LA CONFEDERAZIONE PALESTINA-ISRAELE, UNA FANTASIA SENZA ALTERNATIVE da IL MANIFESTO
La confederazione Palestina-Israele, una fantasia senza alternative
Verso l’assemblea dell’Onu Domani all’Assemblea Generale dell’Onu alcuni Stati importanti, tra cui Francia, Regno unito e Germania (ma non l’Italia), riconosceranno ufficialmente la Palestina. Aggiungendosi ai 147 che lo hanno già fatto, e […]
Guido Viale 21/09/2025
Domani all’Assemblea Generale dell’Onu alcuni Stati importanti, tra cui Francia, Regno unito e Germania (ma non l’Italia), riconosceranno ufficialmente la Palestina. Aggiungendosi ai 147 che lo hanno già fatto, e aderendo così alla soluzione dei due Stati.
È una mossa simbolica, senza conseguenze pratiche, se non un maggior isolamento internazionale di Israele e della sua politica genocidaria (avallata dagli Usa), che potrebbe comunque avere un peso nel promuovere il cessate il fuoco: la cosa più urgente. Si tratta però di un alibi, buono per non interrogarsi su come uscire dal genocidio in corso nella prospettiva di un futuro necessariamente condiviso delle due comunità nazionali.
Due Stati, come erano stati definiti a Oslo, sono ormai irrealizzabili e tutti lo sanno.
Quello che resta della Palestina, cioè dei territori dove si trova gran parte dei palestinesi non “naturalizzati” israeliani, è, in una delle sue parti, una gruviera, dove i buchi non sono più gli insediamenti e gli avamposti dei coloni israeliani (cresciuti ancora enormemente, ma non censiti, dopo il 7/10), bensì i residui villaggi e quartieri palestinesi non ancora occupati. E, nell’altra delle due parti, una terra lunare, spianata, dove si aggirano – o no, perché non hanno più dove andare – due milioni (gli altri son già morti) di fantasmi, condannati a morire di bombe ed esecuzioni sommarie, oppure di fame, sete, stenti, malattie e disperazione.
Il formaggio, la sostanza di quella gruviera, invece, è ormai una rete di insediamenti illegali, circondati da muraglie, collegati da strade “esclusive” e disseminati di check-point in mano all’arbitrio di un esercito di occupazione.
Pensare di sgomberare 6-700 mila coloni o più, fanatici e armati, protetti dall’esercito e dalla magistratura, per restituire ai palestinesi i territori rubati, è puro nonsenso.
Quello Stato, la Palestina di Oslo, non avrebbe comunque avuto né continuità territoriale, né spazio aereo e sbocco al mare comuni, né una economia autonoma e, soprattutto, nessuna capacità di confrontarsi “ad armi pari” con le forze soverchianti dell’altro Stato, quello nato e consolidatosi sul suo territorio in 80 anni di feroci soprusi. Dunque, se nel 1993 quella soluzione era inaccettabile, oggi è diventata impossibile.
Un unico Stato, allora, «dal fiume al mare»? Non come frutto della cacciata (o dello sterminio) degli ebrei dalla terra di Palestina, come invocano Hamas e i suoi sostenitori; o come conseguenza di cacciata, sterminio e sottomissione della popolazione palestinese da parte di Israele: obiettivo di fatto perseguito, e non da ora, da tutti i governanti israeliani; a volte – ora sempre più spesso – proclamandolo apertamente; ma per lo più praticandolo senza ammetterlo.
Certo è difficile, come è ovvio, la convivenza in un unico Stato di comunità nazionali che si sono combattute, massacrate, odiate e misconosciute da generazioni. Ma, dicono, è un problema che può essere affrontato e risolto negli anni, come è successo, bene o male – e anche molto male – in molti altri casi storici.
Ma quale Stato? Come si chiamerà (questione di non poco conto per l’identità dei suoi futuri cittadini)? E chi ne controllerà l’esercito, gli arsenali, compreso quello nucleare, la Banca centrale, la valuta, l’economia e le sue imprese multinazionali? Uno Stato che non controlla questi e altri strumenti non è uno Stato. Difficile pensare che chi li controlla ora possa – non dico voglia – condividerli. Ma se non vengono condivisi, lo Stato unico non si può fare.
Occorre allora ripiegare su una confederazione di comunità locali il più possibile autonome, per lo più mono-nazionali, ebraiche o palestinesi; e alcune – poche per ora – miste. E tutte collegate tra loro, in base al principio di sussidiarietà, solo da funzioni indisponibili localmente, come logistica, comunicazione, risorse idriche, ecc.
