QUEL DOPPIO FILO DELL’OCCIDENTE ALL’ORIGINE DELL’IMPUNITÀ da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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QUEL DOPPIO FILO DELL’OCCIDENTE ALL’ORIGINE DELL’IMPUNITÀ da IL MANIFESTO

Quel doppio filo dell’Occidente alle origini dell’impunità

Widad Tamimi  29/05/2026

Legami di interessi L’arma del boicottaggio totale e delle sanzioni economiche, che un tempo piegarono il Sud Africa, oggi nei confronti di Israele appare impossibile. Ma non lo è

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, il regime dell’apartheid sudafricano crollò sotto il peso di un cortocircuito morale ed economico. Le immagini del massacro di Sharpeville del 1960 e i corpi dei ragazzi di Soweto nel 1976 squarciarono il velo dell’indifferenza occidentale.

Seguirono i boicottaggi dei consumatori, il disinvestimento delle Università, l’isolamento culturale e, infine, il colpo di grazia finanziario: nel 1985, le grandi banche internazionali, guidate dalla Chase Manhattan, decisero di non rinnovare i prestiti a breve termine a Pretoria.

Oggi, mentre la strage a Gaza supera la drammatica cifra di 72mila vittime palestinesi e la Cisgiordania colonizzata brucia sotto i colpi di un’espansione degli insediamenti illegali mai così aggressiva dal 2017, le piazze mondiali e le istituzioni internazionali evocano con forza lo spettro dell’apartheid. Eppure, l’arma del boicottaggio totale e delle sanzioni economiche, che un tempo piegarono Pretoria, oggi nei confronti di Israele appare impossibile.

LA RAGIONE di questa paralisi non risiede solo nelle evidenti asimmetrie geopolitiche, ma in una differenza strutturale profonda: il Sudafrica dell’apartheid era un partner commerciale esterno da cui l’Occidente comprava merci; l’Israele di oggi è un organo vitale inserito direttamente dentro il motore tecnologico, digitale e militare dell’Occidente. Se si analizza la struttura degli scambi, il confronto tra i due scenari rivela importanti differenze. Il Sudafrica esportava commodities fisiche: oro, carbone e minerali rari come cromo e manganese, essenziali per l’industria siderurgica della Nato. Se un’azienda occidentale poteva sostituire il carbone sudafricano con quello australiano in poche settimane, una banca europea che utilizza architetture di cybersecurity israeliane non può cambiare sistema premendo un bottone. Oltre il 55% dell’export di Tel Aviv è composto da servizi intangibili.

Siamo di fronte a un’interdipendenza invisibile che si manifesta anzitutto nel settore dei semiconduttori, dove centri nevralgici di colossi come Intel hanno sede in Israele, rendendo un eventuale blocco delle esportazioni un potenziale fattore di paralisi per la catena di fornitura dell’elettronica globale e dei dispositivi medici. La stessa vulnerabilità si registra nella sicurezza informatica, dato che le reti finanziarie e i sistemi di difesa occidentali sono profondamente integrati con i software israeliani. C’è poi il nodo cruciale della ricerca e sviluppo: più di 400 multinazionali globali, tra cui spiccano Apple, Google, Microsoft e i grandi marchi della farmaceutica, sviluppano i loro brevetti strategici proprio nei laboratori di Tel Aviv e Haifa.

L’Unione europea rappresenta il primo partner commerciale di Israele, attorno ai 70 miliardi di euro all’anno, i rapporti sono regolati dall’Accordo di Associazione del 2000. Nonostante l’articolo 2 di tale trattato vincoli esplicitamente le relazioni al rispetto dei diritti umani, Bruxelles sbarra la strada a ogni reazione concreta.

LA GERMANIA registra un interscambio bilaterale di merci di circa sei miliardi di euro all’anno e un legame militare strettissimo con Israele. L’Italia mantiene relazioni solide con un valore che si aggira intorno ai 4-5 miliardi di euro, caratterizzato da cooperazioni strategiche guidate da giganti nazionali come Eni nell’esplorazione energetica del Mediterraneo orientale e Leonardo nel comparto dell’aerospazio e della difesa. I Paesi Bassi agiscono invece come un fondamentale hub logistico e tecnologico. Persino l’Irlanda rappresenta un caso emblematico di questa asimmetria: dipende economicamente dall’importazione di circuiti integrati per alimentare i propri stabilimenti tecnologici nazionali.

