QUATTRO IDEE PER FARE DELL’ITALIA UNA POTENZA DELLA PACE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
24082
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-24082,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.6,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.13,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-8.2,vc_responsive

QUATTRO IDEE PER FARE DELL’ITALIA UNA POTENZA DELLA PACE da IL FATTO

4 idee per fare dell’Italia una potenza della pace

Gabriele Guzzi  6 Giugno 2026

Nel tempo delle più estreme contrapposizioni, l’Italia dovrebbe proporsi come “potenza di pace”, cioè come spazio in cui mediare tra le parti in conflitto, in un confronto dialettico con i propri alleati e in difesa dell’interesse nazionale.

1) L’Italia dovrebbe condannare sempre qualunque violazione del diritto internazionale. Questa posizione non viene da un eccesso d’idealismo. Conosciamo la natura politica di qualunque ordine giuridico, e le aporie di quello internazionale. Tuttavia, due punti spingono a questo primo elemento. Innanzitutto, un formalismo d’ordine è meglio di nessun ordine. Il cinismo può divenire il peggior nemico del realismo, che riconosce la parzialità di qualunque assetto normativo ma anche la sua auspicabilità. In secondo luogo, per una media potenza come noi, un’arena internazionale dove risolvere le controversie internazionali, che non si basi solo sui rapporti di forza, è strategia di sopravvivenza. Ogni violazione del diritto internazionale, commessa tanto da alleati quanto da nemici, dovrebbe essere condannata. Questa non sarebbe una posizione dogmatica, in quanto spesso le soluzioni potrebbero prevedere riformulazioni dei rapporti di potere. Ma, per un paese come il nostro, il diritto internazionale rimane uno scudo di perfetto realismo.

2) L’Italia non dovrebbe inviare forniture militari ai paesi in guerra. Ciò sarebbe già previsto da legge ordinaria. Tuttavia, non viene praticamente mai applicata. Tale regola invece sarebbe un ombrello di sicurezza: strumento di legittimazione per proporsi poi credibilmente come arena di mediazione. Questa posizione non equivarrebbe a porre sullo stesso piano chi ha iniziato la guerra con chi la subisce. Significa, piuttosto, distinguere il giudizio politico dalla scelta strategica sul ruolo che l’Italia vuole e può effettivamente assumere. L’Italia potrebbe contribuire con supporto umanitario o tramite operazioni Onu, frutto cioè di una mediazione politica tra le potenze. Altrimenti l’Italia esprimerebbe la sua posizione di risoluzione per via diplomatica, cercando di riconoscere le ragioni strutturali dietro i conflitti. Non è ignavia ma capacità di risolvere le cause delle guerre piuttosto che esacerbarne gli effetti.

3) L’Italia dovrebbe elaborare, proporre e implementare una strategia industriale ed energetica nazionale il più possibile autonoma. La pace non è un concetto astratto. È prassi economica e industriale. Si costruisce attraverso la conquista di spazi di indipendenza. Un paese manifatturiero come il nostro non si può permettere il privilegio di non tentare ogni via tecnicamente possibile per acquisire fonti di energia. Abbiamo su questo esempi di straordinario pragmatismo: Mattei stipulò accordi per gas e petrolio con l’Urss nel 1958, l’Iran nel 1957, l’Egitto nel 1957, e poi strinse collaborazioni con l’Algeria indipendentista, la Cina maoista, la Libia, la Tunisia, e molti altri paesi. Nessuna fonte energetica e nessun canale di approvvigionamento dovrebbero essere esclusi per ragioni ideologiche. Per portare a terra questo punto serve un coordinamento unico nazionale delle imprese partecipate. Esse dovrebbero sempre meno rispondere a criteri di valorizzazione azionaria per garantire la maggiore quantità di energia al minor costo possibile.

4) L’Italia dovrebbe rilanciare il suo ruolo di monitoraggio, controllo della navigazione e sicurezza nel Mediterraneo. Quando si parla di riarmo, infatti, non si menziona quasi mai il fatto che se qualche rischio alla nostra sicurezza potrà giungere in futuro, quasi certamente non verrà da est. Con meno certezza, possiamo asserire che questo rischio non verrà da sud. Nei prossimi decenni il Mediterraneo potrebbe essere un mare molto meno sicuro e libero, con eserciti nazionali, truppe mercenarie, mafie, o una combinazione di questi tre, a controllare stretti o imporre condizioni per transitare. L’Italia deve rilanciare il ruolo della sua marina, assumendosi la responsabilità di essere uno degli attori principali della regione. Questo rende la pace non un’astrazione ma un compito, che non possiamo non assumerci.

Questi quattro punti dovrebbero chiarire quale ruolo potrebbe favorire meglio il nostro interesse nazionale. L’Italia deve lavorare per porre i presupposti per la pace, che è sempre una costruzione precaria, massimamente politica, e si regge su punti d’appoggio fragili. Ma la guerra non è un destino.

