UN PARLAMENTO SENZA POPOLO E SENZA RUOLO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UN PARLAMENTO SENZA POPOLO E SENZA RUOLO da IL MANIFESTO

Un parlamento senza popolo e senza ruolo

Francesco Pallante  08/10/2026

Potere verticale La democrazia rappresentativa è un congegno delicato. Unisce democrazia e rappresentanza, due metodi di governo concettualmente agli antipodi. Da un lato, la democrazia fa coincidere i governati con i governanti; dall’altro lato, la rappresentanza li separa, affidando ai rappresentanti il governo dei rappresentati

Seggi elettorali a Torino – Foto Ansa/Alessandro di Marco

La democrazia rappresentativa è un congegno delicato. Unisce democrazia e rappresentanza, due metodi di governo concettualmente agli antipodi. Da un lato, la democrazia fa coincidere i governati con i governanti; dall’altro lato, la rappresentanza li separa, affidando ai rappresentanti il governo dei rappresentati.

Democratico era il governo dell’Atene classica, in cui i cittadini (al netto di donne, stranieri e schiavi) avevano diritto di intervenire e votare direttamente in assemblea. Rappresentativo era il governo degli Stati liberali ottocenteschi, in cui il voto per censo assegnava alla sola borghesia il compito di rappresentare tutti. La scelta democratica dei rappresentanti, tramite elezioni a suffragio universale, anche femminile, è la soluzione individuata dalle costituzioni novecentesche per rendere praticabile la democrazia nelle popolose società contemporanee.

È un compromesso, che funziona a condizione che i rappresentanti siano realmente rappresentativi dei rappresentati. E, dunque, che i rappresentanti (gli eletti) esprimano posizioni in cui i rappresentati (gli elettori) possano realmente riconoscersi.

Si coglie, così, l’importanza del meccanismo che, nella legge elettorale, disciplina la scelta dei rappresentanti.

L’obiettivo principale dovrebbe essere favorire il più possibile la rappresentatività degli eletti, ponendo al centro gli elettori e il loro diritto di scegliere nel modo più libero e rispondente alle proprie preferenze. Ciò che i costituenti realizzarono attraverso la legge elettorale proporzionale. Da trent’anni, l’obiettivo degli autori delle leggi elettorali è esattamente l’opposto: porre al centro gli eletti, riducendo al minimo le scelte degli elettori, forzati a optare per esiti subottimali secondo il ricatto del «voto utile» o del «meno peggio».

La legge elettorale voluta dalla destra è l’apoteosi di tale degenerazione democratica.

Agli elettori sarà presentata una scheda elettorale, su cui potranno esprimere tre preferenze. Peccato che tanti e tali siano i condizionamenti alle loro scelte che, nella gran parte dei casi, gli eletti avranno ben poco a che vedere con quanto deciso dai votanti. I capilista bloccati; le pluricandidature; i listoni-premio di 70 deputati e 35 senatori; il vincolo per i candidati nei listoni-premio di essere altresì candidati come capilista in un collegio; le soglie di sbarramento per le liste e le coalizioni; il recupero della migliore lista esclusa; il tetto massimo di parlamentari assegnabili al vincitore, con sottrazione delle unità in eccesso dagli eletti nei collegi anziché dai listoni-premio: sono tutti arzigogoli destinati a produrre conseguenze imprevedibili agli elettori, tanto incisive da spezzare il rapporto democratico che dovrebbe legarli agli eletti. Lo stesso esito complessivo del voto potrà essere alterato al punto che un minimo scarto di consensi tra le due coalizioni più votate provocherà un enorme divario nel numero dei seggi conquistati, continuando ad assegnare la guida del Paese a una minoranza in nome della «governabilità»: parola-chiave, che svela la pulsione di ridurre il popolo a gregge governabile.

Le conseguenze non si limiteranno a colpire la rappresentatività del parlamento, già oggi specchio deformato del Paese, ulteriormente approfondendo il fossato che separa i rappresentanti dai rappresentati. A uscirne aggravati saranno tutti i mali che già pesano sul nostro sistema istituzionale, a partire dall’incapacità di alimentare una dinamica politica che non sia frutto della mera volontà d’imporsi sulla controparte. Dietro la retorica degli elettori chiamati a scegliere chi li governerà, si staglia da tempo la realtà di un pugno di capi che scelgono i candidati al parlamento in base a criteri di fedeltà personale, al fine di poterli poi contrapporre, come pedine pigiatasti, gli uni agli altri in forza dei numeri, non certo delle idee. Sarebbe ingenuo stupirsi che parlamentari umiliati al punto da farsi controllare il dito inserito nel sistema di voto siano ridotti a meri ratificatori della volontà del governo: già oggi – e ancor più domani – il vero fulcro del sistema costituzionale, titolare, oltre che del potere esecutivo, anche del potere legislativo.