E poi gli Stati uniti, partner commerciale più importante per Israele, con un commercio bilaterale di beni e servizi che si aggira sui 50-55 miliardi di dollari all’anno. Tuttavia, a fare la differenza non sono le merci tradizionali, ma un cordone ombelicale finanziario e militare che non ha eguali. Sulla base del memorandum decennale in vigore, gli Usa inviano a Israele 3,8 miliardi di dollari all’anno in assistenza militare fissa, a cui si sono aggiunti pacchetti d’emergenza straordinari approvati dal Congresso per oltre 14 miliardi di dollari.

A QUESTO SI AGGIUNGE il valore geopolitico di Israele, storicamente definito come la più grande portaerei americana nel Mediterraneo orientale. Il parallelo storico con il Sudafrica si inceppa dunque nei nodi di una rete globale immateriale. L’apartheid di Pretoria fu sconfitto perché il capitalismo occidentale scoprì che poteva sopravvivere anche senza i razzisti afrikaner.

Eppure, l’apparente insostituibilità di Israele non è una condanna eterna: è una scelta politica ed economica reversibile. Se l’Europa volesse davvero allineare la propria condotta morale ai trattati istituzionali che celebrano i diritti umani, dovrebbe avviare un piano strutturale e coordinato di sganciamento e indipendenza strategica dal commercio con Israele. Volendo, Bruxelles potrebbe stimolare la crescita dell’industria digitale europea.

E UN GRUPPO di paesi d’avanguardia – guidato da Spagna, Irlanda, Slovenia, Belgio e Paesi Bassi – potrebbe agire attraverso coalizioni forti. Questi Stati possono applicare la recente opinione consultiva della Corte Internazionale di Giustizia introducendo bandi commerciali totali sui prodotti provenienti dagli insediamenti illegali e bloccando i transiti e le licenze di esportazione di armi o componenti militari verso Israele attraverso i propri territori nazionali. Se una decisione unanime a 27 è temporaneamente impossibile, lo strappo politico dei singoli governi può innescare un effetto domino normativo in grado di incrinare la compattezza del mercato unico a difesa del diritto internazionale.

L’indipendenza economica dell’Europa non è solo una sfida industriale: è l’unico modo rimasto per non essere complici dello sterminio di un popolo.

Dal sud massacrato, le bombe tornano a terrorizzare Beirut

Pasquale Porciello  29/05/2026

BEIRUT

Libano Mentre negli Stati uniti il governo prosegue il dialogo con Tel Aviv ignorando la popolazione, Israele martella e svuota città e villaggi

Per qualche ora, ieri, si è temuto che l’escalation che sta devastando il sud del Libano fosse arrivata a Beirut. Nel primo pomeriggio, l’esercito israeliano ha colpito un appartamento nella zona di Amrussieh, municipalità di Shueifet, nell’area al limite della Dahiyeh, la periferia sud duramente colpita durante questa fase della guerra e quella precedente. L’obiettivo: Ali Husseini, comandante dell’unità missilistica di Hezbollah. Il partito ha confermato di aver subito risposto con un lancio di missili sulle posizioni israeliane. In serata è arrivata la notizia che il comandante è sopravvissuto.

ALLA STAZIONE dei bus di Cola, uno dei due importanti snodi stradali, il flusso delle auto è solo verso nord. È diminuito rispetto alla fuga della notte prima, quando in decine di migliaia sono scappati dal sud. Molti si sono fermati a Sidone, ma tanti hanno proseguito verso nord in cerca di alloggi migliori. L’autostrada passa per l’area costiera di Dahiyeh, ripopolatasi dopo il cessate il fuoco, che finora aveva retto almeno sulla capitale, ma dove adesso si aspettano bombardamenti, come quello di ieri. Le macerie sono state solo accumulate ai margini delle strade, ma al primo soffio di vento la polvere ricorda che quasi a ogni angolo c’è un palazzo abbattuto.

I bombardamenti israeliani sul sud e sull’est del Libano sono andati avanti tutta la notte tra mercoledì e giovedì e durante tutta la giornata di ieri. La nuova violenta escalation israeliana in Libano è cominciata ufficialmente mercoledì, quando il primo ministro israeliano Netanyahu ha dichiarato il sud del Libano, a partire dal fiume Zahrani, a 40 chilometri dal confine, «zona di combattimenti», anche se già da lunedì Tel Aviv aveva intensificato le operazioni militari.

