NELLA CUBA SOTTO ASSEDIO SI SPERA NEL FLOP DI TRUMP da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NELLA CUBA SOTTO ASSEDIO SI SPERA NEL FLOP DI TRUMP da IL FATTO

Nella Cuba sotto assedio si spera nel flop di Trump

Alessandro Cassieri  25 Agosto 2026

Scadenze. L’operazione americana “entro la fine del mandato”: sull’isola si augurano che le elezioni di midterm fermino The Donald

L’Avana, Cuba. Adesso il problema è pure il calendario da tenere sott’occhio. Non basta più ascoltare la radio per capire se la trappola in cui si è cacciato Donald Trump in Iran continuerà a spostare in avanti nel tempo l’operazione Cuba. Ora c’è da incrociare le dita alla vigilia di ogni giovedì. Se n’erano accorti in molti, ma poi lo ha scritto anche il presidente Diaz-Canel: è il giovedì il giorno preferito dai verdugos (“carnefici”) statunitensi per rendere pubbliche le loro liste nere. Ovvero per imporre nuove sanzioni. Le ultime, al momento, quelle di giovedì 20 agosto contro una dozzina tra persone e aziende. “Adesso colpiscono perfino le imprese di costruzione”, dice sconsolato Carlos Alzugaray Treto, ex ambasciatore a Bruxelles. Altre opportunità di lavoro che svaniscono. Cattiva notizia che annega nel mare di quelle pessime che stanno soffocando il paese da quando, a fine gennaio, Washington ha deciso di procedere con il piano per riprendersi Cuba.

La politica del “frutto maturo”, che ha ispirato Washington fin dai tempi in cui l’Isla Mayor delle Antille era sotto dominio spagnolo, si riflette direttamente sulla condizione di dieci milioni di cubani.

A ogni giro di vite, ora giustificato da Trump e Rubio con la necessità di stroncare “l’azione sovversiva” condotta dal governo cubano per destabilizzare gli Stati Uniti (sic), si allungano le file per il pane, cresce il prezzo della benzina, si riducono i medicinali, crollano i trasporti interni, si inaridiscono i campi, spariscono i prodotti alimentari di base dai mercati statali e pure da quelli privati. Anche il sistema ospedaliero, un tempo vincente e molto esportato, è vicino al collasso. La Comunità di Sant’Egidio, ben radicata a L’Avana ma anche a Santiago, fa quello che può in queste condizioni di embargo permanente e crescente. “Un ecografo portatile arrivato dall’Italia a luglio si sta rivelando ancora più prezioso di quanto pensassimo”, commenta Juan Carlos Sánchez Moraguez, medico internista. “In più di cinquanta, tra ragazze e donne adulte, si sono messe in fila per un esame. Che è spesso decisivo per una prima diagnosi”. Ma il blocco non transige. Sta finendo il gel per l’ecografia, ammette il dottore, e non c’è verso di farlo arrivare. Non ancora.

Cuba oggi è un’isola assediata dal dispositivo navale del Pentagono. Difficile da raggiungere, complicata da attraversare. Apparentemente impossibile da risollevare. In questo clima è caduto, il 13 agosto, il 100° anniversario della nascita di Fidel Castro. Festeggiamenti con poca fiesta.

I vertici politici abbozzano risposte alla crisi. Gli economisti apprezzano l’annuncio di ben 176 riforme per liberalizzare il sistema, ma sono perplessi. “Sono passati due mesi e la concretizzazione di queste riforme è ancora da vedere”, lamenta Julio Antonio Carranza Valdés, economista, accademico, consigliere Unesco per le Scienze sociali. “A Cuba ci sono sei urgenze che non possono più aspettare: produzione agricola, medicinali, fornitura di acqua, di energia, credito bancario internazionale, circolazione di denaro”.

