LE INDAGINI SUI SOCIALISTI SPAGNOLI PUZZANO DI USA da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LE INDAGINI SUI SOCIALISTI SPAGNOLI PUZZANO DI USA da IL FATTO

Le indagini sui socialisti spagnoli puzzano di Usa

Massimo Fini  1 Giugno 2026

Non so e non posso sapere se lo scandalo che ha investito l’ex premier spagnolo, il socialista José Luís Zapatero e, a raggiera, lo stesso governo di Pedro Sánchez, abbiano fondamenti di verità. Deciderà la magistratura. Permettete però anche a me di fare, per una volta, il “complottista”. Questo attacco improvviso al socialismo iberico puzza di bruciato, perché la Spagna è, per così dire, un “alieno” nel concerto dei Paesi europei.

Cominciamo da lontano. Fu Zapatero, quando era presidente del Consiglio iberico, a rifiutare l’invio di soldati spagnoli a sostegno della “coalizione dei volenterosi” che gli Stati Uniti avevano raccolto per attaccare l’Iraq, all’opposto del suo predecessore, il cattolicissimo José María Aznar, che quei soldati li aveva invece inviati, nonostante lo stesso papa Wojtyla avesse tuonato contro quella guerra. Una conseguenza della “Dottrina Bush” (Bush padre, si intende) a favore della guerra preventiva che ha trascinato gli Usa e i loro alleati in guerre inutili e quasi sempre perdenti, dall’invasione e occupazione dell’Afghanistan talebano alla guerra in Iraq, per finire con quella, attualissima, all’Iran.

Restando alla politica estera spagnola, evidentemente molto ostile agli Stati Uniti, la Spagna ha rifiutato di portare dal 2 al 5% del suo Pil l’obolo annuo di spesa militare alla Nato, mentre tutti gli altri Stati membri si genuflettevano a Trump. Poi il governo Sánchez ha vietato agli americani non solo l’uso delle basi che gli yankee hanno in terra iberica (dappertutto), ma anche il solo sorvolo aereo di quelle basi. Inoltre ha sostenuto, come non poteva, il Venezuela durante l’aggressione degli Stati Uniti al paese sudamericano (mentre Meloni l’aveva giudicata “legittima”), che ha come obiettivo finale l’eliminazione, una volta per tutte, della Cuba che fu di Fidel Castro e di Che Guevara. Recentemente il fratello di Fidel, Raúl, che ha 94 anni, è stato accusato di omicidio per l’abbattimento di due aerei nel 1996. Qualcuno dovrebbe ricordarsi, forse, che cosa era Cuba prima della vittoria della Revolución: una sorta di resort, nello stile di quello immaginato da israeliani e americani per Gaza, a uso dei ricchi americani che vi venivano a giocare d’azzardo, ufficialmente proibito negli Usa. Come ufficialmente è proibita la tortura che esercitano, invece, paradosso dei paradossi, a Guantánamo in territorio cubano.

Qualcuno dovrebbe ricordare inoltre la generosità cubana: furono una cinquantina i medici cubani che vennero a darci una mano per il Covid, spie del comunismo naturalmente, come i medici russi che ci inviò Putin mentre gli “amici” europei si voltavano dall’altra parte. A Cuba, poi, la sanità e l’istruzione sono gratuite.

Sul piano interno la Spagna sta conoscendo un notevole sviluppo. Supera addirittura la Germania: ha un Pil a +2,7%, mentre la Germania tra lo 0,13 e l’1%, per non parlare dell’Italia dove la crescita è intorno allo 0,7% e l’anno prossimo è stimata allo 0,5. Però quella della Spagna non è una produttività del cavolo, ma rivolta a fini sociali ed economici, ecologici e anche identitari. Il “Commissario per il turismo sostenibile”, Jaume Collboni, afferma: “Non vogliamo un turista in più, dobbiamo gestire quelli che abbiamo”. Barcellona nel 2024 ha accolto 26 milioni di persone, il 2,4% in più rispetto all’anno precedente. Uno degli obiettivi di Collboni è ridurre il numero dei moli per le grandi navi e limitare anche l’afflusso di chi arriva per una gita di un solo giorno. Entro il 2028 verranno revocate le licenze di 10mila appartamenti nel tentativo di ricollocarli sul mercato e destinarli ai residenti (memento per Venezia).

Sono stato più volte a Barcellona prima che la Spagna conoscesse questo sviluppo. Diciamo che, più o meno, la situazione economica era molto simile a quella italiana. Ma la affrontavano non con la tristizia nostrana, ma con un olé molto carioca di tipo brasiliano. Il Brasile di Lula, è bene ricordare anche questo, è una delle punte del cosiddetto “socialismo bolivariano”, molto ben espresso dal brano musicale El Gato Montés che introduce il toro nell’arena. Insomma la Spagna è molto più vitale, oggi come ieri, della smorta Italia.

Per concludere: Hasta la victoria siempre, compagno Che Guevara, e dunque Hasta la victoria compagno Castro, hasta la victoria compagno Zapatero, hasta la victoria compagno Sánchez. Hasta la victoria siempre a tutti, tranne che ai gloriosi United States of America che non per nulla in Sud America hanno come proprio punto di riferimento il presidente dell’Argentina, Javier Milei – molto omaggiato dalla Meloni quando si è trovata da quelle parti – che ha definito il socialismo “la peste dell’umanità”.

