“DUE POPOLI, DUE STATI”. SÌ, MA DOPO? da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“DUE POPOLI, DUE STATI”. SÌ, MA DOPO? da IL FATTO

Gioco di sponda terribile tra Netanyahu e Hamas

ELENA BASILE  15 NOVEMBRE 2023

Il recupero dell’etica è un fattore politico. Siamo abituati ai travestimenti etici di interessi concreti geopolitici, monopolio di un Occidente in declino. Siamo abituati alla propaganda. Il recupero della dimensione morale è invece essenziale alla politica, come progetto di cambiamento. Non basta dire che proteggiamo tutti i bambini. Oggi muoiono barbaramente quelli di Gaza. Va imposto a Israele il cessate il fuoco. L’Occidente ha i mezzi per farlo. Gli amici veri di Israele dovrebbero agire per salvare Tel Aviv da una spirale di violenza che non avrà fine. L’Olocausto ci ricorda l’esigenza di opporci alle carneficine degli indifesi: 4 mila bambini sono massacrati. Cosa attendiamo?

Rende perplessi osservare come tra una organizzazione terroristica che ricomprende la lotta di liberazione di un popolo in un quadro religioso, Hamas, e la destra religiosa oscurantista, il revisionismo militarista del sionismo, esista una sorta di complicità. L’azione violenta di Hamas sulla indifesa gioventù ebraica (è molto strano che un concerto ai confini di Gaza fosse senza difese) appare soltanto un’azione barbarica priva di strategia. Possibile che dopo i razzi sparati a vuoto, dopo le innumerevoli provocazioni senza sbocco e le ricorrenti atroci reazioni, anch’esse barbariche, del governo di Israele, che attua punizioni collettive, sanzionate dall’Onu, commettendo crimini di guerra, Hamas ancora non abbia imparato che questa strategia è perdente?

La tattica di Hamas, come avevano ben previsto Rabin e lo stesso Netanyahu, sostenendo l’organizzazione d’intesa con la Cia, porta carburante alla destra israeliana. Il governo di Israele, e purtroppo non solo quello di Nethanyau, ha utilizzato il terrorismo palestinese per giustificare il blocco illegale di Gaza, i continui soprusi nella limitazione delle forniture, le attese ingiustificate ai check point che colpiscono le ambulanze, gli insediamenti illegali e l’apartheid in Cisgiordania. Solo un cieco potrebbe non vedere questo gioco di sponda.

I bambini di Gaza feriti, senza medicine e acqua, soffrono pene infinite. Sembra ci sia una gerarchia insopportabile tra le vittime. Mi impressiona l’accanimento sulle definizioni che vi è stato ultimamente. Se secondo un formalismo giuridico, peraltro tutto da dimostrare, non si volesse definire genocidio la strage di Gaza e non si volesse definire potenza occupante Israele, la sostanza delle violazioni dei diritti, delle punizioni collettive, del regime di apartheid resta. Se Gaza è una prigione a cielo aperto c’è uno Stato che imprigiona.

Probabilmente è tutto spiegabile da un punto di vista psicologico. C’è nella natura umana un’inclinazione a far parte del gruppo vincente. Sui giornali continuano a spiegarci che Putin ha violato le frontiere dell’Ucraina come Hamas ha eseguito la carneficina della gioventù ebraica. La decontestualizzazione e la mancanza di prospettiva storica è drammatica. Di fatto la Russia ha reagito con una violazione del diritto internazionale a una politica aggressiva occidentale che stava armando l’esercito ucraino per renderlo interoperabile con quello della Nato. Ha utilizzato una minima parte della sua forza militare, non l’aeronautica, non ha operato massacri indiscriminati di civili e la Corte penale internazionale considera Putin un criminale di guerra. La violenza della cosiddetta unica democrazia dell’Occidente contro Gaza è incomparabile con l’azione russa.