Questo del denaro sparito dalla circolazione è un problema esploso negli ultimi mesi. Le banche fanno fatica a trovare le banconote non solo per chi ha qualcosa ancora da ritirare dal conto, ma pure per pagare le pensioni. La causa è nella caccia al dollaro e all’euro che sta letteralmente svuotando casseforti e salvadanai. Quattro mesi fa il dollaro si cambiava a 500 pesos e l’euro a 550, adesso rispettivamente a 650 e 780, tra una settimana chissà. E se prima i tagli delle banconote erano da 1.000 pesos, adesso ti mettono in mano pacchi da 100 o addirittura da dieci pesos.

Il prosciugamento del valore delle banconote, che ricorda l’agonia sovietica, è nulla rispetto a quello incarnato dalle persone. Soprattutto gli anziani. Sempre più avvizziti, sempre più magri. Sono loro in prima fila nella sofferenza. Perché prima si cerca di nutrire i bambini, poi gli adulti che si sbattono per racimolare qualcosa per andare avanti. E con quel che resta si arrangiano i nonni. “Il crollo in cui siamo precipitati mi riporta a un momento amaro della mia giovinezza. Avevo vinto un concorso per insegnare all’università risultando quarta su 70. Ero felice con il primo salario di 198 pesos. Allora un peso valeva un dollaro. Dopo nemmeno due mesi Fidel ha annunciato il Periodo especial e il cambio è schizzato a 1 dollaro contro 12 pesos. Le mie prospettive di relativo benessere vennero letteralmente decimate”.

Il racconto di Patricia Perez, docente di Chimica, è analogo a quello di tanti cubani nati negli anni Sessanta, quando le prospettive della rivoluzione erano in ascesa. Allora, nel 1994, la catastrofe era targata Urss, che crollando aveva lasciato in macerie anche i suoi alleati d’oltremare. Oggi è made in Usa.

L’obiettivo dell’amministrazione Trump è tanto cinico quanto dichiarato. Mandare in bancarotta il paese e costringere il governo castrista a capitolare. Come? È argomento dibattutissimo a Cuba. Attacco militare tipo Iran? Blitz tipo Venezuela? O un soft regime change dai contorni ancora confusi? La sollevazione popolare su cui molti puntavano, soprattutto in Florida, nella comunità degli esuli cubani da sempre col dente avvelenato con la rivoluzione, è considerata assai remota. Per prudenza nei confronti di occhi e orecchi indiscreti, certo. Ma ancora di più perché tra qualche cacerolazo e la ribellione popolare il passo è grande. Anche a Cuba. Che nonostante un presente comunista lungo oltre sessant’anni vive di un rapporto tutt’altro che antitetico con l’America. “La città dove la via più importante è la 5ª strada, dove lo sport più seguito è il baseball e la valuta corrente è il dollaro? No, non è New York, è L’Avana”. Maurizio Zanella, ex special adviser dell’Ice per Cuba, iniziava spesso così le conferenze sul paese, che a un certo punto molto interessava il business turistico europeo. Oggi il turismo, il “petrolio” di Cuba, è a secco. Sotto la minaccia delle sanzioni secondarie sono stati decimati i collegamenti aerei e chiuso il 95% degli alberghi. Il cappio intorno al paese si fa ogni giorno più stretto. Ma è bastato l’annuncio della ripresa del collegamento Mosca-L’Avana via Istanbul, da fine ottobre, per riaccendere una specie di speranza. “Torneranno i russi, che potranno pagare in rubli, anche con le loro carte di credito. E con loro i turchi, e magari i turisti dell’Asia Centrale, come i kazaki…”. Ernesto Limia Dìaz sa che la situazione è complessa, per non dire compromessa. È storico di professione e conosce l’andamento dei cicli politici e geopolitici. Ma la notizia è stata un colpo di frusta per tutti. “Si tratta di resistere. Prima il ritorno dei turisti, poi vediamo cosa succede con le elezioni di midterm. Se Trump perde il controllo del Congresso potrebbe risultargli più difficile cominciare un’altra guerra”. Intanto si analizzano le ultime dichiarazioni di Rubio, che ha collocato entro la fine del mandato di Trump l’operazione Cuba. “Qualcosa può voler dire”, spera Alzugaray.

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