Elezioni Colombia, il trumpiano De La Espriella in vantaggio su Cepeda: Washington esulta, la sinistra contesta il voto

Estefano Tamburrini  1 Giugno 2026

La coalizione progressista contesta irregolarità alle urne: in discussione 800mila voti. Soddisfazione degli Usa: “Con Bogotà 200 anni di amicizia”. Il secondo turno domenica 21 giugno

Urne chiuse. Sondaggi smentiti, complice l’ingerenza Usa – tra propaganda e indicazioni di voto – e un clima politico avvelenato. La Colombia, più divisa che mai, corre verso gli estremi e scarica il centro. In testa il candidato di estrema destra Abelardo De La Espriella (Defensores de la patria), con il 43,7% dei voti (10,3 milioni), che si aggiudica il primo turno delle elezioni presidenziali. Risultato mai visto a Bogotà per un outsider senza esperienza politica. Segue il progressista Iván Cepeda Castro (Pacto Histórico) – che era favorito nei sondaggi – con il 41,1% (9,6 milioni di voti). E mette in discussione l’attendibilità dei risultati annunciati in diretta.

“C’è un’incongruenza che vogliamo verificare attorno al censimento elettorale“, ha detto Cepeda dopo il voto, denunciando il voto irregolare di oltre 800mila elettori extra rispetto a quelli censiti da Bogotà. Prima di lui il presidente uscente Gustavo Petro commentava che “centinaia di migliaia di voti” erano stati “aggiunti” alle urne, chiedendo verifiche al Consiglio nazionale elettorale.

Nessuna chance invece per Paloma Valencia, Centro democratico, sotto il 7% (poco più di un milione e mezzo di voti) a cui gli elettori di destra hanno fatto pagare l’alleanza con Juan Daniel Oviedo, fervente difensore dei diritti civili, che sarebbe stato il suo vice presidente in caso di vittoria. Altrettanto sterile lo scontro diretto con De La Espriella, diventato a un certo punto il suo primo bersaglio. Crolla così lo storico partito dell’ex presidente Alvaro Uribe Vélez, che per decenni ha egemonizzato il voto conservatore, strizzando l’occhio ai paramilitari.

Secondo le stime ufficiali, al primo turno hanno votato quasi 27 milioni di elettori (su 40 milioni di aventi diritto): +2,4 milioni di nuovi elettori rispetto al 2022. Quello degli astenuti, oltre 17 milioni, resta comunque il primo partito. E i due vincitori – De La Espriella e Cepeda – puntano a conquistarlo in vista del secondo turno, domenica 21 giugno. In realtà gli antecedenti indicano che la partecipazione tende a crescere appena del 3% e, secondo gli analisti di Señal Colombia, si sbilancia di più verso Cepeda.

La polarizzazione lascia poco spazio alle alleanze. Valencia si schiera subito con De La Espriella e, davanti a una platea decimata, invita a “sconfiggere Cepeda” e chiudere la stagione di Petro, segnata dal “neopopulismo”. Dal canto suo Cepeda potrebbe contare sui voti dell’ex candidato Sergio Fajardo Valderrama, che ha ottenuto il 4,2%. “Abbiamo un milione di voti importanti per definire il futuro del Paese”, commenta Fajardo aprendo indirettamente al progressista.

Nessuna tregua tra i candidati. De La Espriella è già di nuovo in campo e rilancia, in un video filmato insieme alla moglie e ai figli: “Andiamo al secondo turno per sconfiggere la tirannia e l’assolutismo”. La Tigre – come si fa chiamare dai simpatizzanti – parla come l’argentino Javier Milei e rivendica la “vittoria” di quelli che “non hanno mai vissuto dalla tetta dello Stato” contro “quelli di sempre”, cioè i “politicanti” e l’”establishment”. E minaccia Petro e Cepeda dicendo: “Non provate a disconoscere la volontà popolare, altrimenti il popolo si innalzerà e vi punirà”.

Di recente la deputata colombiana Jennifer Pedraza ha portato a galla i trascorsi di De La Espriella con Salvatore Mancuso e altri ex paramilitari, il suo ex assistito Alex Saab e altre figure legate al mondo della criminalità. Precedenti non rilevanti per il senatore Usa Bernie Moreno, che fa i complimenti a De La Espriella e scrive: “Che giornata in Colombia!”. Moreno, che avrebbe incontrato i due candidati di destra, cosa vietata agli osservatori internazionali, promette di tornare per seguire da vicino il secondo turno. È intervenuto anche il Dipartimento di Stato Usa: non si parla più di violenza politica ma si ricordano i “duecento anni di amicizia” tra i due Paesi.

De La Espriella – che dal 2018 passato ha donato 95 milioni di dollari alle campagne del Partito repubblicano – si dispone a condividere una parte dell’Amazzonia colombiana con Donald Trump, dimezzare i ministeri da diciannove a dieci, eliminare 700mila impieghi pubblici e rafforzare i dispositivi di sicurezza. È la stessa ricetta imposta da Washington alle destre del continente, incompatibile con la visione di Cepeda, il quale propone invece di “fare quadrato” per “far rispettare la sovranità e la dignità” della Colombia. Cepeda mette in discussione anche l’impegno Usa contro il narcotraffico – vista la presenza di “cinque milioni di consumatori” nel territorio federale” – e si dice contrario alla guerra, che “sta portando l’intera umanità all’estinzione”. Visioni opposte che sollevano una questione di governabilità per i prossimi quattro anni e non solo.

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