“QUESTA MANIFESTAZIONE NON S’HA DA FARE”! da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“QUESTA MANIFESTAZIONE NON S’HA DA FARE”! da IL FATTO

Impedire il corteo pro Pal è gravissimo (e incostituzionale)

SILVIA TRUZZI 3 Ottobre 2024

Si può manifestare per la Palestina nell’imminenza dell’anniversario del pogrom del 7 ottobre? Pare di no. La questura di Roma ha vietato il corteo previsto sabato e indetto (con richiesta inviata un mese fa) da una galassia di sigle pro-Pal. Gli organizzatori hanno fatto ricorso al Tar, che ha risposto che non sospenderà il divieto in via cautelare, ma deciderà nel merito… il 29 ottobre (oltre al danno la beffa). Il paradosso è che così il rischio di disordini aumenta anziché diminuire. Il ministro Piantedosi ha detto esplicitamente quali sono le ragioni del divieto: “Con preavvisi che in maniera più o meno allusiva tendevano a celebrare la data del 7 ottobre come l’esaltazione di un eccidio, francamente non era possibile lasciar fare”. Il manifesto di ieri spiegava che la pietra dello scandalo è un post pubblicato sui social dai Giovani palestinesi e che non coinvolge gli altri organizzatori, numericamente ben più consistenti: “Il 7 ottobre 2023 è la data di una rivoluzione”, è la frase incriminata. Noi pensiamo tutto il male possibile di questo proclama, ma ciò non giustifica in alcun modo un divieto palesemente incostituzionale. Abbiamo scritto e riscritto che il contenuto degli articoli 21 (a tutela la manifestazione di libertà del pensiero) e 17 (libertà di riunirsi pacificamente) della Carta ci serve soprattutto quando le opinioni espresse non sono condivisibili: è gravissimo che il governo immagini di interdire una piazza perché “non si può lasciar fare”.

Tra l’altro è una decisione stupida e controproducente perché alimenta il risentimento in una situazione in cui Israele – come ha ben detto ieri sul Fatto Silvana Arbia, ex procuratrice della Corte Penale Internazionale – si è posto completamente al di fuori (e al di sopra) del diritto internazionale: “Non ci sono solo violazioni del diritto umanitario e crimini di guerra, ma anche un disprezzo delle decisioni della Corte Internazionale di Giustizia dell’Onu. Sono state emesse ordinanze con misure precise rispetto a quanto accade a Gaza, e Israele non le ha rispettate. Anzi, le reazioni sono state di totale disprezzo per gli organi internazionali. È un Paese che si è messo fuori dalla legalità, quindi è fuorilegge”. Mentre Netanyahu – dopo un delirante discorso in cui definisce l’Onu “palude antisemita”, “società terrapiattista anti-israeliana” e “farsa sprezzante” – dà il via libera all’invasione (“limitata”, sic) del Libano proprio dal Palazzo di Vetro, senza che nulla accada, si mette a tacere per motivi politici chi vuole protestare. E soprattutto lo si ammette pubblicamente. Il ministro ritiene di poter confessare candidamente che vieta un corteo perché non è d’accordo senza timore di incorrere in critiche: se è la misura della nostra democrazia siamo davvero nei guai. Anche perché così si nutrono le pulsioni peggiori. I missili su Israele, che hanno fatto una vittima, sono edizioni straordinarie dei Tg, titoli a tutta pagina, editoriali e reportage apocalittici; tutti i giorni da un anno si registrano decine di morti a Gaza e ora in Libano, ma sono “danni collaterali” e un numeretto nei sommari degli articoli (se va bene). Leggiamo di bambini amputati senza anestesia, da mesi vediamo immagini di macerie, distruzioni, profughi disperati costretti ad abbandonare la propria casa: tutto questo dovrebbe lasciare i cittadini indifferenti? Dobbiamo inebetirci sul divano davanti ai talk show, rassegnati alla narrazione del bene che combatte contro il male e pazienza se questa sacra lotta lascia sul campo una catastrofe umanitaria? Ci indigniamo per gli inaccettabili rigurgiti antisemiti, ma un cartello in una manifestazione, per quanto odioso, o un post su Facebook non possono diventare più rilevanti di migliaia di civili assassinati. E nemmeno una scusa per sopprimere le libertà civili.

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