Questa identità geopolitica si potrebbe infatti alimentare anche della storia del nostro paese. L’Italia si costituisce su una vocazione universalistica, da Roma alla Chiesa, che proprio con il testo Magnifica Humanitas rilancia oggi la sua visione sociale e il suo messaggio di pace. Questa prospettiva non è infatti solo geopolitica. Ha una radice antropologica: la pace dipende dall’immagine dell’uomo che una civiltà custodisce o smarrisce. Si può costruire su questo un nuovo discorso storico-culturale capace di creare collante, consapevolezza, identità. L’Italia deve ritornare a questa dimensione universale, senza rinunciare al senso di sé, e fuggendo con forza le sirene del globalismo, vera anticamera per il più estremo bellicismo.

C’è una terza via tra la retorica pacifista e il militarismo. Si potrebbe chiamare “realismo profetico”: non fuga dalla realtà, ma rifiuto di considerare la guerra l’unico orizzonte possibile. È lo sguardo di quelli che “vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle: conoscono la luce e sanno che le tenebre non l’hanno accolta e non possono vincerla”, come scrive Leone XIV nell’ultima enciclica. L’Italia ha assunto questo sguardo tante volte nella sua storia, e non è escluso che non sarà in grado di rifarlo nel futuro.

Ripudiare la guerra e poi continuare a esportare le armi

Giovanni Valentini  6 Giugno 2026

“Non possiamo ignorare gli enormi interessi economici che stanno dietro alla guerra. Le industrie degli armamenti e i Paesi che forniscono armi traggono profitto da un mercato che prospera proprio grazie ai conflitti”
(dall’Enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV)

Per un Paese che “ripudia la guerra – secondo l’articolo 11 della Costituzione – come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, l’export di armi può diventare un grosso affare molto delicato. Così è per l’Italia che – come ha già riferito questo giornale – dal 2021 al 2025 ha registrato un “boom”, incrementando del 157% le esportazioni rispetto al quinquennio precedente e salendo dal decimo al sesto posto nella classifica mondiale. Ma il dato ancor più significativo riguarda le destinazioni: oltre la metà della produzione di armamenti “made in Italy” è stata diretta verso quella polveriera che è il Medio Oriente, pari al 59% del totale.

“La distanza geografica non elimina la prossimità giuridica e quindi la responsabilità penale di queste esportazioni”, sostiene Roberto De Vita, avvocato e professore presso la Scuola della Guardia di Finanza, autore di un approfondito studio con l’avvocato Antonio Laudisa. E spiega: “Quando una guerra si combatte lontano, è facile percepire come distante anche la responsabilità di ciò che accade in quei luoghi. Al contrario, quando i conflitti generano atrocità sistematiche, la responsabilità per quei morti e quelle devastazioni può risalire anche verso i Paesi non coinvolti direttamente nel conflitto ma che abbiano alimentato il sistema di armamenti dei belligeranti”.

Questo è senz’altro il caso della guerra Israele-Palestina, con il genocidio nella Striscia di Gaza. “Nel commercio internazionale di armi – sottolinea De Vita – la distanza fra il luogo del conflitto e quello della decisione può essere solo apparente”. Gli esempi non mancano: un ordigno impiegato in un conflitto può essere stato prodotto in Italia; un componente può essere partito da uno stabilimento nazionale; una fornitura può essere stata preceduta da una richiesta di licenza, da un certificato di uso finale, da un’istruttoria amministrativa, da una valutazione sul Paese destinatario e sul rischio di impiego.

È all’interno di questa “catena” che l’export di armamenti smette di essere una questione soltanto industriale, commerciale o diplomatica. E può diventare giuridica e penale. Tanto più quando comprende aerei, missilistica, veicoli terrestri, munizioni, armi e sistemi d’arma, apparecchiature elettroniche, software. “Non si tratta, dunque, di forniture marginali o di semplice minuteria tecnica – commenta De Vita – ma di materiali, servizi e tecnologia in grado di incidere direttamente sulla capacità operativa e industriale degli acquirenti”. A livello sovranazionale, sono due gli organismi preposti al controllo delle responsabilità in questo campo, rispettivamente quelle degli Stati o quelle individuali per i crimini più gravi: la Corte internazionale di Giustizia e la Corte penale internazionale. Ma, secondo lo studio citato, “quando una parte della condotta si realizza in Italia anche il giudice penale può essere chiamato a interrogarsi su ciò che è avvenuto prima che la guerra diventasse teatro di atrocità”. La conclusione del professor De Vita equivale a un ammonimento: “In un mercato globale degli armamenti, la responsabilità non si ferma alla frontiera doganale e non si dissolve nel momento in cui il materiale lascia il territorio nazionale. A quel punto, non basta più domandarsi se l’operazione sia formalmente consentita. Ma piuttosto se sia ancora giuridicamente sostenibile quando il suo possibile risvolto illecito (e drammatico) è conoscibile, documentato e prevedibile”.

1 Comment
  • Fanfulla da Toledo

    10 Giugno, 2026 at 08:02 Rispondi

    Dovremmo bandire l’industria bellica. Punto. Rinunciare (Corsetto!!!) a guadagnare facendo mercanti di morte. Vergognarci delle devastazioni e degli strazi inflitti alla povera gente. Sacralità del profitto, ritualità del delitto…

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.