TUTTI I DISTRETTI del sud sono sotto attacco. Nella notte, verso le due, un raid ha ucciso quattro persone in un appartamento a Sidone. Alle tre, l’aviazione israeliana ha colpito un auto che scappava da sud in direzione nord sull’autostrada costiera che unisce Tiro a Sidone all’altezza di Adlun, uccidendo sei persone, un uomo e i suoi figli. Alle quattro e mezza un bombardamento su Burj Shemali, campo palestinese a ridosso di Tiro, ha creato il panico e ferito diverse persone. Evacuazioni forzate anche a Zquq al-Mufdi e Tiro. L’esercito israeliano ha bombardato vari edifici nella città costiera sotto assedio. In uno dei raid, è stata decimata una famiglia tra cui due bambini: Celine e Mustafa. La lista è infinita: Tiro, Sidone, ma anche Bint Jbeil, Nabatieh interamente sotto ordine di evacuazione immediata, Marjayun, ma anche nella valle della Beqa’a, a est. Su X l’esercito israeliano afferma di aver colpito «oltre 135 obiettivi» di Hezbollah a Tiro, nella Beqa’a e nel sud, solo nella giornata di mercoledì.

Hezbollah risponde colpo su colpo e combatte sul terreno. Israele è alle prese con i droni a fibra ottica utilizzati dagli sciiti che i suoi sistemi di difesa non riescono a intercettare. Numerosi gli attacchi alle postazioni e ai veicoli militari israeliani da parte del partito armato sciita. Sulla strada che connette Zefta e Deir Zahrani, nel distretto di Nabatieh, un drone ha attaccato una pattuglia uccidendo un soldato israeliano. Ieri in serata Hezbollah ne ha rivendicati una quindicina. Il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha rinnovato l’appello a «distruggere cento palazzi a Beirut per ogni drone che esplode». Lunedì, assieme a Smotrich, anche il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Eyal Zamir avevano auspicato e chiesto al premier Netanyahu di riprendere i bombardamenti su Beirut.

ASSORDANTE il silenzio delle massime autorità libanesi. Solo il ministro degli esteri Joe Raggi ha rilasciato una dichiarazione nella quale dice di aver seguito «con profondo dolore e grave preoccupazione i continui attacchi israeliani contro la città storica di Tiro, che hanno colpito i suoi quartieri antichi, le chiese, le moschee e i siti storici che hanno resistito per migliaia di anni», senza accennare alla catastrofe umanitaria, sociale, politica in cui si trova il paese. Il ministro Raggi è esponente del partito delle Forze libanesi, ultradestra cristiana, nemico giurato di Hezbollah, lo stesso che nel 1982, in piena guerra civile (1975-90), sotto la supervisione e con il beneplacito dell’esercito israeliano ha compiuto il massacro di Sabra e Shatila in cui sono stati uccisi almeno 3mila tra palestinesi e sciiti.

IL MINISTERO della salute libanese è arrivato a contare 3.324 morti e 10.027 feriti dal 2 marzo, inizio di questa nuova fase della guerra. Solo nelle 24 ore precedenti, sono stati registrati 55 morti e 187 feriti.

L’escalation arriva a ridosso di un possibile accordo tra Stati uniti e Iran, com’era già accaduto ad aprile, quando Tel Aviv aveva risposto all’avvicinamento tra le due potenze con oltre cento bombardamenti in dieci minuti sulla capitale libanese e sul resto del paese, in quello che passerà alla storia come il mercoledì nero, l’8 di aprile: l’aviazione israeliana ha ucciso almeno 360 persone e ne ha ferite 1.200.

IL MESSAGGIO è ancora una volta lo stesso: la questione libanese deve rimanere fuori da quella iraniana, contrariamente ai desiderata di Tehran, che ha più volte messo una tregua in Libano come clausola ineludibile. In realtà quest’escalation avviene all’interno di un cessate il fuoco cominciato formalmente il 17 aprile e rinnovato a metà maggio, che Israele non ha mai rispettato, continuando a bombardare il Libano, a radere al suolo interi villaggi, occupando militarmente una fascia larga una decina di chilometri dal confine.

Oggi si incontrano al Pentagono le delegazioni militari israeliana, libanese e statunitense, nell’ambito dei negoziati diretti tra Libano e Israele ospitati dalla Casa bianca.

GLI INCONTRI tra le diplomazie avverranno il 2 e il 3 giugno. Le tre parti convergono sulla necessità di disarmare Hezbollah, ma al momento non è trapelata alcuna informazione sul ritiro delle truppe israeliane dal Libano, sullo smantellamento della zona occupata, tanto meno su una possibile ricostruzione del sud del Libano, dove il governo israeliano, per sua stessa ammissione, applica la stessa dottrina: Gaza.

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