CUBA, L’EUROPA E LA SINDROME DEL PERMESSO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CUBA, L’EUROPA E LA SINDROME DEL PERMESSO da IL MANIFESTO

Cuba, l’Europa e la sindrome del permesso

Roberto Forte  18/06/2026

Let Cuba Breathe

L’Europa è un continente di 450 milioni di persone, la seconda economia del pianeta, una potenza commerciale globale, dotata di istituzioni comuni e di una raffinata architettura giuridica. Eppure non sembriamo liberi di decidere con chi commerciare, di viaggiare, di onorare o rescindere contratti, perfino di quali medicinali possiamo vendere quando si parla di Cuba.

Oggi – 18 giugno – il Parlamento europeo voterà una risoluzione su Cuba. Come sempre si discuterà dell’isola, del suo sistema politico, dei suoi limiti, delle sue contraddizioni. Tutto legittimo. Ma il punto vero è un altro. La questione cubana è diventata un ulteriore test, forse il più impietoso, sullo stato di salute dell’autonomia europea.

Ieri siamo scesi in piazza a Strasburgo, di fronte a quel parlamento in cui oggi si prenderà una decisione importante, ci siamo andati con un gioco, il Trumpoly, la versione opposta del monopoli. Non perché la situazione sia divertente, ma perché crediamo fermamente che Trump stia giocando con le vite di tutte e tutti noi. Un gioco divertente ma tremendamente serio che racconta attraverso caselle, carte, possibilità e imprevisti la realtà della Cuba sotto l’attacco di Trump.

Da oltre sessant’anni le sanzioni contro Cuba vengono condannate quasi all’unanimità dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e da tutti i paesi europei. Eppure continuano. Anzi, dal 29 gennaio non fanno che aumentare. Non basta colpire l’isola: bisogna intimidire chiunque abbia rapporti con essa. Banche, assicurazioni, compagnie di navigazione, operatori turistici, investitori. Anche europei.

Pochi giorni fa abbiamo cercato disperatamente un complemento nutrizionale salvavita per una bambina cubana nata alla ventiseiesima settimana di gravidanza, un chilo e quattrocento grammi di peso. Cuba acquistava normalmente quel prodotto da una società europea. Oggi non più. Troppi rischi. Troppe complicazioni. Troppa paura. Alla fine lo abbiamo comprato e portato in valigia, speriamo che riescano a salvarla.

Le associazioni degli imprenditori europei presenti a Cuba – italiani, francesi e spagnoli attraverso tre associazioni datoriali – hanno denunciato formalmente questo paradosso. Imprese che operano nel pieno rispetto del diritto dell’Unione si vedono negare servizi bancari, assicurativi e logistici. Contratti leciti diventano impraticabili. Investimenti regolari si trasformano in azzardi. Non per decisione di Bruxelles, ma per una forma di obbedienza preventiva che si definisce overcompliance. Noi, più banalmente, potremmo chiamarla sindrome del permesso: aspettare che qualcun altro ci dica cosa possiamo fare.

La politica internazionale ama le formule astratte: deterrenza, pressione, leva negoziale. Ma esiste un momento in cui bisogna chiamare le cose con il loro nome. Impedire l’accesso ai farmaci, ostacolare le transazioni lecite, intimidire soggetti terzi non è una sofisticata strategia diplomatica. È un modo per piegare un popolo attraverso la sofferenza quotidiana. è una punizione collettiva, dunque è un crimine contro l’umanità.

Il voto del 18 giugno dirà qualcosa anche sull’Europa. Non se ama o meno il governo cubano. Ma se intende comportarsi come un soggetto politico adulto o come un grande mercato in attesa dell’ autorizzazione da parte di qualcun’altro.

Non si può pensare di difendere i diritti umani, di proteggere i più deboli attraverso un concetto peloso di intervento umanitario, che spesso apre la strada ad un intervento militare, ma dobbiamo mettere al centro il concetto di umanità. Siamo convinti che in una fase come questa debba prevalere una diplomazia popolare perché non si può discutere al prezzo del diritto alla salute, del diritto allo sviluppo, del diritto alla crescita, del diritto all’istruzione, del diritto alla gioventù del popolo di cuba che tanto ha fatto in questi sessant’anni per emanciparsi e per svilupparsi. Esattamente come i medici cubani, mettendo al centro il concetto di umanità hanno lasciato e lasciano le loro case e vanno in tutto il mondo a curare le persone, oggi noi dobbiamo curare questa ferita aperta, l’Unione Europea deve mettere al centro l’umanità pretendendo lo stretto rispetto del diritto internazionale. Dunque mentre si discute, si vota e si tratta che vengano ripristinati i conferimenti di carburante, gli acquisti di medicinali, il diritto ad esportare ed importare.

Non si possono fare scelte a metà. La strada che intraprenderemo ha solo due direzioni, si va avanti verso una Europa quantomeno in grado di difendere non Cuba ma i propri principi costituendi, quindi i diritti e le libertà oppure si torna indietro, verso dove, potete immaginarlo.

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