LA QUESTIONE NAZIONALE-POPOLARE E IL VICOLO ESTERNO EUROPEO da LA FIONDA
La questione nazionale-popolare e il vincolo esterno europeo
Lucio Baccaro 21 Agosto 2026
non il problema principale, della sinistra italiana degli ultimi quarant’anni – per lo meno da quando il Partito Comunista, perso il faro dell’Unione Sovietica, individuò nell’Europa il nuovo sol dell’avvenire – è stata l’esaltazione fideistica dell’”Europa”. In nome dell’Europa, la sinistra italiana ha ingollato di tutto: l’impronta ordoliberale del trattato di Maastricht, la rinuncia alle partecipazioni statali e alla politica industriale, la deflazione interna, l’austerità come risposta (fallimentare) alla crisi dei debiti sovrani, e una prolungata stagnazione dei redditi, tranne quelli dei super-ricchi.
Negli ultimi anni alcuni intellettuali hanno messo in evidenza aspetti essenziali dell’Ue. Essa è una “macchina da liberalizzazioni” difficilmente conciliabile con gli orientamenti di una sinistra che voglia rimanere tale (Wolfgang Streeck). Lo spostamento di materie fondamentali di politica economica dal livello nazionale a quello europeo ha prodotto un tendenziale svuotamento della democrazia intesa come capacità di scegliere fra alternative sulla base delle preferenze della maggioranza (Fritz Scharpf e Peter Mair).
Mentre si approfondisce il deficit democratico europeo, il poco che resta della democrazia sostanziale rimane ancorato al livello nazionale e subnazionale.
Recentemente mi era sembrato che si facesse largo anche a sinistra una maggiore consapevolezza critica sulla natura dell’Ue e sui vincoli che essa pone a una politica fondata su piena occupazione, riduzione delle diseguaglianze, sostegno al lavoro, rafforzamento del welfare. Il Fatto Quotidiano ha contribuito a far maturare questa consapevolezza. Per questo mi ha sorpreso leggere l’articolo di Tomaso Montanari del 15 agosto. Montanari invita la sinistra a costruire un Europa sovranazionale che metta “al bando” l’elemento nazionale. L’idea di fondo è che lo Stato nazionale produca un nazionalismo strutturalmente aggressivo e discriminatorio. L’Europa sovranazionale dovrebbe attribuire più ampi diritti di protezione sociale sulla base della comune umanità invece che dell’appartenenza nazionale.
L’articolo mi sembra mancare gravemente di realismo politico.
Se tradotte in pratica, le sue prescrizioni porterebbero, temo, alla definitiva estinzione della sinistra come forza di popolo.
Innanzitutto, c’è un’altra lettura dell’appartenenza nazionale, che non implica necessariamente la sua degenerazione in nazionalismo. Il membro di una comunità nazionale è un cittadino concreto, inserito in una rete di rapporti sociali, che condivide con altri una lingua, una storia e una cultura pubblica, nonché alcuni principi etici di fondo (David Miller). Il cittadino sovranazionale è invece un individuo astratto, privo di legami e radicamenti, potenzialmente trapiantabile ovunque. È anche il perfetto abitante del mercato globale, che interagisce con gli altri principalmente attraverso il sistema dei prezzi. In secondo luogo, la tesi secondo cui sarebbe possibile combinare cittadinanza sovranazionale ed estensione della protezione sociale ha scarso supporto empirico. La protezione sociale richiede una comunità delimitata entro la quale esista un consenso sufficiente sui sacrifici che possono essere legittimamente richiesti ai membri e sulla reciprocità che ci si attende da essi.
Una vasta letteratura mostra che la redistribuzione è facilitata dalla percezione di una comune appartenenza. Quando cresce la distanza sociale e culturale percepita fra chi finanzia la redistribuzione e chi ne beneficia, la disponibilità a redistribuire diminuisce. In terzo luogo, le posizioni espresse nell’articolo su cittadinanza, migrazione e accesso al welfare sono molto più vicine alle attitudini degli elettori altamente scolarizzati e concentrati nei grandi centri urbani che a quelle delle constituencies storiche della sinistra. I lavoratori manuali e gli elettori meno scolarizzati hanno infatti atteggiamenti sistematicamente più restrittivi su questi temi.
Sul tema della migrazione e dei diritti la sinistra si gioca il suo futuro come forza di popolo. In un articolo pubblicato sul Fatto il 5 dicembre 2025 ho sostenuto che è necessario separare la questione dell’ammissione da quella dell’accesso alla cittadinanza. La prima può essere selettiva, la seconda no. Al corpo politico esistente va riconosciuto il diritto di stabilire quanti nuovi membri ammettere, secondo quali criteri e con quali condizioni, naturalmente nel rispetto degli obblighi internazionali di protezione. Una volta presa la decisione di ammissione, tuttavia, il migrante deve essere considerato un cittadino in fieri, nei confronti del quale non è ammessa alcuna discriminazione. Questa non è una posizione cosmopolita, ma resta nettamente distinta da quella della destra sciovinista.
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