IL “WOKE” DEI RADICAL CHIC UCCIDE LA CLASSE OPERAIA da IL FATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL “WOKE” DEI RADICAL CHIC UCCIDE LA CLASSE OPERAIA da IL FATTO e IL MANIFESTO

Il “woke” dei radical chic uccide la classe operaia

Elena Basile  28 Agosto 2026

Woke? Sebbene la parola imperversi, soprattutto negli ultimi giorni sulla stampa, sono sicura che per molti resta misteriosa. Molto più popolare è wok, una padella usata nella cucina asiatica.

Di fatto, agli inizi del XX secolo, woke significava allerta contro le discriminazioni razziali e sociali incorporate nel linguaggio. La cosiddetta sinistra radical chic, la sinistra caviale, in particolare dopo il crollo dell’Unione Sovietica e in seguito alla fine dei partiti comunisti europei, ha voluto fare della cultura woke la propria bandiera, sostituendo le rivendicazioni della classe operaia, frammentata e monopolizzata dai colletti bianchi, con quelle di un ceto medio progressista, pronto a identificarsi con le battaglie delle minoranze, donne, neri, omosessuali, eccetera.

Il problema costituito dalla cultura woke è stato, come ben illustra Ezio Mauro sulla Repubblica del 23 agosto, il nostro amato dottor Jekyll della domenica, che ha creato un neo-galateo conformista, traducendo in un codice standard le parole private quindi di ogni autenticità. Una trasformazione ipocrita del linguaggio che ha aiutato il sorgere di una società orwelliana nella quale la nostra buona coscienza si nutre di camuffamenti cosmetici e non di vere trasformazioni sociali e culturali. Nel romanzo visionario 1984 di George Orwell la guerra è preparata dal Ministero della Pace. Le odierne élite europee ci informano che la mediazione con la Russia sarà ottenuta investendo miliardi in armi. Nessuno vorrà dire pubblicamente “sporco negro o sporco musulmano” ma questo non impedisce le terribili discriminazioni razziali ancora esistenti oppure la disumanizzazione e il genocidio dei palestinesi. Siamo in una società femminista nella quale se un uomo fa un’avance a una donna rischia di essere arrestato, ma la mercificazione del corpo femminile non ha fine e le donne povere investono nella loro ostentata femminilità per poter sedurre uomini facoltosi. La schiavitù è stata abolita (almeno quella classica, non certo lo sfruttamento di poveri, precari, immigrati e popoli soggetti al neocolonialismo) negli Usa nel 1865. Il divieto è un precetto morale interiorizzato dalla società americana. La parola schiavo si utilizza liberamente senza che nessuno se ne abbia a male. Con un paradosso, direi che la cosiddetta cultura woke impone cliché atroci a un film di successo: un soldato americano buono nero, una donna picchiata dal marito fascista e macho (ma soprattutto psicopatico) che trova nel diritto di voto la sua liberazione (script del film C’è ancora domani del 2023).

Insomma, siamo di fronte a una trasformazione del linguaggio con luoghi comuni insopportabili che nutrono soprattutto la sottocultura del centrosinistra. Abbiamo tuttavia lasciato immutate le realtà profonde influenzate da fattori economico-sociali e storico-culturali. Il woke, mutuato dai Dem Usa, è stato il modo di “vincere al centro”, di cancellare il patrimonio marxista della cultura di sinistra trasformando le ideologie socialdemocratiche nel neo-liberismo che abita i Dem Usa, i socialisti europei e il Pd. Magari ne uscissimo e tornassimo alla politica, quella vera. A una visione di cui anche la sinistra dei Sanders e dei Mamdani è priva. Mi riferisco a un’analisi che colleghi le trasformazioni recenti del capitalismo finanziario all’esigenza dell’imperialismo occidentale di scatenare le guerre per il dominio del dollaro, contro la Russia, la Palestina, l’Iran, la Cina. Magari si uscisse dall’indecente slogan aggressore-aggredito per comprendere le cause profonde delle guerre in Europa e in M.O., riflettendo su quale futuro l’Europa possa mai avere se si allinea alle politiche neocon statunitensi. Purtroppo la nuova sinistra, una destra tecnocratica, serve a manipolare l’opinione pubblica, a fingere di difendere il diritto contro la forza, Biden contro Trump, Israele contro Netanyahu, l’Ucraina contro la Russia, le minoranze contro il 90% dei sudditi dell’impero a cui ormai rimane come unica libertà quella sessuale. Foucault direbbe che è moltissimo.

Ho iniziato a 16 anni la militanza nel Partito radicale. Al tempo la società italiana, chiusa e oppressa dal Vaticano, dal cosiddetto catto-comunismo, cercava ossigeno nei diritti civili e a favore delle minoranze, donne e omosessuali. Battaglie sacre della modernità occidentale. La cultura woke è invece mistificazione. Spero che a breve uscirà un libro sul mio viaggio in Iran, metà reportage e metà romanzo in cui cerco di far emergere l’ipocrisia dell’ideologia progressista. L’Iran è solo uno dei tanti casi di manipolazione dell’opinione pubblica nella società orwelliana e woke. La Germania dichiara di volere investire 12 miliardi in missili ipersonici e Tomahawk per attaccare la Russia in profondità, il Giappone si riarma: è la cultura woke che ci impedisce di menzionare la terza guerra mondiale?