La scheda bugiarda: al voto senza sapere per chi

Lorenzo Spadacini  08/10/2026

Le false preferenze Il capolista resta bloccato e viene eletto prima di tutti gli altri. Se una lista conquista un solo seggio nel collegio, viene eletto lui, indipendentemente dalle preferenze raccolte dagli altri candidati. L’elettore può quindi indicare uno, due o tre nomi e scoprire, a scrutinio concluso, che quell’indicazione non è servita a nulla

La maggioranza ha inserito nella nuova legge elettorale fino a tre preferenze, presentandole come restituzione agli elettori del potere di scelta. Ma quella promessa è sostanzialmente tradita. Il capolista resta bloccato e viene eletto prima di tutti gli altri. Se una lista conquista un solo seggio nel collegio, viene eletto lui, indipendentemente dalle preferenze raccolte dagli altri candidati. L’elettore può quindi indicare uno, due o tre nomi e scoprire, a scrutinio concluso, che quell’indicazione non è servita a nulla.

Già il numero delle preferenze merita attenzione: fino a tre in liste che non possono superare sei candidati. Nel 1991 un referendum popolare impose la preferenza unica con il 95,6 per cento dei voti validi. Una delle ragioni era limitare cordate e controllo organizzato del voto. Trentacinque anni dopo si torna alla preferenza plurima, con in più il capolista sottratto alla competizione.

Qui emerge una questione di rappresentanza. La rappresentanza politica si fonda sul rapporto tra elettore ed eletto. Non è mandato imperativo, che l’articolo 67 della Costituzione esclude, ma neppure può ridursi alla designazione del parlamentare da parte del partito. Una legittimazione personale dell’eletto lo rende politicamente responsabile davanti a un corpo elettorale riconoscibile e quindi meno dipendente da chi decide le candidature. Se quel legame manca, la libertà giuridica del parlamentare resta intatta, ma la sua dipendenza politica cresce: dai capi, anziché dagli elettori.

Il nuovo sistema costruisce poi una gerarchia tra candidati. Il capolista riceve il seggio per la posizione assegnatagli dal partito; gli altri competono con le preferenze soltanto per ciò che resta. E ciò che resta cambia radicalmente da un collegio all’altro.

A rendere ancora più incerto quel rapporto contribuiscono le pluricandidature: lo stesso candidato può presentarsi fino a cinque collegi plurinominali. L’elettore può dunque esprimere una preferenza per una persona senza sapere se, una volta eletta, sarà proprio il rappresentante di quel collegio. Anche qui la scelta personale si indebolisce e torna a prevalere la logica del partito: il candidato viene moltiplicato tra territori diversi, mentre per l’elettore diventa meno conoscibile l’effetto concreto del proprio voto.

Il testo conserva i collegi plurinominali disegnati per il Rosatellum, quando una parte consistente dei seggi era assegnata nei collegi uninominali. Eliminati questi ultimi, i vecchi collegi plurinominali eleggono molti più parlamentari e assumono dimensioni molto diseguali. A Milano si arriva a collegi da dieci o dodici seggi; nella Sicilia orientale ce ne sono da quattro o cinque. Nei primi è più probabile che un grande partito elegga più candidati e che le preferenze incidano; nei secondi è probabile che tutte liste si fermeranno al capolista.

Lo stesso diritto vale così diversamente a seconda di dove si vota. L’elettore di un collegio grande dispone, nei fatti, di un potere di scelta maggiore dell’elettore di un collegio piccolo. La preferenza è formalmente identica; la capacità di determinare l’eletto non lo è. Questa geografia del potere di scelta pone un problema di eguaglianza del voto.

Poi c’è lo slittamento dei seggi. Il sistema conserva i meccanismi di compensazione tra liste eccedentarie e deficitarie: per far tornare il riparto circoscrizionale, un seggio può non essere attribuito nel collegio in cui i voti sono stati raccolti e finire alla stessa lista in un altro collegio. Il fenomeno non nasce oggi, ma il nuovo disegno rischia di accentuarlo, perché mantiene collegi costruiti per un’altra legge.

Con le preferenze, lo slittamento diventa ancora più grave. Un cittadino può scegliere una lista proprio per sostenere una determinata persona, esprimere per lei una preferenza e scoprire che il proprio voto ha contribuito a eleggere un candidato dello stesso partito presentato altrove. Qui viene frustrata proprio quella conoscibilità dell’effetto del voto sulla selezione personale dell’eletto che la Corte costituzionale ha collegato alla libertà di scelta e al corretto rapporto di rappresentanza tra elettori ed eletti. La preferenza non dovrebbe essere una decorazione della scheda. Ha senso se offre una ragionevole possibilità per l’elettore di determinare chi siederà in parlamento. Qui, invece, prima viene il capolista deciso dal partito; poi le pluricandidature rendono incerto persino il territorio nel quale il candidato prescelto finirà per essere eletto; poi conta la dimensione diseguale del collegio; infine può intervenire lo slittamento del seggio verso un altro territorio.

Tre segni sulla scheda danno l’impressione di una scelta ampia. Ma se il primo eletto è già deciso, se il potere di scelta cambia da un territorio all’altro e se il voto espresso per una persona può contribuire a eleggerne un’altra altrove, quella scelta rischia di restare sulla carta. È qui che la promessa della maggioranza si rovescia nel suo contrario: non restituzione del rapporto elettorale, ma sua ulteriore confusione.

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