CONSUMO DI SUOLO, AGRICOLTURA BIOLOGICA e PESTICIDI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CONSUMO DI SUOLO, AGRICOLTURA BIOLOGICA e PESTICIDI da IL MANIFESTO

Consumo di suolo e agricoltura biologica, le leggi che mancano

 

Francesco Sottile  03.02.2022

Ci sono fatti inspiegabili, che oltre a stupirci, ci devono far riflettere. In questo momento storico, per tutti coloro che hanno a cuore le politiche di conversione ecologica dell’agricoltura nazionale, le cose che a livello parlamentare più stupiscono e non trovano alcuna spiegazione razionale sono sostanzialmente due.

La prima. Fra poco inizia l’ultimo anno naturale dell’attuale legislatura e ne usciremo, ancora una volta, senza una legge che imponga, in modo inequivocabile e senza l’esercizio delle deroghe, l’arresto del consumo di suolo.
La seconda riguarda, con non poco imbarazzo, la mancata approvazione definitiva della legge sull’agricoltura biologica, dopo che è stata licenziata dal Senato con una maggioranza che ha sfiorato l’unanimità e il passaggio in commissione agricoltura. Manca la votazione alla Camera dei deputati, un ultimo passaggio che, dopo tutto l’iter, richiede poche decine di minuti dell’attenzione di chi ci governa. L’attesa di mesi diventa inspiegabile, anche alla luce di una bozza di Piano Strategico Nazionale che, al contrario, potenzia l’impegno economico a favore del comparto del biologico per i prossimi cinque anni.

Sembra che l’Italia non voglia prendere consapevolezza del proprio ruolo, non voglia dimostrare agli altri paesi europei che sa essere all’avanguardia su temi importanti in un’epoca in cui la transizione ecologica è al centro del confronto politico.

Proprio questo atteggiamento lascia perplessi ma soprattutto preoccupati.

Dunque, suolo e agricoltura biologica, due aspetti strettamente connessi l’uno con l’altro. Coltivare secondo le indicazioni previste nei regolamenti di agricoltura biologica significa fare un passo significativo contro il consumo di suolo. Perché – va detto sempre con molta chiarezza – il consumo di suolo non deriva solo dalla cementificazione che dilaga nelle aree urbane e periurbane del nostro paese, ma trova larga diffusione nelle migliaia di ettari di agricoltura industriale. Si pensi solo all’uso sconsiderato della chimica di sintesi, all’incomprensibile sversamento di fanghi da depurazione con il loro carico di idrocarburi e metalli pesanti facendoli passare per fertilizzanti. Si sta distruggendo la biodiversità del suolo che costituisce la base della fertilità.

È quindi chiarissimo il legame con l’agricoltura biologica, un modello di agricoltura che si basa sui principi dell’agroecologia e che mette al centro il rispetto per l’ecosistema. Un modello che ha convinto i nostri agricoltori che con crescente impegno hanno coinvolto oltre 16% della superficie agricola garantendo all’Italia una posizione di leadership su scala europea. Un modello che produce un’esportazione di quasi tre miliardi di euro e un mercato interno di oltre quattro.

Il primo giorno di quest’anno, poche settimane fa, è entrato in vigore il nuovo regolamento europeo sull’agricoltura biologica; un regolamento che, tra le altre cose, innova e snellisce alcune procedure legate all’accesso al sistema di certificazione con la finalità di avvicinare ancor di più i piccoli produttori. Si rafforza il legame tra sistema produttivo biologico e la nostra infinita agrobiodiversità e sempre con maggiore evidenza si consolida il ruolo che l’agricoltura biologica gioca nel favorire la conversione ecologica dell’agricoltura e la conservazione dei suoli e della loro fertilità. Ma in Italia rimaniamo fermi, non approviamo la nostra legge nazionale e permettiamo che qualcuno metta in discussione un modello agricolo che già coinvolge oltre 16,5 milioni di ettari di agricoltura europea. In una fase storica in cui i consumatori stanno comprendendo che consumare prodotti biologici significa fare del bene al nostro ambiente, al nostro suolo, al nostro futuro. Oltre che alla nostra salute

