L’ANTICAMERA DELLA GUERRA CHE VERRÀ da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’ANTICAMERA DELLA GUERRA CHE VERRÀ da IL MANIFESTO


L’anticamera della guerra che verrà

Francesco Strazzari  16/06/2026

«Accordo» Quasi quaranta annunci e altrettante smentite dopo, il memorandum è arrivato in un clima di ostentata sfiducia reciproca. La forma rivela la sostanza

Quasi quaranta annunci e altrettante smentite dopo, il memorandum è arrivato in un clima di ostentata sfiducia reciproca. La forma rivela la sostanza, con gli iraniani che dichiarano di prediligere la firma da remoto non fidandosi abbastanza da delegare nessuno.

A Teheran è in atto uno scontro di potere e il futuro del regime si gioca anche contendendosi un gesto simbolico. Il memorandum sembra più la formalizzazione di un fallimento che un accordo.

Le due fasi di coercizione americana – la prima militare, la seconda economica con il blocco navale – sono costate decine di miliardi di dollari ma non hanno prodotto alcuna concessione strategica iraniana verificabile.

A Ginevra si ratificherà uno status quo seguito a settimane di escalation: cessate il fuoco, riapertura dello stretto, fine del blocco. Sul nucleare tutto viene rinviato ai sessanta giorni di negoziato successivo; l’Iran tiene la propria postura e Washington ottiene una conversazione su obiettivi che non è riuscita a imporre. Non si ottengono risultati migliori al tavolo dopo aver dimostrato in modo così palese di non poterli raggiungere sul campo di battaglia.

LA DISPUTA semantica su Hormuz offre un altro segnale: Trump parla di «transito gratuito»; Araghchi di «tariffe di servizio». Le due parti non concordano su ciò che hanno concordato, il testo non è ancora pubblico. Un accordo che nasce con versioni divergenti sulla clausola più concreta vive di ambiguità deliberata, negoziabile finché conviene, ma una miccia esplosiva un minuto dopo. C’è un timer preciso: nei prossimi sessanta giorni le stime indicano che l’Iran potrebbe raccogliere gradualmente fino a trenta miliardi di dollari tra sblocco dei fondi congelati e ripresa delle esportazioni petrolifere. Al sessantunesimo giorno, con le casse rifinanziate e il negoziato nucleare che deraglia, Teheran potrà invocare la propria interpretazione delle tariffe di servizio per richiudere Hormuz.

«Comando io» – aveva tuonato Trump con Netanyahu. Israele ha già scelto: un attacco su Beirut mentre l’inchiostro del memorandum era ancora fresco, con il ministro della difesa Katz che si dichiara alla guida di «una politica chiara» secondo cui le forze israeliane rimarranno nel territorio libanese conquistato. Israele ha partecipato alla guerra al fianco degli Usa senza essere coinvolto nei negoziati. Il Memorandum include il Libano nell’architettura del cessate il fuoco, ma Israele non è tra i firmatari né tra i consultati: partecipa alla guerra ma non alla pace. Un cessate il fuoco che una delle parti belligeranti principali considera non vincolante non è un cessate il fuoco.

Emerge così apertamente la possibilità che Washington e Tel Aviv non condividano la stessa definizione di stabilizzazione regionale. L’accordo presuppone implicitamente che gli Usa possano congelare simultaneamente tutti i fronti del conflitto e trasformare la tregua in un processo negoziale. Israele parte dall’assunto opposto, ovvero che la pressione bellica debba restare disponibile anche durante il negoziato: non è una mera divergenza tattica. Il Memorandum contiene così una contraddizione esplosiva: Washington ha raggiunto un’intesa con il nemico senza aver prima costruito un consenso con il proprio alleato.

SE L’IRAN DOVESSE rispettare i termini dell’intesa e Israele continuasse a colpire Hezbollah o altri asset collegati a Teheran, la crisi cesserebbe di essere una disputa tra Stati uniti e Iran per trasformarsi in una disputa sulla validità stessa dell’architettura negoziale americana.

Sull’altro lato, quello iraniano, il Memorandum risponde prima di tutto a un’urgenza domestica. L’economia è sfiancata: il rial in caduta, le sanzioni colpiscono duramente la classe media, la filiera energetica è sotto pressione. La logica americana del reward for compliance chiama in causa passi che i Guardiani della rivoluzione non autorizzeranno facilmente, tenendosi la carta della reversibilità del processo. La frattura interna è già visibile: la Jebhe-ye Paydari – il Fronte della Fermezza – ha mobilitato media e parlamentari contro l’accordo. Mojtaba Khamenei è al potere dall’8 marzo, eletto dall’Assemblea degli Esperti nell’immediato caos seguito all’assassinio del padre.

Il suo consolidamento è ancora in corso: ha bisogno di stabilità interna per tradurre l’investitura formale in autorità reale. I funerali del padre – rinviati per più di tre mesi e fissati per il 4-9 luglio – saranno probabilmente una grande consacrazione di massa. La pace, in questo senso, è anche una condizione di legittimazione – non un atto di apertura, ma di igiene domestica. Il regime presidia le strade con metodo, non si apre nessuna finestra di libertà.

LA STRUTTURA di incentivi che ha retto l’intera crisi non è cambiata. I mercati della volatilità continuano a prosperare sull’incertezza energetica. Le industrie della difesa continuano a beneficiare della percezione permanente della minaccia. Russia e Cina conservano interesse ad una presenza americana assorbita nel Golfo. Israele continua a operare in un ambiente politico in cui l’apertura di fronti di guerra produce rendimenti politici superiori alla normalizzazione. Chi guadagnava dalla permanenza del conflitto non ha motivo di investire nella sua fine.

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