LE PENSIONI E LA FLAT TAX HANNO COLPITO IL WELFARE: LA FINE ARRIVA COL RIARMO da IL FATTO
Le pensioni e la flat tax hanno ferito il welfare: la fine arriva col riarmo
Nicola Borzi 8 Giugno 2026
Addio redistribuzione. La crisi dei conti pubblici è stata evitata con i tagli: la diseguaglianza cresce e si trasmette per eredità
Il colpo di grazia arriverà dal riarmo, che potrebbe raddoppiare la spesa militare europea fino al 3,5% del Pil. Per l’Italia entro il 2035 il salasso delle armi può salire a 84 miliardi. In assenza di nuove entrate, la corsa agli armamenti rischia di tradursi in ulteriori tagli della spesa pubblica in sanità e istruzione. La sicurezza strategica scardina così quella sociale. Ma sono decenni che il welfare pubblico, nella Penisola e in tutto il Vecchio Continente, vive un lungo arretramento. Un’eclissi che svuota le politiche di redistribuzione e allarga divari sociali già esplosivi. Mentre la politica, in particolare con il governo Meloni, colpisce le poche misure efficaci esistenti.
È dagli anni 90 che il welfare pubblico in Europa vive una trasformazione radicale, da una logica universalistica ed espansiva a una di contenimento dei costi e riduzione dei servizi. Non è stato un semplice smantellamento, ma quella che gli analisti definiscono una “ricalibratura disfunzionale”: nonostante gli oneri sociali abbiano raggiunto cifre record – in Italia assorbono circa il 60,4% della spesa pubblica complessiva – l’efficacia protettiva è crollata e non copre i nuovi rischi sociali.
Il welfare smette di essere strumento di giustizia sociale e diventa mero ammortizzatore d’emergenza. Il declino non è stato omogeneo ma ha seguito le faglie dei diversi modelli continentali. Nel Mediterraneo e in Italia è esploso lo sbilanciamento sulle pensioni a scapito dei servizi, delegando alla famiglia il ruolo di unica rete sociale. La via crucis delle politiche sociali è stata scandita dalla storia. I vincoli del Trattato di Maastricht con le riforme di austerità, la crisi finanziaria globale del 2008, quella del debito sovrano del 2011: tutti hanno portato all’Italia tagli lineari alla sanità e riforme drastiche. Con la crisi del lavoro, nella Penisola sono esplose povertà e disuguaglianza. Quasi metà della spesa sociale è assorbita dalla previdenza, che incide per il 16,4% del Pil. Dini e Fornero hanno messo in sicurezza i conti pubblici, ma hanno trasformato la pensione in semplice “salario differito” annullando l’effetto redistributivo verso i più poveri e spostando il peso sulle nuove generazioni.
“Sicuramente negli ultimi 20 anni è diminuito l’apporto redistributivo della tassazione, il cui effetto progressivo è calato. In Italia pare ci sia tanta redistribuzione perché si conta la spesa per pensioni, ma è un dato da prendere con le molle perché le pensioni sono salario differito. Le pensioni sembra redistributive perché rendono i redditi disponibili meno diseguali di quelli di mercato, ma non lo sono con il sistema contributivo: i pensionati incassano l’equivalente della rendita associata al loro montante contributivo. È il loro reddito da lavoro accantonato, non un’erogazione data alle fasce deboli”, spiega Elena Granaglia, docente di Scienza delle finanze. “Anche la composizione della spesa sociale è cambiata moltissimo negli ultimi 30 anni: si danno più soldi ai privati per asili, istruzione, sanità, mentre in passato li spendeva il settore pubblico. Quella quota della spesa sociale che va ai privati è erogata secondo meccanismi privatistici: per chi crede nel ruolo del welfare pubblico è un tema da affrontare”. A fronte di questa ipertrofia previdenziale, l’Italia registra un deficit cronico nelle politiche attive del lavoro e nel supporto alle famiglie. La spesa per l’assistenza, pur triplicata in 15 anni, non scalfisce la povertà assoluta che colpisce l’8,4% delle famiglie.