Abbiamo, dunque, la sensazione di essere di fronte ad una forma di insipienza legislativa nel nostro paese e dovremo capire se riusciremo a spiegarlo ai nostri concittadini europei. Dove guarda, dunque, il nostro paese quando parla di transizione ecologica? Solo a parchi fotovoltaici e ad agricoltura di precisione? Dobbiamo invece rafforzare la centralità del cibo, il ruolo di una produzione sostenibile basata sulla agrobiodiversità e sull’agroecologia, chiedendo con forza che si concludano i percorsi legislativi rispetto ai quali è impossibile attendere ancora.

Quei pesticidi che piacciono all’Europa

Agricoltura. Nonostante l’obiettivo di ridurre i veleni del 50% entro il 2030, il Consiglio europeo fa di tutto per sabotarlo. Dati mancanti, Stati che si oppongono e Italia complice

Daniela Passeri  03.02.2022

Il Consiglio europeo sta tentando sabotare l’obiettivo di ridurre del 50% l’uso dei pesticidi entro il 2030, come indicato nella strategia Farm-to-Fork (dal campo alla tavola), uno dei capisaldi del Green Deal europeo di Ursula von der Leyen. A denunciare le manovre di alcuni stati membri sono le organizzazioni Pan (Pesticide Action Network), ClientEarth e Global 2000 secondo le quali oggi nell’Ue non abbiamo dati affidabili e completi sull’uso dei pesticidi in agricoltura e la giusta riforma proposta dalla Commissione per sanare questa carenza viene osteggiata dal Consiglio nel tentativo di affossare la strategia.

SE IL DIAVOLO STA NEI DETTAGLI, QUI SI NASCONDE nelle serie statistiche sull’uso dei pesticidi, strumento indispensabile per monitorare l’andamento di Farm-to-Fork. Il paradosso è che si tratta di dati che esistono già, visto che gli agricoltori sono tenuti a registrare nel Quaderno di campagna i trattamenti che eseguono nei campi. Però sono dati che non vengono raccolti. Il regolamento attuale (1185/2009) richiede agli stati membri i dati dei pesticidi usati su alcune colture rilevanti da un campione di aziende e di trasmetterli ad Eurostat ogni 5 anni. In Italia l’Istat ha selezionato 5 colture (vite, frumento duro, pomodoro, patata, mais) e ogni anno censisce le quantità di pesticidi usati su due delle cinque colture (fino al 2014 ne rilevava solo una all’anno) da un campione di circa 2000 agricoltori. «Sull’uso dei pesticidi si potrebbe in effetti fare di più – dice il referente per le indagini dei prodotti fitosanitari dell’Istat, Giovanni Seri – Inoltre, poiché gli istituti statistici non sono organizzati allo stesso modo, i dati sono difficilmente comparabili». Basta guardare la pagina di Eurostat sui prodotti fitosanitari per capire l’entità delle lacune.

L’ISTAT EFFETTUA ANCHE UNA RILEVAZIONE della distribuzione dei prodotti fitosanitari per l’agricoltura prodotti in Italia o importati, cioè è in grado di quantificare i pesticidi venduti ogni anno alle aziende agricole, divisi per prodotti e sostanze attive. Il dato è importante e significativo, però la distribuzione non coincide con l’uso che se ne fa effettivamente sul campo. I dati sulle vendite, come puntualizzato anche dalla Corte dei Conti europea, non tengono conto dei prodotti di importazione nelle zone di confine né degli stock che giacciono nei magazzini, quindi «non sono correlati ai rischi e agli impatti dell’uso dei pesticidi che dipendono da dove, come e quando vengono utilizzati». Per soddisfare questi criteri la proposta di riforma avanzata dalla Commissione chiede che i dati sull’uso dei pesticidi vengano raccolti ogni stagione dagli agricoltori, quindi su tutte le colture – non solo sulle 5 selezionate – e trasmessi annualmente ad Eurostat in forma elettronica. In questo modo, dal momento dell’entrata in vigore della riforma fino al 2030 si potrebbe contare su una serie statistica solida per capirne l’andamento.