Questa guerra durerà, purtroppo. La destabilizzazione e le guerre permanenti alimentano interessi economici e finanziari. La Germania è in recessione, la Cina ha qualche difficoltà. Se la sua economia non fosse imbrigliata dalla fine della globalizzazione, potrebbe superare l’economia Usa entro il 2050. Le potenze del surplus arrancano, mentre avanza la potenza del debito insostenibile se non col potere fittizio del dollaro. Le sanzioni non hanno fatto male alla Russia, ma all’Europa. Gli ucraini soffrono come non mai in passato, ma il gruppo dirigente chiede armi. Dove è la razionalità politica di strategie contro i popoli ucraino ed europeo? Dove è la razionalità politica nella strage di bambini a Gaza che moltiplicherà i terroristi? Il terrorismo sarebbe impossibile senza violenza e ingiustizia. Il terrorismo è anche fede, è anche un’idea. La Storia prova che nasce quando i canali politici sono chiusi.

“2 popoli, 2 Stati”. Sì, ma dopo? La pace è molto più complicata

MARCO ALLONI  15 NOVEMBRE 2023

Poche, ma autorevoli voci hanno richiamato in questi giorni l’attenzione sul fatto che “estremismo produce estremismo”, ovvero che alimentare la disperazione palestinese equivale di fatto a fortificare Hamas. La domanda supera allora il piano morale e diventa geostrategica: a chi conviene tale estremismo, a parte le leadership di Netanyahu e Hamas? A nessuno, naturalmente. Ma a questo punto c’è da chiedersi: laddove è inverosimile figurarsi nei due estremismi una “miopia politica” tale da trascurare i propri effetti, a cosa mira realmente l’oltranzismo di quei due fronti?

Nel dibattito in corso una valutazione prospettica è quasi del tutto assente, essendo il leit-motiv dei moderati, secondo un ritornello che si ripete dagli accordi di Oslo in avanti: “Non esisterà pace se non nel rispetto delle reiterate risoluzioni delle Nazioni Unite e nella configurazione di due Stati indipendenti”. Vale a dire: “Senza il ritiro di Israele dai territori occupati nel 1967, il conflitto sarà destinato a protrarsi in eterno”.

A fronte di questa trasversale ragionevolezza si pone però, in controcanto, oltre alla sistematica disattesa dei suddetti accordi da parte dei governi israeliani di Netanyahu, un’incognita terrificante, a cui i due estremismi prestano orecchio dal tempo dell’appello del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser a “buttare a mare gli ebrei”: e poi? Un richiamo all’intransigenza radicale che potrebbe essere declinato in un perentorio: quand’anche si giungesse alla soluzione di “due popoli, due Stati”, quale nuova minaccia tornerebbe a incombere su entrambi?

È la domanda sottaciuta che motiva Hamas non meno del Likud. Quasi nessuno, in Palestina, dopo 80 anni di suprematismo militare israeliano, crede all’ipotesi di un vicinato e di uno status quo pacifici e duraturi. Lo auspicano, ma non lo credono. Ma soprattutto quasi nessuno, in Israele, nel “non detto” e nei terrori dell’inconscio, crede che la partita con gli arabi potrà finire con la concessione di uno Stato sovrano ai palestinesi. E questo perché la “anomalia Israele”, di fatto funzionale alla fitna (“sedizione”) che da decenni gli Usa promuovono in Medio Oriente, non potrà essere sradicata se non nella prospettiva, utopistica e negletta da ogni Realpolitik, che nuove “strutture dell’immaginario” prendano vita in Terra Santa. Le stesse strutture che i grandi interessi del potere – ormai potere del capitale – hanno bandito dal proprio vocabolario: riconoscimento della radice semitico-abramitica che sottende ai tre monoteismi, etica del disarmo incondizionato, riabilitazione di una condivisa “antropologia delle differenze” e superamento della subordinazione alla bellicistica Pax Americana.

Siamo pronti a credere in uno scenario di questa natura? Purtroppo no. Perché è nell’ordine delle aberrazioni del capitale favorire la contrapposizione e ostacolare ogni possibile lavorìo nel segno della lungimiranza filosofica e morale.

È vero, anche la stampa rimuove spesso tali voci dal discorso per alimentare l’unico lettorato residuo, quello delle “tifoserie del contingente”. Ma allora non resta se non scegliere a quale Apocalisse votarsi. E laddove, all’angolo, alitano le brame di Iran, Cina, Russia, Nato e Stati Uniti, è doveroso domandarsi: davvero ci importerà un giorno tifare per l’Ecatombe invece che per l’Uomo?

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