MAI PIÙ HIROSHIMA, UNA PROMESSA DIFFICILE DA MANTENERE OGGI da IL MANIFESTO
Mai più Hiroshima, una promessa difficile da mantenere oggi
80 anni da Hiroshima Dopo le polemiche del passato commemorazione aperta a tutti. E ci sarà anche il debutto di una rappresentanza palestinese
Lorenzo Lamperti 06/08/2025
«Che tutte le anime qui riposino in pace, perché non ripeteremo il male». Sono i versi che chiudono, ogni anno, le commemorazioni per la bomba atomica su Hiroshima. Ma questa volta, 80 anni dopo quel maledetto 6 agosto del 1945, la promessa della «canzone della pace» non sembra più così semplice da mantenere.
LE GUERRE in Ucraina e in Medio oriente, le svariate crisi armate aperte in giro per il mondo, le minacce incrociate e i sottomarini di Trump, le minimizzazioni e gli incauti paragoni della Casa bianca tra Hiroshima e i raid contro l’Iran stanno depotenziando il rifiuto del nucleare. L’atomo è l’ingrediente primario della corsa al riarmo globale e orizzonte di sopravvivenza per paesi come la Corea del nord, ancor più dopo quanto accaduto a Teheran.
Eppure tutti, o meglio molti, di questi protagonisti sono presenti alle commemorazioni del parco del memoriale della pace di Hiroshima. In tutto dovrebbero esserci funzionari e ambasciatori di circa 120 paesi e regioni. L’anno scorso ci furono grandi polemiche. Il sindaco di Hiroshima fu accusato di doppi standard su Ucraina e Gaza per il mancato invito alla Russia e quello invece regolarmente inoltrato a Israele. Quello di Nagasaki invece invitò la Palestina e non Israele, causando un boicottaggio di massa dei paesi occidentali (Italia compresa). Stavolta, per evitare problemi è stato cambiato il meccanismo. Niente più inviti formali, ma semplici «notifiche». Rimosso qualsiasi divieto e porte aperte a tutti.
Mosca non ha comunque raccolto l’invito, a differenza della Bielorussia che partecipa a distanza di quattro anni dall’ultima volta, dopo il blocco per l’alleanza col Cremlino. Annunciata la presenza contemporanea di rappresentanti israeliani e palestinesi, questi ultimi all’esordio assoluto a Hiroshima.
TRA LE POTENZE NUCLEARI, ci saranno rappresentanti di Stati uniti, Regno unito, Francia, India e Israele. Assenti Pakistan, Corea del nord e la Cina, che tradizionalmente non partecipa, ritenendo che il Giappone non abbia mai pienamente riconosciuto crimini di guerra come il massacro di Nanchino.
Quest’anno, peraltro, la narrativa di Pechino sull’eredità del conflitto è assai forte visto che il 3 settembre sono in agenda fastose commemorazioni della «vittoria contro l’imperialismo nipponico». A infastidire la Cina anche la notifica inoltrata a Taiwan, ex colonia giapponese che presenzia per la prima volta alle commemorazioni in veste formale.
Grande attenzione, soprattutto a Tokyo, per l’intervento di Shigeru Ishiba. Il premier è quanto mai traballante e, dopo aver perso la maggioranza alle elezioni del 20 luglio per la camera alta del parlamento, il pressing per le dimissioni si è fatto incessante. Tra le ragioni per non cedere, scrivono i retroscenisti nipponici, c’è proprio la sua volontà di pronunciare un discorso sulle atomiche e sulla seconda guerra mondiale. Una sorta di rilettura dell’eredità del conflitto che i premier giapponesi sono soliti compiere ogni decennio.
NEL 1995, in uno dei brevi interregni della sinistra, Tomiichi Murayama offrì le sue «scuse sincere» per «danni e sofferenze» causati dal Giappone.
Nel 2015, l’ultraconservatore Shinzo Abe riconobbe il rammarico già espresso dai predecessori, senza avanzare nuove scuse personali ma annunciando una nuova risoluzione per il disarmo. I tanti fedelissimi rimasti nel partito di governo non vogliono che Ishiba riapra la cosiddetta «diplomazia delle scuse». Possibile compromesso: niente dichiarazione nell’anniversario della resa (2/9), discorsi più profondi tra Hiroshima e Nagasaki.
D’altronde, il Giappone si muove da tempo per superare i vincoli pacifisti che gli furono imposti nel dopoguerra. Da anni la spesa militare è in costante aumento, così come la cooperazione con Washington e alleati regionali come Filippine e India. Negli scorsi anni è stato sottoscritto un documento di partnership con la Nato.
PROPRIO IERI, l’Australia ha annunciato invece l’acquisto di 11 fregate giapponesi in quello che sarà il più grande contratto di difesa mai stipulato da Tokyo. Da tempo si discute di una potenziale revisione costituzionale, mentre c’è persino chi non teme di toccare il tabù più grande: le armi nucleari. Il partito sovranista e anti immigrati Sanseito, in grande ascesa alle ultime elezioni e molto votato tra i giovani, è apertamente a favore. Saya, esponente di punta ed eletta col record di preferenze, ha dichiarato che «sviluppare armi nucleari è una delle misure più economiche ed efficaci per garantire la sicurezza».
Non una posizione maggioritaria, ma impensabile da pronunciare a voce alta fino a qualche anno fa. Segno di tempi in cui, nonostante il Nobel per la pace dell’anno scorso, la voce degli hibakusha (i sopravvissuti alle atomiche) sembra pericolosamente destinata ad affievolirsi.
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