Woke e patriarcato

Lea Melandri  28/08/2026

Diritti Per chi ha alle spalle, come nel mio caso, un lungo percorso di impegno politico, la separazione tra diritti sociali e diritti civili, che si è ripresentata con il dibattito […]

Per chi ha alle spalle, come nel mio caso, un lungo percorso di impegno politico, la separazione tra diritti sociali e diritti civili, che si è ripresentata con il dibattito intorno alla parola woke, arriva potrei dire, oltre che nota, familiare. Con i movimenti libertari e non autoritari del ’68 il dualismo, in tutte le sue forme – femminile/maschile, corpo pensiero, natura/cultura, biologia/storia, sentimenti/ragione, individuo/società, ecc. – , diventa oggetto di analisi e di critica e, di conseguenza, si cominciano a vedere i “nessi” che da sempre hanno tenuto insieme i poli contrapposti della dualità.

Uno degli articoli più illuminanti sotto questo aspetto fu quello di Elvio Fachinelli, Il desiderio dissidente pubblicato su Quaderni piacentini nel febbraio 1968. Nella sua geniale lettura della protesta degli studenti, Fachinelli scriveva: «La difficoltà del marxismo di fronte al ’68 fu dovuta al fatto di trovarsi davanti masse che chiedevano la rivoluzione e, contemporaneamente, non erano ancora entrate nel sistema della produzione sociale, non erano dunque immediatamente e chiaramente inquadrabili in termini di classe […] È questa diversa logica di comportamento rispetto al reale e al possibile che io chiamai “desiderio dissidente” […] l’aspetto iniziale, e si potrebbe dire genetico, del movimento che viveva contrapponendosi alla logica del soddisfacimento dei bisogni fino ad allora dominanti».

Con la comparsa, pochi anni dopo, del movimento delle donne sarà lo slogan “il personale è politico” a portare l’attenzione sui legami che ci sono sempre stati tra sessualità e politica, a mettere in discussione la “privatizzazione” di vicende universali dell’umano, a ripensare la politica partendo da tutto ciò che era stato considerato “non politico”, come il rapporto uomo – donna, a guardare all’economia da quegli interni di casa dove il lavoro di cura delle donne era stato considerato fino ad allora come “dono d’amore”.

Con quel salto della coscienza storica che è stato il femminismo degli anni ’70, avrebbe dovuto cambiare anche l’idea di rivoluzione, ma è stata proprio la sinistra extraparlamentare a ostacolare, per non dire “osteggiare”, come riconobbe anni dopo Rossana Rossanda, il separatismo dei gruppi di autocoscienza, considerati una minaccia per la “grande unità di classe”. A lungo, e in parte ancora oggi, il cambiamento al centro delle teorie e pratiche del femminismo, sarebbe stato visto come questione “culturale” o “sovrastruttura” per usare un temine marxista, rispetto alla “materialità” dello sfruttamento economico. Non si riconobbe nella parola “differenza”, legata al ruolo o identità del maschio e della femmina, all’identificazione del “principio paterno” con la spiritualità, l’immortalità, e del “principio materno” con il corpo, l’animalità, la radice biologica degli umani, il fondamento di tutte le forme di dominio di violenza, di ingiustizia, che la storia ha conosciuto: classismo, razzismo, colonialismo, fascismo, ecc.

Negli anni ’70 non sono mancate battaglie femministe per i “diritti civili” – il divorzio, l’aborto, la riforma del diritto di famiglia, la richiesta di una legge contro lo stupro – ma ogni volta si faceva notare che a monte c’era la cancellazione del sessualità femminile, la maternità come obbligo procreativo, la donna confinata in un genere, un ruolo, una funzione – moglie di, madre di – una espropriazione profonda, non meno materiale dello sfruttamento economico: la cancellazione della donna come “persona”. La divisione sessuale del lavoro, che si regge ancora oggi sull’idea che “destino naturale” della donna sono la maternità e la cura – come recita l’articolo 35 della Costituzione -, è ciò che impedisce quanto scritto nella Costituzione stessa: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, la stessa retribuzione che spettano al lavoratore”. Diritti sociali e diritti civili non solo non sono separati, ma si può dire che ogni forma di dominio e di ingiustizia ha il suo antecedente in quella guerra che ha visto il sesso maschile arrogarsi il governo del mondo, «come una stirpe – dice Freud ne Il disagio della civiltà – che ne abbia sottomesso un’altra (…) per sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarla, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lei nel possesso dei suoi beni, umiliarla, farla soffrire, torturarla, ucciderla».

Se sono oggi le destre a impugnare stravolgendola una parola, stay woke, nata per mantenere la vigilanza sulla legittimazione della violenza sulle donne, sui migranti, sui carcerati, sulle soggettività Lgbtq, sulle tante forme di marginalizzazione di chi esprime liberamente il suo dissenso, chiediamoci se ad aprire la strada al populismo di stampo fascista non sia stata in parte la difficoltà della sinistra, moderata o radicale, a far propri cambiamenti che la interrogavano sulla persistenza al suo stesso interno di una cultura patriarcale millenaria.

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