IL GIURISTA MARINIELLO: “SUDAFRICA, RUANDA, GAZA….QUESTO È DIRITTO UNIVERSALE” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL GIURISTA MARINIELLO: “SUDAFRICA, RUANDA, GAZA….QUESTO È DIRITTO UNIVERSALE” da IL MANIFESTO

Il giurista Mariniello: «Sudafrica, Ruanda, Gaza… Questo è diritto universale»

Enrica Muraglie  10/10/2026

Nobel alla sbarra Una nomina «con una valenza storica» per il docente di diritto penale internazionale alla Liverpool John Moores University, parte del team legale che rappresenta le vittime palestinesi di fronte alla Cpi  

Intervista

Triestino Mariniello

Giurista

«L’ultima cosa che ho fatto è stata consegnare un rapporto su Gaza in cui definivo ciò che sta accadendo un genocidio» ha detto Navanethem «Navi» Pillay alla notizia del Nobel per la pace. Una nomina «con una valenza storica» per Triestino Mariniello, docente di diritto penale internazionale alla Liverpool John Moores University e parte del team legale che rappresenta le vittime palestinesi di fronte alla Corte penale internazionale (Cpi).

In che momento arriva questa nomina e qual è il suo significato?
Il contesto è quello dei continui tentativi da parte dell’amministrazione Trump di distruzione del diritto e delle organizzazioni internazionali, del multilateralismo nonché dell’unico tribunale penale internazionale permanente, la Cpi. Navi Pillay ha dedicato tutta la sua vita ad affermare esattamente l’opposto di quello che porta avanti Trump insieme a Israele, ossia un mondo in cui la barbarie domina sui diritti umani e sulla giustizia internazionale. Ora questa barbarie si può chiamare apartheid dove ha cominciato Pillay, in Sudafrica, si può chiamare genocidio in Ruanda, visto il suo lavoro al Tpi per il Ruanda o si può chiamare genocidio come a Gaza, visto il lavoro alla commissione d’inchiesta. Un lavoro di affermazione del diritto internazionale come resistenza alla legge del più forte, e sottolineerei in modo non selettivo. Parliamo del diritto internazionale «à la carte» che tanto piace agli stati occidentali oppure di quello universale? Il lavoro di Pillay testimonia questo, il diritto internazionale si applica a prescindere dal contesto in cui le violazioni avvengono, è universale.

Ci sono già state delle reazioni da parte israeliana. Il ministro degli esteri dichiara che Pillay ha contribuito alla «demonizzazione di Israele».
Il concetto di pace rischia di essere vuoto se non è accompagnato dalla giustizia. Vale per il Ruanda e vale anche oggi nel territorio palestinese occupato. Non può esserci pace senza l’intervento della Cpi, senza l’accertamento delle responsabilità. Pillay lo ha dimostrato nel corso della sua carriera: come giudice del Tpi per il Ruanda ha seguito il caso Akayesu dando un contributo storico nel riconoscere che anche la violenza sessuale può costituire un atto di genocidio. E come presidente della Commissione d’inchiesta sui Territori palestinesi occupati ha avuto il coraggio di mettere nero su bianco le responsabilità di Israele per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, indicando anche i nomi dei responsabili. L’impunità è il terreno fertile che ha permesso a Israele di continuare a commettere i più gravi crimini internazionali. Quello di Pillay è dunque un messaggio forte e inequivocabile di lotta all’impunità.

Il messaggio è arrivato ai diretti interessati ma arriva anche a noi, all’Unione europea ancora paralizzata rispetto alle sanzioni nei confronti di Israele.
Credo che questo Nobel sia un messaggio soprattutto per l’Ue, priva della volontà di emanare anche un singolo pacchetto di sanzioni nei confronti di Israele. Dopo che la commissione d’inchiesta indipendente presieduta da Pillay a settembre 2025 ha chiaramente detto che Israele stesse commettendo genocidio a Gaza, le istituzioni comunitarie non avevano più scuse. Anche davanti alle prove più dettagliate hanno fatto orecchie da mercante. La domanda è cosa farà adesso l’Ue nel momento in cui Trump assesta il colpo definitivo all’esistenza della Cpi.

A proposito di questo, il presidente della commissione per il Nobel, Jorgen Watne Frydnes, ha detto che sono i giudici a «custodire la sottile linea rossa tra ordine e caos».
La Corte si può ritrovare completamente isolata, incapace di avere alcun tipo di rapporti con istituzioni bancarie, assicurative, compagnie hi-tech. Anche rispetto al semplice utilizzo di un software per svolgere le indagini, per ricevere la posta, per pagare gli stipendi al personale. Non è però una sorpresa che Trump faccia Trump. L’Ue più di una volta ha sbagliato e non sembra essere intenzionata a cambiare direzione. Quindi anche in questo caso, con le sanzioni all’intera corte, ci sono diverse misure che l’Ue potrebbe adottare. Per esempio il regolamento di blocco, la cui attivazione dovrebbe essere avviata dalla Commissione. Diversi parlamentari, anche italiani, hanno più volte chiesto di farlo, ma fino adesso la Ue se ne è tenuta ben lontana.