Secondo Michele Reitano, direttore del dipartimento di Economia e diritto della Sapienza, “il problema vero per l’Italia è la progressività fiscale: il fisco è poco progressivo perché l’Irpef ormai è diventata una sorta di imposta specifica sul reddito da lavoro dipendente. Mentre le fonti di reddito dei più ricchi, come quelle da rendita e da capitale, per non parlare della flat tax sugli autonomi, sono tassate di meno e gli sgravi sono fortemente regressivi. I dati mostrano un fisco regressivo per il 5% della popolazione con i redditi maggiori perché percepiscono una quota inferiore dei redditi da lavoro dipendente, più tassati”.
Anche le ultime decisioni del governo Meloni hanno peggiorato il quadro: “L’Italia aveva cambiato la composizione della spesa sociale assegnando un forte peso al reddito minimo, oltre che ai sussidi alle famiglie, con l’introduzione dell’assegno unico. Quindi il taglio del reddito di cittadinanza ci riporta indietro. Il reddito minimo è di fatto stato quasi eliminato per i nuclei composti da persone in età attiva, mentre i miglioramenti della progressività Irpef riguardano solo i redditi bassi”, spiega Reitano.
Questa crisi di efficacia ha cause profonde. La “glaciazione demografica” (in Italia il tasso di natalità è fermo a 1,18 e gli over 65 sono il 24,7% della popolazione) sovraccarica sanità e pensioni. La proliferazione di contratti atipici porta all’esplosione dei working poor impedisce l’accumulo di contributi, lasciando ampie fasce senza tutele. Il boom del welfare aziendale nei contratti collettivi accresce le diseguaglianze tra chi lavora e chi no e tra Nord e Sud.
L’effetto redistributivo della tassazione è calato drasticamente e la privatizzazione di servizi come asili e ospedali mina l’universalismo. “Le diseguaglianze dei redditi di mercato, specie da capitali, sono aumentate in tutti i Paesi e la progressività fiscale non riesce a tenere il passo con questo divario crescente, nemmeno nel Nord Europa”, spiega Reitano. Che conclude con un presagio fosco: “In futuro la capacità redistributiva del nostro welfare vedrà aumentare le sue falle perché il quadro peggiorerà con l’avanzare delle pensioni contributive, mero specchio delle differenze sperimentate dagli individui durante la carriera, e la riduzione dell’integrazione al minimo”.
I risultati sono reddito e ricchezza sempre più concentrati: il 5% più ricco delle famiglie italiane possiede il 46% della ricchezza netta, il patrimonio medio dei meno abbienti è al lumicino, si limita ai conti in banca, che non rendono, e alla casa, che col calo demografico varrà sempre meno. Invece gli strumenti finanziari accumulati dai ricchi, redditizi e meno tassati, si trasferiranno per eredità accrescendo le diseguaglianze. Mentre “patrimoniale” resta ancora una parola tabù.
Quel decreto sul lavoro va oltre la Costituzione
Piergiovanni Alleva 8 Giugno 2026
Il decreto lavoro 1 maggio, approvato di recente dal governo, non si distacca da altri precedenti interventi, ma vi è una eccezione importante: il “cuore” del decreto è l’articolo 7, dedicato al “salario giusto”, che rappresenta il punto di caduta di una problematica sociale, sindacale e giuridica sviluppata nel corso di decenni. Problematica consistente nel rapporto tra l’efficacia della contrattazione collettiva ed il precetto dell’articolo 36 della Costituzione, il quale garantisce a tutti i lavoratori una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e, dall’altro, sufficiente per una vita libera e dignitosa.