Una prospettiva che non può non includere l’applicazione graduale e concordata della risoluzione 194 dell’Onu che prevede il ritorno di tutti i palestinesi che sono stati cacciati dal 1948 e senza la quale anche la risoluzione 181, a cui Israele fa risalire la legittimità della sua costituzione in Stato, perde ogni validità; se non altro, per pareggiare i conti con Israele che ha dato e dà la cittadinanza a tutti coloro che dimostrano o sostengono di esseri ebrei: il che renderà quel territorio uno dei paesi più affollati del mondo.
Ma le risorse tecnologiche e umane per farvi fronte non mancano. Sicurezza interna (“ordine pubblico”) e internazionale (eserciti e strumenti bellici) andranno sottratte per un lungo periodo a entrambe le nazionalità e affidate a un organismo super partes costituito da vari paesi su mandato dell’Onu.
Pura fantasia? Certo. Senonché non esistono alternative alla perpetuazione e all’incancrenimento – se quello attuale ancora non bastasse – di quello che sta succedendo.
Questo è un modello di riorganizzazione della convivenza valido anche a livello mondiale, soprattutto in un’epoca come questa, in cui la lotta politica scivola, come negli Stati Uniti, verso la contrapposizione delle opposte fazioni che non disdegna armi e guerra civile e in cui sovranismo e militarismo trascinano il mondo verso la deflagrazione.
Le sanzioni Ue sono fumo negli occhi come noi
Editoriale Il Rapporto di Francesca Albanese documenta le responsabilità di imprese israeliane e multinazionali (tra cui Elbit Systems, Lockheed Martin, Google, Microsoft e Amazon)
Alberto Negri 21/09/2025
Le sanzioni dell’Unione europea a Israele sono fumo negli occhi perché noi siamo fumo negli occhi, e questo lo sanno a Bruxelles, a Tel Aviv e a Washington: queste sanzioni faranno il solletico a Netanyahu. L’Europa teme le ritorsioni di Donald Trump.
E molti Paesi come l’Italia importano armi e sicurezza da Israele (l’Italia ha appaltato a Netanyahu la cybersecurity nazionale).
In sintesi qui comandano il governo israeliano e l’Amministrazione americana alla faccia dei sovranisti di cartone italiani. Ecco perché le sanzioni non funzioneranno: sono solo una maschera per tenere buona l’opinione pubblica dei dibattiti tv. Come del resto la formula “due popoli due stati”, un alibi diplomatico da indossare mentre il genocidio non si ferma.
Qualunque cosa decidano sulle sanzioni lo sappiamo già che avranno un effetto risibile su uno stato ebraico che è molto più esteso e influente dei suoi confini territoriali che ogni giorno si allarga a spese di arabi e palestinesi. Basta leggere il rapporto redatto per le Nazioni unite da Francesca Albanese, sanzionata dagli Usa come una terrorista: oggi non può avere neppure un conto in banca. Non è un episodio destinato a restare isolato: capiterà lo stesso a chiunque oserà denunciare i legami tra imprese, società e università occidentali con il genocidio in corso nella Striscia di Gaza.
Settori chiave come l’industria militare, il settore tecnologico, il sistema finanziario e quello accademico sono profondamente integrati nell’infrastruttura dell’occupazione israeliana nella Striscia e in Cisgiordania. Il Rapporto documenta come imprese israeliane e multinazionali (tra cui Elbit Systems, Lockheed Martin, Google, Microsoft e Amazon) abbiano fornito strumenti, tecnologie e supporto logistico che hanno alimentato il massiccio utilizzo della forza contro la popolazione civile palestinese. Queste collaborazioni includono forniture di armamenti, sistemi di sorveglianza biometrica, analisi predittive tramite intelligenza artificiale e servizi cloud fondamentali per le operazioni militari.
Per sanzionare davvero Israele bisognerebbe sanzionare l’intero complesso militar-industriale-finanziario israelo-americano e gran parte di quello europeo. Basta pensare che il proprietario di Oracle, Larry Ellison, finanzia direttamente l’esercito dello stato ebraico. Gli Usa, con una legge federale, riforniscono Israele ogni anno di 3,8 miliardi di dollari armi e nessun presidente americano potrebbe mai essere eletto se si opponesse all’Aipac e mettesse in dubbio l’appoggio senza condizioni a Israele, un mantra anche per gli evangelici e buona parte della massoneria.
Per fermare Israele forse bisognerebbe attuare un vero e proprio bando ma naturalmente direbbero subito che siamo complici di Hamas. Volete forse entrare in guerra con l’America mettendo sanzioni vere a Israele? Certo che no.
Fortunatamente gli Stati uniti di Donald Trump sono assai comprensivi nei nostri confronti, soprattutto adesso che compriamo armi americane da mandare in Ucraina (ieri la prima fornitura da mezzo miliardo di dollari). Ogni giorno come europei e italiani partecipiamo a ingrossare gli utili del complesso militar-industriale-mafioso israelo-americano. In fondo siamo dei bravi ragazzi.
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