IL MONDO DI IERI E QUELLO DI OGGI da 18BRUMAIOBLOG
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
16282
post-template-default,single,single-post,postid-16282,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.10,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-7.6,vc_responsive

IL MONDO DI IERI E QUELLO DI OGGI da 18BRUMAIOBLOG

Il mondo di ieri e quello di oggi

 Olympe de Gouges  19 maggio 2024

Bella scoperta. Oggi il giornale di Elkan fa campagna elettorale, ma dov’era quando ciò avveniva, e non solo per quanto riguarda la sanità? Tutto il “pubblico”, per decenni, è stato descritto come cacca, ossia come un sistema inefficiente, sprecone e corrotto. L’intervento privato con la sua bacchetta magica ci avrebbe condotto in un domani di efficienza e prosperità per tutti (i meritevoli, ovviamente).

Come non ricordare la teoria dei “vasi comunicanti” descritta negli editoriali domenicali di Eugenio Scalfari, quando citava i “redditi dei Paesi di antica opulenza”. Limitandosi a prendere atto degli effetti e degli influssi più manifesti delle dinamiche della globalizzazione, richiamava la necessità, da parte delle classi lavoratrici, di trasferire una parte della loro “opulenza” verso i Paesi di “antica povertà”, con un chiaro riferimento alla Cina, India, eccetera (*).

Un vegliardo, Scalfari, intriso di pragmatismo e buon senso, di lucida consapevolezza dei rapporti di classe, di chiara visione dello stato di cose presente e in divenire. Un processo di livellamento che “deve essere realizzato con la massima energia e tempestività”, scriveva il sociologo, economista e filosofo della domenica.

In realtà, l’erompere in tutti gli ambiti dell’articolazione sociale del conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione costituisce una contraddizione di carattere oggettivo, è il conflitto che sta alla base della crisi generale del modo di produzione capitalistico.

Spiego: la crisi generale, non significa semplicemente crisi del processo di accumulazione e caduta del saggio medio del profitto (possono aumentare i profitti, ma non in ragione del capitale investito), sovrapproduzione di capitale e di capacità produttiva. Il capitale è un rapporto sociale e non semplicemente una cosa. La crisi mostra, al livello di sviluppo attuale delle forze produttive, ossia a fronte di una capacità sociale inedita e traboccante ricchezza, quanto le condizioni sociali della sua distribuzione siano soggette a dei rapporti sociali ristretti e miserabili.

Mostra ogni giorno di più quanti siano, a fronte delle possibilità e delle potenzialità, gli esclusi, e come ciò ormai venga a toccare inevitabilmente le sorti di quelle classi che credevano superate le contraddizioni del passato e vivevano il presente come un tempo assoluto dove sarebbe stato possibile solo migliorare le proprie condizioni di vita, di lavoro e di consumo. Secondo, appunto, la narrazione degli ideologi borghesi.

E a tale riguardo mi viene in mente l’inizio de Il mondo di ieri di Stefan Zweig. Sono poche pagine, leggerle o rileggerle può far solo del bene (**).

Emmanuel Macron quelle pagine le legge tutte le sere prima di coricarsi, perciò parla della nostra come di un’epoca che “si è aperta come nessun’altra, vale a dire con un’indiscutibile opulenza”, e oggi “si chiude come nessun’altra”, ossia con la “fine dell’epoca dell’abbondanza”. Il refrain è sempre lo stesso, epoca dopo epoca, cambiano solo le maschere.

(*) Quante volte nel decennio scorso ho scritto della pericolosità di teorici alla Scalfari? Nemo profeta in patria. Scalfari faceva il paio con tale Franco Roberti, allora procuratore antimafia, il quale sosteneva che “Bisogna essere disposti a cedere una parte delle nostre libertà”. Siamo marmaglia opulenta e oziosa.

(**) Nel 1925, Zweig scrisse un racconto meraviglioso e crudele, La collezione invisibile. È la storia di un vecchio collezionista la cui moglie e figlia, per sopravvivere nella Germania di Weimar schiacciata dall’inflazione, rivendevano inconsapevolmente le straordinarie stampe (di Rembrandt, Dürer e altri) che il vecchio collezionista aveva acquisito, con gusto sicurissimo, nel corso di tutta la sua vita. Egli ignora la svendita, perchè è diventato cieco; e mostra con orgoglio al narratore, un mercante, i fogli bianchi o le croste che hanno sostituito i capolavori. Il vecchio vive nei ricordi precisi di un mondo scomparso.

In un altro racconto, sempre dello stesso anno, scriveva: “Ciò che richiede solo il minimo sforzo, mentale e fisico, e il minimo di forza morale deve necessariamente prevalere tra le masse, nella misura in cui suscita la passione della maggioranza”. Chissà cosa direbbe oggi che la comunicazione scritta è ridotta all’osso, a una battuta di spirito o a un insulto.

Zweig deplorava l’improvvisa scomparsa delle particolarità culturali, schiacciate e unite secondo lui dalle tecniche di riproduzione e di intrattenimento di massa, che per lui provenivano dall’America. Un passatista, un amico di Putin e di Xi ante litteram.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.