LE NUOVE DESTRE ALL’ASSALTO DELLA DEMOCRAZIA da IL MANIFESTO e DINAMO PRESS
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LE NUOVE DESTRE ALL’ASSALTO DELLA DEMOCRAZIA da IL MANIFESTO e DINAMO PRESS

Le nuove destre all’assalto della democrazia

Mario Ricciardi  19/07/2026

Destre C’è un filo che lega le posizioni prese in questi giorni da Giorgia Meloni sulla legge elettorale e sulla grazia a Mario Roggero con le iniziative di Nigel Farage e Donald Trump

C’è un filo che lega le posizioni prese in questi giorni da Giorgia Meloni sulla legge elettorale e sulla grazia a Mario Roggero con le iniziative di Nigel Farage e Donald Trump. Non credo si tratti di un disegno, ma piuttosto di una consonanza ideologica, che sta emergendo in modo sempre più chiaro, e fa pensare a obiettivi politici convergenti. A unire l’iniziativa delle destre è il tentativo di usare l’appello diretto al popolo per scardinare quel che rimane dei principi dello stato di diritto, affermando una visione della politica che si basa sulla legittimazione diretta del leader.

Un modello che viene declinato in modo diverso, per via delle differenti cornici costituzionali, ma che punta a una ridefinizione della democrazia che tende a mortificarne l’articolazione attraverso le forme della rappresentanza, per trasformarla in un regime in cui il mandato popolare prevale sulle regole del gioco che dovrebbero vincolare anche chi guida l’esecutivo. Nel caso di Farage, lo scopo è ottenere una nuova investitura popolare attraverso la rielezione nel collegio uninominale, in modo da poter utilizzare questo rinnovato consenso come una legittimazione che lo protegga dalle accuse di aver ricevuto finanziamenti illeciti. Nel caso di Trump, l’obiettivo è di mettere in discussione la correttezza del processo elettorale, per aprire la strada a una gestione emergenziale delle prossime elezioni.

Sullo sfondo di queste iniziative c’è una strategia di lungo periodo, che vede nel tema della sicurezza il motivo unificante di forze politiche che si rendono conto di non avere margini di manovra molto ampi dal punto di vista economico, e puntano quindi a usare la paura come il collante che tenga insieme un elettorato sfibrato da una prolungata instabilità del quadro internazionale e da scarse probabilità di ritorno a tassi di crescita significativi nel futuro.

La nuova destra non promette un futuro migliore, ma alimenta il timore di chi si sente minacciato in un benessere che viene eroso in maniera sempre più significativa da un capitalismo arrogante e predatorio, lasciando intendere che, in una situazione difficile, solo i leader forti possono offrire protezione a chi sceglie di affidarsi a un campione della nazione disposto a fare ciò che è necessario per garantirla.

Rispetto agli anni Trenta, questo progetto politico non si appoggia su una dottrina della razza. Gli Untermensch non vengono individuati attraverso l’identificazione di un gruppo etnico che viene indicato come il nemico da eliminare. La minaccia è costituita da gruppi eterogenei – immigrati di diversa provenienza, attivisti antifa, fedeli di religioni diverse da quella cristiana – ma non ci vuole molto a rendersi conto che dietro questa apparente discontinuità rispetto al passato si intravede il grumo di una concezione suprematista della nazione da proteggere. Lo vediamo nelle misure adottate dall’amministrazione Trump per smantellare le istituzioni e i dispositivi culturali che riconoscono il contributo dato dai neri alla storia della democrazia statunitense. La scusa è quella di combattere il woke, e ristabilire una versione “corretta” della storia.

A subirne le conseguenze, tuttavia, è soprattutto la dignità dei neri e dei nativi americani. Una ispirazione simile emerge nella xenofobia attivamente coltivata da Farage e da altre figure della destra britannica. Anche in questo caso, il nemico non viene identificato attraverso il colore della pelle, ma evocando una differenza “morale”, una incompatibilità dei costumi. Ciò nonostante, le bande protagoniste dei recenti atti di violenza in Irlanda del Nord hanno dato fuoco alle abitazioni di infermiere immigrate di origine africana. La situazione in Italia è diversa solo in apparenza, ma la direzione di marcia è la stessa. Se al posto di un gioielliere di Cuneo ci fosse un fruttivendolo bengalese, non assisteremmo alle dichiarazioni indignate che stanno inondando i social e trovano eco in una parte consistente della stampa.