NEL CONSIGLIO, INVECE, UN GRUPPO DI STATI si è compattato non solo per mantenere lo status quo, ma addirittura per peggiorarlo: nel suo mandato negoziale, il sistema di raccolta dei dati sull’uso dei pesticidi dovrebbe essere volontario invece che un obbligo sistematico e limitato ai pesticidi approvati dall’Ue, escludendo quelli approvati dai singoli stati membri autorizzati nei periodi di emergenza, ben sapendo quanto gli stati abusano di questa pratica, come ha sottolineato uno studio del Parlamento europeo del 2018. La proposta del Consiglio, inoltre, limita la definizione di cosa siano le «attività agricole» per escludere tutta la silvicoltura, oltre agli usi non agricoli dei pesticidi (aree urbane, campi sportivi, sedime ferroviario, bordi stradali, ecc.), non distingue i pesticidi di sintesi da quelli minerali, chiede che la riforma sia effettiva dal 2026 ed entri in vigore 18 mesi dopo e pone limitazioni ad Eurostat per l’accesso al pubblico dei dati.

QUALI SONO GLI STATI MEMBRI CHE STANNO CERCANDO di silurare la Farm-to-Fork? Il balletto delle posizioni è stato ricostruito minuziosamente nel documento Taking aim with a blindfold on (Prendere la mira con una benda sugli occhi) dell’organizzazione Global 2000 che ha invocato il diritto di accesso agli atti del Consiglio per capire cosa sia stato deciso e da chi nelle sue segrete stanze. Nella prima fase della discussione, durante il primo semestre del 2021, l’Italia ha assunto una posizione favorevole alla proposta della Commissione, mentre un compatto gruppo di 10 stati, capeggiati da Germania e Austria, era decisamente contro. Poi l’Italia ha cambiato idea allineandosi alla Germania e il 10 dicembre votato il mandato negoziale del Consiglio. Tutto questo è accaduto nelle settimane del cambio del governo tedesco che, con l’ingresso dei Verdi, ora non è più disposto a supportare la posizione del Consiglio.

OGGI INIZIA IL TRILOGO Consiglio-Commissione-Parlamento e sarà la presidenza francese del semestre a dover mediare: la Francia non si è mai espressa contro l’invio annuale dei dati in formato elettronico, quindi il voto favorevole di un paese come l’Italia su questo punto dirimente è considerato dagli osservatori molto importante per salvare almeno uno dei punti qualificanti della riforma dei dati statistici sui pesticidi.

SECONDO UN RAPPRESENTANTE DI PAN ITALIA, Gianluigi Salvador «la riforma proposta dalla Commissione è fondamentale per chi, come me, vive in zone altamente contaminate dai pesticidi, come quella del Prosecco: è impossibile avere dati aggiornati, completi e inoppugnabili, e poter dimostrare quali rischi corre la popolazione che vive tra queste coltivazioni intensive. Senza contare i pesticidi che gli agricoltori comprano via Internet, che sfuggono ad ogni statistica».

SULL’USO MASSICCIO DEI PESTICIDI IN ITALIA è intervenuto di recente il Relatore speciale delle Nazioni Unite su sostanze tossiche e diritti umani, Marcos Orellana, che dal 30 novembre al 13 dicembre 2021 è stato in visita in Italia. Nella sua dichiarazione finale, Orellana ha usato parole molto severe: «Chiedo all’Italia di porre fine all’abominevole doppio standard che deriva dall’esportazione di pesticidi altamente pericolosi che sono vietati» . Inoltre il Relatore nota «con preoccupazione che il Piano d’Azione Nazionale dell’Italia per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari è scaduto nel 2018, e nessun nuovo piano è stato ancora adottato».

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