IL CAPITALISMO ROVESCIA I DOGMI DELLA PROPRIETÀ da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL CAPITALISMO ROVESCIA I DOGMI DELLA PROPRIETÀ da IL MANIFESTO e IL FATTO

Il capitalismo rovescia i dogmi della proprietà

I SETTE GRANDI. Se serviva una conferma, l’ultimo G7 l’ha data: il capitalismo è in piena mutazione e la metamorfosi è così violenta da mettere in discussione persino i dogmi assoluti del diritto […]

Emiliano Brancaccio  16/06/2024

Se serviva una conferma, l’ultimo G7 l’ha data: il capitalismo è in piena mutazione e la metamorfosi è così violenta da mettere in discussione persino i dogmi assoluti del diritto proprietario.

Prendiamo il diritto alla libertà dei commerci. Da Biden a Meloni, i leader del G7 lo menzionano ormai con malcelato fastidio, come fosse un idolo vetusto indegno di venerazione. Gli stessi leader si entusiasmano, al contrario, nell’annunciare nuove misure protezionistiche contro la Cina e contro altri paesi non allineati agli interessi occidentali.

I sette grandi giustificano le restrizioni commerciali lamentando il sostegno della Cina alla Russia guerrafondaia. In realtà, i dati indicano che il protezionismo occidentale è iniziato ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina.

Soprattutto a opera degli Stati Uniti, che tra il 2010 e il 2022 hanno introdotto ben 7.790 nuovi vincoli agli scambi internazionali. Ma anche l’Europa, pur riluttante, ha alzato da tempo barriere contro l’oriente. La tesi cara ai sette grandi, del protezionismo come mera conseguenza della guerra, è dunque smentita dai fatti. Le barriere commerciali, piuttosto, sono state premessa dei conflitti.

I grandi del G7 mettono sotto il tallone anche un altro vecchio dogma proprietario: il valore indiscusso del dollaro come moneta di scambio internazionale.

La Cina, i paesi arabi produttori di energia e in parte anche la Russia, hanno accumulato ingenti quantità di dollari grazie a decenni di esportazioni. Stando alla dottrina, questi paesi avrebbero ora il diritto di utilizzare a piacimento gli ammassi di moneta verde che posseggono, magari anche per acquisire aziende occidentali.

Il problema è che il protezionismo americano ed europeo glielo impedisce: le barriere commerciali e finanziarie bloccano gli acquisti.

La conseguenza è che i proprietari orientali si trovano ora con pile di dollari che non possono utilizzare come vorrebbero. Naturale, quindi, che perdano interesse verso la valuta americana. Se ci pensiamo bene, la causa prima della cosiddetta «de-dollarizzazione» è proprio il protezionismo di marca statunitense.

Ma non è finita qui. Al vertice pugliese i leader del G7 sono arrivati a sfregiare persino il massimo comandamento del capitale: il diritto di proprietà privata garantito a livello internazionale. I sette grandi hanno stabilito che il nuovo stanziamento di 50 miliardi per l’Ucraina sarà coperto da prestiti garantiti da un esproprio di profitti russi.

Si tratta di proventi sui famigerati 300 miliardi depositati in occidente da società russe e congelati dopo l’inizio della guerra. Su questo delicatissimo tema l’occidente capitalistico si è spaccato più volte.

Da Wall Street a Francoforte, i brokers occidentali avvisano che la violazione delle proprietà russe ha attivato un campanello d’allarme tra i capitalisti di mezzo mondo, che temendo ritorsioni anche nei loro confronti potrebbero abbandonare ogni prospettiva d’investimento in occidente. Il rischio è concreto, eppure alla fine si è deciso comunque di varcare la soglia proibita. Anche la proprietà privata subisce così un declassamento: da indiscusso diritto individuale a concessione del sovrano.

Questa colossale mutazione capitalista non sembra incontrare ostacoli di sorta.

L’Ue appare sempre più assuefatta alla violazione degli antichi diritti proprietari. Le stesse destre reazionarie in ascesa la assecondano ormai senza indugio. Né si intravede un demiurgo americano in grado di contrastare la tendenza. Trump vorrebbe fare concessioni ai russi di tipo territoriale ma rimarca l’intenzione di proseguire con le barriere commerciali e finanziarie verso la Cina e verso gli altri paesi non allineati a Washington. Chi pensa che una sua vittoria elettorale possa invertire il corso degli eventi è un illuso.

Una vecchia tesi di Marx suggerisce che il mutamento capitalistico stravolge di continuo la storia umana con una violenza che non risparmia nessuno, talvolta nemmeno gli stessi capitalisti.

La profanazione dei «sacri diritti di proprietà» sancita dal G7 è solo una prova fra le tante. È l’annuncio di una nuova epoca di accumulazione originaria, in cui le dolcezze dei liberi commerci lasciano il posto alla ferocia delle reciproche usurpazioni.