In una situazione del genere le strategie delle opposizioni democratiche, in larga misura dominate da un ceto politico centrista, appaiono illusorie e forse controproducenti. Non sarà la bocciatura di un emendamento, o la vittoria di un Lord Binface, ad arrestare la marea che, a ondate successive, sta travolgendo le nostre democrazie. Le regole del gioco democratico non esistono nel vuoto, esse sono sostenute da pratiche sociali che le mettono al riparo dai tentativi di forzarle e di eroderle. Queste pratiche sociali non sono generate dalla mano invisibile, dal coordinamento spontaneo di elettori che fanno politica solo quando si affacciano sul mercato elettorale a fare la spesa per procurarsi il governo che meglio si adatta alle esigenze della prossima stagione. Esse richiedono organizzazione e spirito di militanza. La disponibilità a essere presenti quando serve: per manifestare in piazza, per dichiarare il proprio dissenso, per disobbedire civilmente quando è necessario. Per salvare la democrazia non basta un campo largo, bisogna stringere i ranghi e coltivare la solidarietà per ostacolare il disegno di chi ci vuole tutti soli, impauriti, e potenzialmente nemici.

Genova 2001 – 2026 #1. L’orizzonte dell’invenzione collettiva: cosa resta del laboratorio di Genova

A 25 anni dal G8 di Genova possiamo riconoscere che i mesi precedenti di preparazione a quelle giornate furono un laboratorio di immaginazione politica. Per un momento, si rese visibile la possibilità che lotte differenti potessero riconoscersi dentro uno stesso orizzonte senza perdere la propria specificità. Il laboratorio politico che rese possibile Genova continua ancora oggi a parlarci

 Giuliana Visco  17 Luglio 2026

A venticinque anni dal G8 molto è stato scritto sulla repressione, sulla Diaz, su Bolzaneto, sulla morte di Carlo Giuliani e in questi giorni si moltiplicano i contributi e i podcast, si riesumano video e testimonianze, si organizzano incontri pubblici. È giusto che sia così. Eppure, più torno a quei giorni, più mi accorgo che ciò che continua a interrogarmi non è solo ciò che è accaduto nel luglio del 2001 quanto piuttosto ciò che è stato costruito nei mesi precedenti. Il laboratorio politico che rese possibile Genova e che, forse, continua ancora oggi a parlarci.

Genova non fu solo lo spazio di una vittoria o di una sconfitta. Fu un laboratorio di immaginazione politica. Lo fu perché, per un momento, riuscì a rendere visibile la possibilità che lotte differenti potessero riconoscersi dentro uno stesso orizzonte senza perdere la propria specificità.

Sindacati, reti ecologiste, associazioni, femminismi, organizzazioni contadine, associazioni, centri sociali, movimenti del Sud globale e collettivi universitari non componevano un soggetto omogeneo. Costruivano, piuttosto, uno spazio comune poroso ma conflittuale, nel quale provare a nominare il mondo in modo diverso. La radicalità di quel processo non stava nell’avere già trovato una risposta, ma nell’aver rimesso in discussione ciò che veniva presentato come inevitabile. Alla fine degli anni Novanta il neoliberismo non si limitava a ridefinire le politiche economiche ma il campo stesso dell’immaginario.

Il mercato non veniva più presentato come una scelta politica tra le altre, ma come l’unico principio razionale di organizzazione della società. L’economia sembrava sottratta al conflitto democratico e affidata alla competenza tecnica, ai mercati e alle grandi istituzioni internazionali. Ciò che era il prodotto di rapporti di forza e decisioni storiche veniva raccontato come un processo naturale, inevitabile.

Fu dentro questa trasformazione che, in luoghi molto diversi del mondo, cominciò a prendere forma un’intuizione condivisa. Non si trattava di rifiutare la dimensione globale, ma di contendere il modo in cui veniva organizzata. Le comunità zapatiste in Chiapas, le giornate di Seattle, il primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre non rappresentavano un percorso lineare né un movimento omogeneo. Erano esperienze differenti che iniziavano però a riconoscersi dentro una stessa ricerca: costruire una politica capace di misurarsi con un capitalismo ormai globale senza rinunciare alla democrazia, ai diritti e alla giustizia sociale.

In questo senso, “Un altro mondo è possibile” non era uno slogan consolatorio né la promessa ingenua di un futuro migliore. Era la rivendicazione che nessun ordine economico fosse naturale, nessuna forma di governo del mondo irreversibile. Era l’affermazione che il futuro potesse tornare a essere terreno di conflitto e di invenzione collettiva. Genova fu un momento in cui  quella ricerca riuscì a trovare una straordinaria capacità di composizione.

