra all’Europa occidentale, al Qatar e alla Cina ha suscitato proteste in Israele. Per il leader dell’opposizione Yair Lapid «l’affermazione di Netanyahu secondo cui Israele sta entrando in isolamento e deve adattarsi a un’economia di isolamento è folle». L’isolamento, ha proseguito Lapid, «è il prodotto di una politica sbagliata e fallimentare di Netanyahu e del suo governo». Più duro è stato il noto editorialista Ben Caspit. «Netanyahu e il suo governo stanno smantellando tutto – ha scritto su Maariv -. Quest’uomo ha instaurato un governo nazionalista, messianico ed estremista, ha nominato i ministri più estremisti e sfrenati, ha infranto tutte le convenzioni internazionali e, cosa peggiore, ha scatenato una guerra divenuta inutile da tempo».
In questo clima la visita ufficiale di Marco Rubio in Israele è passata in secondo piano. Il Segretario di Stato Usa, che nelle attese di alcuni avrebbe dovuto manifestare il malumore di Washington per l’attacco israeliano all’alleato Qatar, è stato una semplice comparsa nel film in cui Netanyahu è il protagonista. Nella conferenza stampa a Gerusalemme con il primo ministro israeliano non ha fatto che ripetere la narrazione israeliana. Ha accusato Hamas di utilizzare la popolazione di Gaza come scudo umano e di tenere in ostaggio degli israeliani per perpetuare il conflitto. Quindi ha lodato l’alleanza di Usa e Israele contro Teheran. Rubio oggi sarà in visita ufficiale in Qatar, che Donald Trump ha raccomandato a Israele di rispettare. Ma la verità sull’attacco a Doha non c’è ancora. Secondo il portale Axios, Israele aveva informato la Casa Bianca 50 minuti prima del raid e il presidente «non ha detto di no».
A DOHA, oltre a recuperare il meccanismo di difesa comune, i leader arabi e islamici hanno invitato «tutti gli Stati (con rapporti con Israele,ndr) ad adottare tutte le possibili misure legali ed efficaci per impedire a Israele di continuare le sue azioni contro il popolo palestinese, anche rivedendo le relazioni diplomatiche ed economiche con esso». Accadrà? Prevale lo scetticismo. Il vertice arabo, pur incorniciato da dichiarazioni di condanna, ha avuto come fine principale quello di sollecitare Washington a tutelare di più le petromonarchie apparse vulnerabili mentre contavano sul loro status di partner privilegiati degli Stati uniti.
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