LA RICCHEZZA DEGLI ITALIANI E IL RIFORMISMO DI PRODI&C da IL FATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA RICCHEZZA DEGLI ITALIANI E IL RIFORMISMO DI PRODI&C da IL FATTO e IL MANIFESTO

La ricchezza degli italiani e il riformismo di Prodi&C.

Marco Palombi  5 Giugno 2026

Questa è la storia di una delusione e di una rinascita. I fatti. Mercoledì ci era stata segnalata l’uscita sul sito di Banca d’Italia dell’aggiornamento a fine 2025 dei “Conti distributivi sulla ricchezza delle famiglie”. Quale emozione ci aveva dato scoprire che la ricchezza netta delle famiglie era salita fino a 453mila euro ciascuna! Magari non saranno ricche, queste famiglie, però, insomma, almeno benestanti: ti credo che sono tutti preoccupati delle tasse… All’emozione era seguita gioia pura nell’apprendere, sempre dalle tabelle di Bankitalia, che questa benedetta ricchezza netta è addirittura di 192mila euro per ogni italiano: solo che, fatto un rapido controllo con la banca e il commercialista, quella cifra non tornava. È a quel punto, la morte nel cuore, che abbiamo capito l’errore: bisognava guardare la tabella successiva. La ricchezza netta del 50% più povero degli italiani a fine 2025 è tipo 29mila euro, mille in più del 2024: ecco, ora ci siamo… “La distribuzione della ricchezza si conferma concentrata”, ci dice la Banca centrale: “Il 10% più ricco delle famiglie detiene il 60,6% della ricchezza netta totale”, che in soldi fa oltre 2,7 milioni a famiglia (e pure tra quei fortunati chissà quanti polli di Trilussa non mangiati…). E la metà più povera? Si divide il 7,2% della ricchezza del Paese, che poi per due terzi nel loro caso è fatta dalla proprietà della casa, in genere la prima e l’unica, non proprio un asset liquido. Quanto al restante 40% – sarà il famoso ceto medio? – si stecca il 32,2% della ricchezza netta. La notizia però è che l’indice di Gini, che misura le disuguaglianze, nel 2025 è peggiorato un altro po’, ancorché vada ricordato che la mazzata più grossa di recente l’ha presa col governo Monti (e ancora non s’è riavuto). È pensando a questi dati che ci siamo imbattuti ieri in un prezioso articolo di Romano Prodi sul Messaggero, in cui l’ex premier si duole che “proprio coloro che hanno più bisogno di aiuto e speranza cercano risposte altrove”, senza sapere che “la risposta ai populismi è il riformismo” (e viceversa, pare). Parole che ci hanno finalmente restituito speranza: magari non avremo ricchezze, ma ci resta sempre la libertà di pensierino…


La patrimoniale va fatta, ma parlarne così è un suicidio elettorale

Antonio Floridia  05/06/2026

Patrimoniale La destra strumentalizza ma ciò non toglie che è una parola che allarma, certo senza motivo, una gran massa di contribuenti, a cominciare dai milioni di proprietari della loro casa

Un partito politico o una coalizione, devono saper costruire un proprio discorso pubblico: offrire le cornici concettuali e gli schemi interpretativi attraverso cui si formano e si trasformano le opinioni politiche dei cittadini. La battaglia politica è sempre, anche, un conflitto per il controllo del linguaggio, per imporre (o contrastare) le parole con cui quotidianamente si leggono i fatti politici e si fa la politica. Ebbene, in vista delle prossime elezioni, secondo me «patrimoniale» è parola che andrebbe evitata. Sia chiaro, una tassa sulla ricchezza, sui patrimoni – se e quando ci sarà mai un governo di sinistra – andrà fatta. Ma non serve a nulla parlarne ora nel modo in cui lo si fa e nel modo con cui la destra ci costringe a parlarne.

Emiliano Brancaccio ha spiegato molto bene la pretestuosità delle obiezioni di natura economica che vengono fatte all’idea di un prelievo sulle fasce più alte di reddito e di ricchezza patrimoniale. Sul piano politico, invece, il suo ragionamento non convince.

Che la patrimoniale faccia «perdere voti», scrive Brancaccio, è un’obiezione «sensata quanto ovvia»: si perderebbero i voti solo di chi è colpito dalla patrimoniale, ossia – si calcola – «quattrocento mila soggetti dotati di un patrimonio netto superiore ai due milioni di euro: una minoranza potente, certo, ma esigua in termini elettorali». Sarebbe bello se fosse così semplice! Ma la percezione soggettiva dei propri interessi è sempre mediata culturalmente, gli interessi materiali ben difficilmente si traducono immediatamente in un comportamento politico coerente e conseguente (o che a noi appare tale): a fare da filtro sono tanti altri fattori, la cultura politica diffusa, il senso comune, le distorsioni della comunicazione… Quei 400mila soggetti sono in grado di esercitare una ben più ampia capacità di influenza.