L’art. 36 Cost. si applica a tutti i lavoratori, quale norma primaria, cosicché ogni lavoratore ha il diritto di rivolgersi a un giudice, lamentando l’insufficienza del suo salario e di chiederne l’adeguamento tramite sentenza, anche per il passato, con pagamento, quindi, di arretrati. Per converso, il contratto collettivo stabilisce trattamenti economico-normativi minimi, ma, almeno in teoria giuridica, solo per i lavoratori iscritti ai sindacati che hanno stipulato il contratto, e sempre che il datore di lavoro sia a sua volta iscritto all’Associazione datoriale firmataria. I contratti collettivi possono essere più di uno per lo stesso settore e si parla, infatti, di “contratto leader”, sottoscritto dai sindacati comparativamente più rappresentativi e di “contratti pirata” sottoscritti, a condizioni peggiori, da piccoli sindacati più o meno collusi con la parte datoriale.
Orbene, l’art. 7 del D.L. costituisce, a suo modo, un “ponte” tra queste due realtà, perché stabilisce che, ai sensi e per gli effetti dell’art. 36 Cost., ogni lavoratore, indipendentemente dalla iscrizione sua o del suo datore di lavoro ad Associazioni sindacali, ha comunque diritto a un “trattamento economico complessivo” (TEC) non inferiore a quello del contratto collettivo di settore sottoscritto dai sindacati comparativamente più rappresentativi. Non è la vera e propria estensione a tutti (“erga omnes”) dell’efficacia soggettiva del contratto collettivo, ma gli si avvicina. Perché, però, il centro-sinistra e la maggior parte dei sindacati sono dimostrati insoddisfatti e chiedono modifiche una volta tanto che il centro–destra ha fatto qualcosa a favore dei lavoratori?
La risposta è tutt’altro che astratta o accademica: il fatto è che stabilendo che l’art. 36 Cost. è realizzato e rispettato quando al lavoratore è corrisposto un TEC equivalente a quello previsto dal contratto collettivo stipulato dai sindacati comparativamente più rappresentativi, si pone la contrattazione collettiva allo stesso livello giuridico dell’art. 36 Cost. che invece è, e deve essere, al di sopra della contrattazione collettiva. È un insegnamento ribadito dalla stesa Corte di Cassazione, con alcune importanti sentenze dell’autunno 2023 e che ora verrebbe smentito.
Purtroppo è vero che in questi ultimi lustri la contrattazione collettiva ha dimostrato delle debolezze e una incapacità di evitare di diffondersi del “lavoro povero”, ed è questo che rende indispensabile “la sentinella” dell’art. 36 Cost., con possibilità di un correttivo, anche giudiziario, della contrattazione. É questo il motivo per il quale il progetto di legge dei partiti di opposizione sul salario legale minimo, presentato circa due anni fa, se, da un lato, prevedeva anch’esso come fatto normale l’applicazione a tutti i lavoratori dei trattamenti economici dei (migliori) contratti collettivi, prevedeva, dall’altro, anche la inderogabilità, comunque, di un salario minimo orario (allora gli euro 9), come espressione e sentinella dell’art. 36 Cost. Rimediare all’errore giuridico e di prospettiva dell’art. 7, D.L. n. 62/2026 non sarebbe però difficile: basterebbe un “piccolo” emendamento che stabilisca che l’applicazione del TEC costituisce non l’effetto “tout court” dell’art. 36 Cost., bensì il suo effetto minimo.
Peraltro, l’errore contenuto nel testo del D.L. minaccia ora di tradursi in un vero “orrore”, con la ripresentazione, per l’ennesima volta da parte di parlamentari del centro-destra, di un emendamento per il quale il datore di lavoro che abbia applicato il contratto collettivo prevedente un trattamento economico non adeguato, potrebbe, bensì, essere condannato, ai sensi dell’art. 36 Cost., ad aumentarlo per il futuro, ma non potrebbe essere condannato per il passato a pagare arretrati. Norma che annulla l’efficacia deterrente dell’art. 36 Cost. che è proprio quello di dover pagar arretrati, e, d’altro canto, quale lavoratore farebbe causa al datore, nella prospettiva di continuare a lavorare con lui, seppur con aumento salariale? Sarebbe una prospettiva, in concreto, impercorribile.
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