LA GUERRA DI TRUMP AI BRICS PER SALVARE L’EGEMONIA USA da IL FATTO
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LA GUERRA DI TRUMP AI BRICS PER SALVARE L’EGEMONIA USA da IL FATTO

La guerra di Trump ai Brics per salvare l’egemonia Usa

Giuliano Garavini  18 Agosto 2025

Nuovo ordine. Distrutte le istituzioni multilaterali, Washington non ne vuole di nuove: un’opportunità per l’Ue, che però balbetta

L’internazionalismo liberale è stato distrutto dall’interno del così detto Occidente. Gli Stati Uniti hanno prima avviato la delegittimazione delle istituzioni multilaterali come l’Onu, poi, dalla prima amministrazione Trump del 2017, hanno cominciato a picconare anche il multilateralismo economico: Fmi, Banca mondiale e Wto sono oggi prive di obiettivi strategici, agonizzanti sotto il peso di sanzioni economiche e guerre commerciali. Gli unici a non aver del tutto rinunciato al multilateralismo sembrerebbero essere i Brics.

Dopo la Seconda guerra mondiale gli Usa avevano dato un impulso decisivo alla nascita delle istituzioni multilaterali. Durante la Guerra fredda Washington ha appoggiato governi reazionari, dal Guatemala all’Iran, e scatenato la sua potenza militare contro milioni di civili come in Vietnam: eppure nemmeno nei momenti di più intenso ripiegamento nazionale – come dopo la crisi di Bretton Woods del 1971, quando si manifestò il loro primo deficit commerciale – avevano mai abbandonato il multilateralismo.

Con la fine dell’Urss alcuni evocarono l’alba di un Nuovo ordine mondiale pacifico. In realtà Washington ha abbracciato l’unipolarismo, con il corollario neocon dell’esportazione armata di democrazia e diritti umani. Prime vittime degli interventi fuori dall’egida dell’Onu furono la Serbia nel 1999, l’Afghanistan nel 2001 e l’Iraq nel 2003.

Dopo la crisi finanziaria del 2008, le “economie emergenti” hanno iniziato a crescere più di quelle occidentali. Nel 2009 per riformare le istituzioni che governavano la globalizzazione è stato convocato in Russia il primo vertice Bric (Brasile, Russia, India, Cina). L’iniziativa, poi allargata al Sudafrica, ha contribuito al varo dei summit economici del G20 come alternativa a quelli del G7 e alla riforma delle quote del Fmi per aumentare il peso dei Paesi emergenti (2010). Dalla nascita dei Brics a oggi la Cina è divenuta la fabbrica del mondo (30% della manifattura mondiale, circa il doppio degli Usa) e una superpotenza dell’economia verde (nel 2024 ha contribuito al 64% dell’aumento della capacità globale di energia rinnovabile). I Brics – dopo il recente allargamento a Egitto, Emirati Arabi, Etiopia, Indonesia e Iran – rappresentano il 40% del Pil e della popolazione globale. Come reazione all’ascesa di questi nuovi protagonisti, gli Usa hanno iniziato a picconare l’impianto di una “globalizzazione” accusata di aver impoverito i suoi centri industriali e averli assoggettati a flussi migratori fuori controllo.

Il successo del movimento Maga trumpiano nel 2017 è dovuto in buona parte alla reazione “anti-globalista”, amplificatasi negli anni successivi anche sotto i democratici, con la spietata lotta per i vaccini durante la crisi Covid, le sanzioni contro le aziende tech cinesi, i “piani verdi” che discriminavano le aziende straniere, le sanzioni economiche al settore finanziario ed energetico russo. Il 2 aprile, annunciando i suoi “dazi reciproci”, Trump ha proclamato un nuovo “Liberation Day”, avviando una guerra commerciale fatta per ragioni politiche (contro il Brasile a sostegno di Bolsonaro o contro l’India per limitare le importazioni di petrolio russo), tecnologiche e geopolitiche (contro la Cina) o semplicemente in nome del riequilibrio della bilancia commerciale (contro gli alleati, dall’Ue al Canada). Trump ha platealmente deposto il multilateralismo economico in nome dell’interesse nazionale e, a livello globale, il suo più grande sforzo pare volto a staccare la Russia dalla Cina: per questo offre a Vladimir Putin una trattativa non tanto su Kiev, ma per un’intesa generale, economica e di sicurezza, tra i due Paesi.

Dal canto loro i Brics si sono fatti portavoce di un “multilateralismo trasformatore”, provando da un lato a riequilibrare la governance delle istituzioni esistenti e dall’altro a crearne di nuove come la Nuova banca di sviluppo (2015), che operino secondo logiche differenti da quelle del “Washington consensus”.

Le contraddizioni all’interno dei Brics sono numerose. L’india ha bloccato risoluzioni di condanna a Israele per il massacro a Gaza in nome del nazionalismo antimusulmano. La Cina, maggior partner commerciale di gran parte del Sud Globale, non accetta facilmente vincoli internazionali. Il Sudafrica ambisce a rappresentare l’Africa con un seggio permanente all’Onu, senza però il supporto degli altri Stati africani. La Russia non può certo presentarsi come un modello di rispetto del diritto internazionale.

D’altra parte, non c’è bisogno di condividere sistemi politici e valori per cooperare. Lo dimostra l’Opec: due dei suoi membri fondatori, Iran e Iraq, si sono fatti guerra per quasi un decennio senza uscire dall’organizzazione. Oggi sono numerosi i progetti bilaterali che coinvolgono “società civile” e governi Brics. La cinese Byd, per esempio, aprirà in Brasile una fabbrica che sfornerà 150mila veicoli elettrici l’anno, mentre Brasile e India hanno fondato un’Alleanza globale per i biocarburanti, mentre l’Iran ha trovato sostegno diplomatico durante la recente campagna di bombardamenti di Israele e Usa. Se è difficile inaugurare un sistema di pagamenti Brics, una porzione crescente dei loro scambi avviene in valute nazionali e, pian piano, le loro banche centrali diversificano rispetto al dollaro (le riserve in dollari sono ai livelli più bassi da 20 anni).

L’Ue pare frastornata dalla crisi di una relazione transatlantica che, nel bene e nel male, ha oltre due secoli di storia, fatta di flussi migratori, commercio, battaglie comuni, scambi culturali, nonché dal ritorno di un militarismo la cui messa in discussione era stato un tratto saliente della cooperazione europea nel dopoguerra. Alla totale subalternità delle classi dirigenti Ue rispetto agli schiaffi trumpiani, dovrebbe sostituirsi un “neoatlantismo” europeo che prenda ispirazione da quello incarnato da Enrico Mattei per l’Italia: mantenere la partnership con gli Stati Uniti, ma invocando la piena liberà di dialogare con Brics e Sud Globale. Sarebbe un modo per realizzare nuove sinergie industriali, garantirsi importazioni di materie prime senza riproporre logiche neocoloniali, beneficiare dell’interesse che (specie in Sud America) ancora esiste per il modello di cooperazione rappresentato dall’Ue. Sarebbe anche un modo per rilanciare una politica di “pace e cooperazione”, senza la quale si rischia non solo di vedere i giovani europei tornare a combattere al fronte, ma di dover stornare sempre maggiori risorse per la produzione e l’acquisto di armamenti (spesso americani), a discapito di welfare e transizione energetica.

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