Patrimoniale è una parola oramai bruciata, controproducente: strumentale quanto si vuole l’uso che ne fa la destra, ciò con toglie che è una parola che allarma (inutilmente) una gran massa di contribuenti, a cominciare dai milioni di italiani proprietari della loro casa. Ricordiamo cosa accadde al povero Enrico Letta nella campagna elettorale del 2022: improvvidamente, isolata da qualsiasi altra proposta sul sistema fiscale, tirò fuori l’idea (pure in sé sensata) di un prelievo straordinario sui grandi patrimoni da destinare ai giovani. Apriti cielo! La proposta fu colpita e affondata, il Pd e Letta non ne parlarono più.

E allora, non bisogna parlare di tasse? Bisogna forse adeguarsi all’idea – diffusa anche nel centrosinistra – che bisogna ridurre, senza altre precisazioni (a chi? come?), «la pressione fiscale»? Tutt’altro. Una strategia di redistribuzione del reddito e di riduzione delle diseguaglianze dovrebbe essere al centro del programma di alternativa della futura coalizione democratica, ma prospettando adeguatamente anche un quadro organico di riforma fiscale che si ispiri, fino in fondo e semplicemente, al principio dell’equità e progressività fiscale sancito dalla Costituzione. Un principio che può tradursi in precise misure legislative e amministrative.

Dentro questo quadro si può e deve anche parlare della tassazione dei super-ricchi, bisogna allora avere una semplice accortezza: dare sempre numeri precisi, dire quanti sono gli italiani a cui chiedere l’1% in più, e quanta quota della ricchezza nazionale possiedono, quanti miliardi di euro si possono recuperare e quali sono gli investimenti pubblici a cui destinarli. Insomma, anche qui vale una regola aurea: una strategia egemonica impone che una proposta politica sappia usare le parole giuste, costruire la necessaria contro-narrazione, unificare interessi diffusi e colpire invece interessi concentrati.

Anche l’Ue ci dice di tassare i ricchi

Andrea Fumagalli  05/06/2026

Tax the Rich È irrealizzabile una tassazione europea sulle grandi fortune: la facciano gli Stati

Sorprende positivamente che l’Unione Europea si dichiari favorevole a una tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze. È ciò che si evince dal documento che accompagna le raccomandazioni all’Italia nell’ambito del Semestre europeo 2026. Tra le 150 pagine, infatti, si legge testualmente che «lo spostamento del carico fiscale sul lavoro verso altre fonti di entrata attualmente poco sfruttate (…) contribuirebbe ad accrescere il potenziale dell’economia». E tra le altre fonti, il documento nomina espressamente «la ricchezza patrimoniale e le successioni».

Il dibattito sul tema è cominciato in Italia all’indomani della presentazione di una legge di iniziativa popolare promossa dal comitato unpercentoequo e da Rifondazione comunista per introdurre una tassazione dell’1% sui grandi patrimoni oltre i 2 milioni di euro al netto della prima casa (qualunque essa sia, tugurio o castello). «Non può essere un tabù» ha detto poi Elly Schlein. E Avs che è favorevole ne discute in un’iniziativa, Tax the rich, oggi a Milano.

Ma la Commissione Europea non si è limitata a parlare di possibile patrimoniale: ha anche criticato il governo Meloni su due aspetti: l’introduzione, a fini elettorali, di forme di flat tax sul lavoro autonomo, che – si legge – «erodono la base imponibile e indeboliscono la progressività» e il mancato aggiornamento del catasto immobiliare. Ma la vera ingiustizia è che le imposte sui diversi cespiti di capitale (da mobiliare, a immobiliare, da successione, quote azionarie, ecc.) sono tassate meno di un reddito medio di un lavoratore/trice (35mila euro l’anno). E poiché per il 95% le grandi fortune derivano da queste forme di reddito da capitale, il risultato paradossale è che, come hanno dimostrato i più recenti studi, il sistema tributario italiano, in contrasto con il principio di progressività sancito dall’articolo 53 della Costituzione, è solo leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito, e regressivo per il 5% più ricco. Inoltre, è regressivo lungo l’intera distribuzione quando gli individui sono classificati in base alla loro ricchezza netta.

Queste prese di posizioni (di puro buon senso) tuttavia, non rappresentano un’imposizione al governo italiano e non appaiono neanche nelle 16 pagine di raccomandazioni. E qui sta il vulnus e la contraddizione dell’Unione europea: se esiste una politica monetaria comune, non esiste, per scelta politica ancora oggi reiterata, una politica fiscale comune. Ciò implica che una proposta di tassazione comune europea sulle grandi fortune è oggi irrealizzabile e chiedere che venga fatta solo a livello europeo significa affossare tale proposta.

Ciò che è realizzabile (e auspicabile) è invece che i singoli stati nazionali si facciamo promotori di un’istanza del genere. La Spagna ha già deliberato in merito. Svizzera e Norvegia (che non fanno parte dell’euro) hanno già disposizioni simili. Se anche in Francia e in Germania una simile proposta trovasse riscontro nelle legislazioni nazionali, allora sì che a livello europeo comincerebbero a esserci i presupposti per proporre una politica fiscale comune. Occorre che anche l’Italia faccia la sua parte. Sicuramente non con questo governo ma con un auspicabile diverso governo futuro. Sinistra, se ci sei, batti un colpo.

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