L’estrema destra figlia dei “liberali autoritari”

ELENA BASILE  16 GIUGNO 2024

Hermann Heller nel 1933 parlava di “liberalismo autoritario” rispecchiando nella teoria politica la fine della Repubblica di Weimar. Le sue parole di allora sembrano descrivere in modo inquietante le caratteristiche del liberalismo di oggi: limitazioni della sfera pubblica a favore della libertà delle imprese; sostituzione delle politiche sociali con interventi statali a vantaggio delle banche e delle industrie; esautoramento dei Parlamenti e del potere legislativo in nome dell’efficacia delle decisioni politiche. Le similitudini con la realtà politica odierna sono evidenti. Le vittorie delle destre più radicali sono state preparate da questo liberalismo autoritario, purtroppo con la complicità del Partito democratico. Si continua a fingere che esso appartenga a una tradizione di sinistra, quando è chiaramente una formazione democristiana: basti pensare ai suoi leader di maggiore spessore.

La capitalizzazione del dissenso da parte di quello che viene chiamato populismo di destra è basata anche su fattori positivi: la mobilitazione sociale contro le guerre e il nuovo totalitarismo progressista delle tecnocrazie transnazionali. È la rivolta dei nowhere contro gli everywhere, dei perdenti della globalizzazione, della Francia profonda, degli svantaggiati della vecchia Germania Est. È la reazione culturale, qui interpretata da Vannacci, alla nuova cappa culturale illiberale del politically correct imposto dall’alto che confonde sesso e genere, Patria e nazionalismo, razza e razzismo, tutela delle minoranze e dittatura delle minoranze. È la rivolta contro un’industria della cultura che ha ucciso la lingua, i classici e anche nei libri e nei film veicola il catechismo progressista.

Mi sarei augurata che la critica alle oligarchie transnazionali e le classi dirigenti a esse asservite provenisse da un’alternativa di sinistra che riesumasse le tradizioni migliori del liberalismo e della socialdemocrazia, salvasse la rivoluzione moderna e i diritti delle minoranze e dei migranti, e avesse come riferimento la riforma del multilateralismo e non un ripiegamento sul Vecchio concetto di nazione sovrana.

Come si vede in Francia, in Germania, in Olanda, in Belgio come già in Svezia e in Finlandia, le destre radicali saranno legittimate dal liberalismo autoritario che le inghiottirà e le renderà funzionali al nuovo vero totalitarismo rappresentato dalle due destre – centrosinistra e centrodestra – sostenuto acriticamente dall’apparato mediatico. Il vero nuovo potere si serve delle burocrazie internazionali e dell’accademia per legittimare il passaggio dalle democrazie liberali al nuovo autoritarismo rafforzato dalle guerre.

I sostenitori del federalismo europeo non si accorgono delle contraddizioni che richiedono una riflessione approfondita sulla cessione di sovranità alle organizzazioni internazionali. L’Europa è divenuta una struttura illiberale in cui ad esempio il debito e la fiscalità comune sosterranno l’economia di guerra con un travaso di potere alla Commissione, organo non democratico e ormai esecutore di interessi statunitensi, non europei.

Fu la Guerra di indipendenza americana a creare il bilancio comune e a dar vita agli Stati Uniti. Sarà la guerra in Ucraina a creare il debito comune europeo? Il momento hamiltoniano tuttavia non rafforza l’Europa democratica e federale, ma i ceti politici, imprenditoriali, burocratici espressione delle oligarchie tecnocratiche.

Quando entrai in diplomazia credevo in una burocrazia di commis d’État che difendesse lo Stato con la politica ridotta a politichese. Per questo, senza alcun confitto di natura personale, sono perplessa nel vedere la direttrice del Dis (servizi segreti), Elisabetta Belloni, candidata a tutte le cariche, con sviolinate dalla destra meloniana, da Forza Italia, dal Pd e da Di Maio. Purtroppo la burocrazia al potere è emblematica della nuova gestione dell’esistente nella quale la visione strategica è proibita.

Ricordate Hannah Arendt? Adolf Eichmann che scinde le finalità dai mezzi e quindi si adopera per la Soluzione finale è un eccellente burocrate. L’importante è eseguire e mai mettere in discussione la decisione politica. Lo sterminio di palestinesi è in corso. Sono complici Biden e i leader progressisti europei. Biden, Von der Leyen, Meloni&C. hanno espresso solidarietà a Israele quando l’azione brutale a Gaza era iniziata. L’esperto dell’Onu per la promozione dei diritti umani, Alfred de Zayas, li accusa di complicità con crimini di guerra di Netanyahu. Due istituzioni dell’Ordine liberale, la Cpi e l’onusiana Cig competenti per le accuse a Israele sono state sconfessate dagli Usa. Spiace che illustri esponenti della comunità ebraica italiana esprimano allarme per l’avanzata delle destre e non per questi aspetti agghiaccianti delle democrazie liberali.

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