Perché?
Per non indispettire Trump, per eventuali rischi di ritorsioni sui dazi. Il regolamento di blocco potrebbe essere veramente uno strumento efficace, invocato anche dalle stesse rappresentanti della Cpi. Sarebbe veramente sconvolgente se nemmeno davanti a queste sanzioni sulla Corte la Commissione non prendesse in considerazione l’adozione del blocking statute. Stiamo lasciando distruggere l’unica istituzione che dovrebbe fornire giustizia alle vittime di crimini commessi in qualsiasi parte del mondo. Credo che tutto questo stia accadendo per le indagini in Palestina, per i mandati d’arresto nei confronti di Netanyahu e di Gallant.

La speranza che saltino i doppi standard

Luca Baccelli  10/10/2026

Diritto internazionale C’era una volta la giustizia dei vincitori. Il diritto internazionale è stato per secoli un affare di Stati, non riguardava i singoli individui. La «svolta» dopo la Seconda guerra mondiale e i tribunali di Norimberga e Tokyo

C’era una volta la giustizia dei vincitori. Il diritto internazionale è stato per secoli un affare di Stati, non riguardava i singoli individui. La «svolta» dopo la Seconda guerra mondiale e i tribunali di Norimberga e Tokyo.

Che hanno introdotto la responsabilità penale individuale dei leader politici e militari per i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità ma lo hanno fatto in modo distorto, procedendo solo contro tedeschi e giapponesi, violando i principi di terzietà e di irretroattività. L’ombra di Norimberga si è allungata sul rilancio del diritto penale internazionale dopo la Guerra fredda e in particolare sul Tribunale dell’Aia per la ex-Jugoslavia – era incompetente per il crimine di aggressione e ha archiviato fra l’altro le richieste di procedimento contro il personale della Nato nella guerra del 1999 – ma è sembrata dissolversi nel 1998 a Roma, con lo statuto della Corte penale Internazionale.

Attualmente gli Stati membri sono 125, ma restano fuori le principali potenze geopolitiche e militari e la Cpi opera sotto la spada di Damocle del Consiglio di sicurezza, che può sospendere le iniziative del procuratore. La sua azione è stata modesta in termini di casi istruiti e di processi celebrati e nei primi due decenni si è occupata soprattutto di casi africani.

Dal 2023 due bianchi sono oggetto di mandato di arresto della Cpi: Putin e la ministra russa Lvova-Belova. La corte è stata investita fin dal 2009 dalle richieste di procedere per i crimini di guerra israeliani in Palestina, ma si è attivata solo nel 2015. Dopo il 7 ottobre la logica dei doppi standard sembrava riproporsi nelle prime dichiarazioni del procuratore generale Kahn. La svolta è avvenuta il 20 maggio 2024 con la richiesta di mandato di arresto per Netanyahu e Gallant, insieme ai leader di Hamas, accolta il 21 novembre.

Gli Usa avevano siglato lo Statuto di Roma ma non hanno mai ratificato l’adesione. Dal 2002 una legge federale autorizza il Presidente a utilizzare «tutti i mezzi necessari e appropriati per ottenere il rilascio di qualsiasi membro del personale statunitense o alleato detenuto o imprigionato» dalla corte. Gli Usa hanno fatto pressione per ottenere l’immunità del personale dell’Onu e stretto trattati bilaterali per l’immunità del proprio.

La prima amministrazione Trump ha imposto misure restrittive all’allora procuratrice Bensouda e al suo staff dopo l’apertura di un’indagine sull’Afghanistan che coinvolge il personale americano. Fra i primi atti del secondo mandato c’è l’ Executive Order 14203 che cita espressamente Netanyahu e Gallant, qualifica le azioni della Cpi contro il personale americano «una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera», sanziona Khan e vieta finanziamenti e contributi. La lista dei sanzionati ha incluso via via altri 12 magistrati della Corte, compresa la presidente Akane. Già lo scorso 13 luglio il Segretario di Stato Rubio aveva tuonato contro la Cpi. Il 9 ottobre ha annunciato: «Vieteremo le transazioni con questa corte fuorilegge, tagliandole le risorse e paralizzandone la capacità di operare». Dopo l’uscita di Venezuela – ormai protettorato americano di fatto – e Ciad oggi Rubio minaccia gli alleati; se non agiranno gli Usa «proseguiranno la loro campagna per smantellare la Cpi, mattone dopo mattone».

Il diritto internazionale è nato nella conquista dell’America, si è sviluppato come diritto delle nazioni “civilizzate”, ha legittimato e normato colonialismo e imperialismo e la sua stessa universalizzazione – sulla spinta dei movimenti di liberazione e delle ex colonie – ha riprodotto logiche neocoloniali. E tuttavia anche i critici radicali che hanno espresso l’approccio del Terzo mondo prefigurano una trasformazione “dal basso” tale da rendere possibile adempiere la promessa di emancipazione e di giustizia che al diritto internazionale è intrinseca: l’uguaglianza di fronte alla legge anche per i potenti e i loro amici, la difesa dei deboli.

È per questo che Trump dichiara che non ha bisogno del diritto internazionale e Rubio minaccia di paralizzare la Cpi; ed è per questo che il diritto internazionale è difeso nella piazze. Intanto, per una volta, il Premio Nobel a Navi Pillay è un ulteriore segno di speranza.

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