A Roma, come in moltissime città d’Italia questa immaginazione assumeva una forma concreta e quotidiana. Gli anni Novanta erano stati un importante laboratorio di autorganizzazione. I centri sociali e gli spazi occupati non erano soltanto luoghi di conflitto, ma producevano cultura, mutualismo, socialità, servizi, relazioni. Erano pezzi di città nei quali si sperimentavano forme diverse di vivere e fare politica.

Proprio per questo la Delibera 26, con cui l’amministrazione Rutelli proponeva di regolarizzare il rapporto tra il Comune e gli spazi sociali occupati, aprì un confronto politico intenso. Interrogava il senso dell’autonomia, il rapporto tra istituzioni e autorganizzazione, la possibilità di continuare a produrre conflitto senza rinunciare alla propria capacità di trasformare la città. Fu un confronto duro, che mise alla prova relazioni consolidate. L’avvicinarsi del G8 offrì la possibilità di spostare lo sguardo. Le differenze non scomparvero, ma trovarono una nuova scala sulla quale misurarsi.

Fu in questo passaggio che nacque RAGE (Rete Anti Globalizzazione Economica). Le assemblee alla SCOLA occupata di San Lorenzo, uno spazio attraversato da studentə precariə, giovanə ricercatricə, espressione di una composizione sociale che stava emergendo nella Roma di quegli anni. Erano il luogo in cui soggettività differenti provavano a costruire una composizione politica senza rinunciare alle proprie differenze.

Non si cercava l’unanimità a tutti i costi, ma un linguaggio comune.

Le riunioni erano spesso interminabili, le mediazioni, la formazione, la preparazione materiale, le discussioni sulle pratiche della disobbedienza civile erano parte dello stesso processo. Si trattava di capire chi potevamo diventare insieme. La preparazione tecnica – dagli scudi alle simulazioni delle cariche – era parte dello stesso processo di formazione. Attraverso il corpo imparavamo che il conflitto non era soltanto uno scontro ma la determinazione di trasformare la vulnerabilità individuale in una forza collettiva.

Quel laboratorio non è sopravvissuto come organizzazione. È sopravvissuto come grammatica politica. Lo ritroviamo, dopo Genova, nelle lotte per l’acqua pubblica e i beni comuni, nell’Onda e nei movimenti studenteschi, nelle pratiche mutualistiche, nelle mobilitazioni climatiche, nei femminismi, nel transfemminismo, nelle lotte antirazziste e per la libertà di movimento.

Ogni volta in forme diverse, con linguaggi differenti e soggetti nuovi, ma attorno alla stessa intuizione: nessuna lotta basta a sé stessa.

Oggi, a distanza di anni, possiamo vedere con maggiore lucidità anche alcuni limiti di quel laboratorio. Non avevamo ancora pienamente elaborato, ad esempio, quello sguardo transfemminista e intersezionale che oggi ci consente di leggere insieme produzione e riproduzione sociale, lavoro e cura, genere e razzializzazione, ecologia e libertà dei corpi. Non lo dico per “fare le pulci” a Genova e per stabilire cosa mancasse ma per  riconoscere che ogni laboratorio politico produce strumenti, ma apre anche domande che le generazioni successive riprendono, trasformano e approfondiscono.

Forse è proprio attraverso l’elaborazione transfemminista che oggi possiamo nominare qualcosa che allora stavamo soltanto intuendo. Lo slogan di Ni Una Menos, unire le lotte, restituisce bene questa idea. Non come semplice convergenza tra rivendicazioni, ma come pratica politica.

Significa riconoscere che il capitalismo organizza contemporaneamente il lavoro e la cura, il debito e i corpi, le migrazioni e l’ecologia, la violenza patriarcale e la guerra. Unire le lotte significa allora costruire una composizione capace di attraversare queste connessioni senza ridurle a un’unica identità.

Se Genova continua a parlarci, dunque, non è perché contenga una risposta da recuperare intatta. È perché ci ricorda che la politica può ancora essere un esercizio di immaginazione collettiva. Forse è proprio questo che continuo/continuiamo a chiamare Genova. Non un luogo della memoria, ma un momento in cui il futuro tornò a essere materia di pratica politica collettiva. E in un tempo in cui, ancora una volta, ci viene raccontato che non esistono alternative, questa continua a sembrarmi la sua eredità politica più radicale.

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