“UNA COMPETIZIONE OLIMPICA: LA CHIAVE DELLA SFIDA USA-CINA” da IL MANIFESTO
«Una competizione olimpica: la chiave della sfida Usa-Cina»
Serena Console 11/10/2026
Futuro multipolare La manifestival 2026, Parla Mabel Lu Miao: «Il nuovo ordine internazionale deve basarsi su regole condivise»
Intervista
Mabel Lu Miao
Segretaria generale del Center for China and Globalization
Mabel Lu Miao, segretaria generale del Center for China and Globalization (CCG), think tank cinese non governativo, e del programma Global Young Leaders Dialogue, racconta al manifesto la visione di Pechino sull’ordine multipolare, sulle relazioni con l’Occidente e sulle sfide che attendono la Cina. Ospite nel passato recente di molti eventi internazionali, fra cui la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il Forum sulla pace di Parigi, quello sulla democrazia di Atene, il Forum di Doha e molti altri, Lu Miao sarà oggi a La Manifestival: interverrà al panel «Futuro multipolare» al Teatro Palladium alle ore 19.30 insieme a Jianren Zhou, docente di relazioni internazionali alla Tsinghua University, e al giornalista e scrittore Simone Pieranni.
Come risponde Pechino alle preoccupazioni occidentali per i suoi rapporti sempre più stretti con Russia e Iran, soprattutto mentre promuove un ordine internazionale multipolare?
La multipolarità è ormai realtà e sta modificando gli equilibri emersi dopo la Seconda guerra mondiale. Così, la cooperazione della Cina con la Russia e l’Iran è considerata da Pechino del tutto normale: si tratta di rapporti tra Stati sovrani basati su uguaglianza, rispetto reciproco e mutuo beneficio. Non sono alleanze militari né sono dirette contro paesi terzi. La multipolarità, secondo questa visione, non si traduce in una nuova contrapposizione tra blocchi. La Cina vuole piuttosto favorire una maggiore partecipazione dei paesi del Sud globale, attraverso commercio, connettività, sicurezza energetica e scambi culturali. È la direzione indicata anche da iniziative come la Belt and Road le Global Initiatives dedicate allo sviluppo, alla sicurezza, alla civiltà e alla governance globale. I rapporti con Mosca e Teheran non rappresentano un allineamento ideologico di Pechino contro l’Occidente. La Cina ritiene inoltre di poter svolgere un ruolo di mediazione per la risoluzione dei conflitti proprio grazie ai suoi rapporti con diversi attori. Un eventuale trilaterale con Russia e Usa, in occasione del vertice Apec in Cina, rappresenterebbe un segnale importante della volontà cinese di contribuire alla stabilità internazionale.
Xi ha definito la «stabilità strategica» una priorità nei rapporti con Washington: quali sono le ragioni di questo approccio e quanto è importante per la Cina mantenere relazioni stabili con gli Stati uniti per sostenere crescita e occupazione?
La Cina considera la stabilità strategica con gli Usa fondata su tre principi: rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione di mutuo beneficio. Il rischio maggiore oggi è l’erosione della fiducia, che alimenta l’incertezza e si riflette direttamente sui mercati. I dazi introdotti da Trump ne sono un esempio. Ma un impegno condiviso da Cina e Stati uniti per mantenere stabile la relazione rappresenta un segnale importante per l’economia globale.
La Cina ha rafforzato la regolamentazione di diversi settori economici: si tratta di una misura temporanea o di un cambiamento strutturale?
Dopo cinque decenni di riforme e apertura, la Cina sta trasformando il proprio modello di sviluppo, puntando sulle «nuove forze produttive di qualità», che vanno dall’intelligenza artificiale alla digitalizzazione fino alla transizione green. Una delle principali sfide è l’occupazione, soprattutto giovanile, ma che è un problema comune a molti paesi e destinato a essere influenzato dall’intelligenza artificiale. Il settore privato continuerà ad avere un ruolo centrale in Cina: rappresenta circa l’80% dell’occupazione, il 70% dell’innovazione tecnologica e il 60% del Pil. Ma le imprese statali restano strategiche per gli investimenti infrastrutturali e anche per la gestione delle emergenze, generando crescita e indotto.
Pechino pone l’accento sul controllo umano dell’Ai, mentre Washington sull’innovazione guidata dal mercato. Esiste un terreno dove definire degli standard condivisi di governance?
Uno degli elementi emersi dall’incontro tra Xi Jinping e Trump è la possibilità di trovare un equilibrio tra cooperation e competition. Potremmo definirla «coorpetition»: una competizione sana, accompagnata dalla cooperazione. La concorrenza può infatti stimolare l’innovazione, ma deve essere gestita per evitare che sfugga al controllo. Gli approcci di Cina e Stati uniti non sono incompatibili e possono essere complementari. Gli Usa sono all’avanguardia nella ricerca di base e nello sviluppo delle tecnologie di frontiera, mentre la Cina eccelle nell’applicazione su larga scala, nell’open source e nelle infrastrutture tecnologiche oltre che nella disponibilità di risorse energetiche e capitale umano. Dobbiamo quindi passare dalla logica del MAD, la «distruzione reciprocamente assicurata», a quella del MAC, la «costruzione reciprocamente assicurata», evitando che la competizione tecnologica sfoci in una «trappola di Tucidide».
In vista dell’imminente vertice di Bruxelles sugli squilibri commerciali, come vede la Cina le attuali relazioni con l’Unione europea e dove intravede possibili punti di intesa?
Tra Cina e Ue esistono ampi margini di cooperazione e complementarità. È necessario gestire le differenze per impedire che le tensioni commerciali si trasformino in conflitto. Sulla questione della «sovra-capacità produttiva» e degli squilibri commerciali, non esiste una definizione condivisa: le divergenze vanno quindi affrontate nel quadro delle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. Cina e Ue possono cooperare in settori come auto elettriche e nuove energie, anche nello sviluppo di Paesi terzi come quelli africani e latinoamericani.
Come è il clima in cui operano i think tank in Cina?
Generalmente, i think tank non governativi tendono a concentrarsi su questioni culturali o sulle relazioni con i paesi del Sud globale. Il CCG invece affronta anche temi sensibili e mantiene rapporti con diversi paesi del G7, svolgendo così un ruolo di ponte tra la Cina e i suoi interlocutori occidentali. In un mondo multipolare, infatti, non contano solo gli Stati, ma anche una pluralità di attori, tra cui think tank, multinazionali e ong. La credibilità del CCG si basa sulla neutralità e sulla volontà di offrire una piattaforma trasparente e fondata sui fatti per favorire la comprensione reciproca.
Il dialogo è quindi la chiave per gestire le controversie tra la Cina e gli altri paesi e favorire la coesistenza in un mondo multipolare?
La coesistenza tra Cina e Stati uniti, per esempio, non è più un’opzione, ma una necessità. Dopo anni di rivalità, i due paesi devono imparare a gestire le relazioni attraverso una competizione sana e regolata, che può anche stimolare l’innovazione e contribuire alla stabilità internazionale. È una competizione che può essere paragonata a quella olimpica: si compete, ma nel rispetto di regole condivise e senza trasformare l’avversario in un nemico. Potrebbe essere questo uno degli elementi del nuovo ordine internazionale.
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