“IL GOVERNO NON FA NULLA PER IL CLIMA”. I FRIDAYS FOR FUTURE SONO TORNATI da IL MANIFESTO e IL FATTO
«Il governo non fa nulla per il clima». I Fridays for future sono tornati
Sara Scheda 17/10/2026
Lo sciopero Da Trapani a Trieste, passando per Bologna, il movimento è tornato in piazza per riportare l’emergenza climatica al centro del dibattito pubblico
Lo sciopero nazionale per il clima promosso da Fridays for Future ha portato ieri in piazza manifestanti in diverse città italiane. A Roma oltre duecento persone sono partite da Piramide per raggiungere il ministero dell’Ambiente (Mase) e chiedere interventi contro la crisi climatica. Al centro della mobilitazione anche le conseguenze delle ondate di calore, per cui sono stati stimati 35.000 decessi in eccesso in Europa durante l’estate, mentre siccità e alluvioni mostrano la crescente vulnerabilità dei territori.
Nel percorso verso il ministero, il corteo ha dedicato attenzione anche alla trasformazione degli ex Mercati Generali di via Ostiense in uno studentato di lusso. Una contestazione che riguarda il consumo di suolo, i cantieri e la perdita di un’area verde, ma anche il modello di sviluppo urbano: per i manifestanti, la città non può essere governata soltanto attraverso operazioni immobiliari, mentre diminuiscono gli spazi accessibili e aumentano gli effetti del caldo. Tra le richieste, più verde urbano, suolo permeabile e una pianificazione che tenga conto dei bisogni di chi abita i quartieri.
Ma la mobilitazione non ha attraversato solo le strade della Capitale. Sono state 25, infatti, le città italiane coinvolte nello Sciopero per il Clima. Da Trapani a Trieste, passando per Bologna, il movimento è tornato in piazza per riportare l’emergenza climatica al centro del dibattito pubblico. «Il governo Meloni non sta facendo nulla per accelerare la transizione ecologica, anzi fa la guerra a chi manifesta, colpendo il diritto al dissenso a suon di decreti sicurezza, con multe salatissime anche solo per il mancato preavviso di una manifestazione», dicono gli organizzatori. «In molte città sono inoltre crescenti le difficoltà poste dalle questure con strette securitarie e cambi all’ultimo minuto come per il divieto, dopo una prima autorizzazione, della questura milanese di svolgere il presidio in piazza della Scala, dove si è sempre svolto negli anni passati».
Alcuni paesi premono per rinviare il settimo rapporto Ipcc sul clima. Ma la scienza non va a maggioranza
Ferdinando Boero 15 Ottobre 2026
Naturalista
Dietro una dichiarazione di equità, si nasconde una tattica dilatoria
La scienza produce conoscenza, la politica dovrebbe decidere in base alle conoscenze acquisite. Ma se queste suggeriscono decisioni che la politica non vuole prendere, si cerca di cambiare la scienza, anche ricorrendo a scienziati compiacenti, oppure si cerca di ritardare la diffusione delle conoscenze. Sono due modi diversi di sottrarsi al confronto con i fatti.
Il Guardian racconta che alcuni paesi, tra cui Arabia Saudita, Russia, Cina e India, stanno esercitando pressioni per rinviare al 2029 la pubblicazione del settimo rapporto dell’Ipcc, prevista per il 2028, in tempo per la Cop33: bisogna dare maggiore spazio agli scienziati dei paesi in via di sviluppo!
Paradossalmente, sono soprattutto le comunità scientifiche dei paesi più ricchi, tra i maggiori responsabili delle emissioni che alterano il clima, a studiare il cambiamento climatico. Hanno università, laboratori, reti di osservazione, satelliti, supercomputer e risorse necessarie per affrontare problemi di questa complessità. Gli scienziati dei paesi più poveri non sono meno partecipi perché sono meno capaci, ma perché non hanno le risorse per svolgere ricerche di questa portata. Come si fa a pretendere che sviluppino in pochi anni capacità scientifiche che nei paesi ricchi hanno richiesto decenni di investimenti?
Usare questa pretesa per ritardare la diffusione delle conoscenze già disponibili è un’ipocrisia, un pretesto per rinviare la pubblicazione dei risultati. Dietro una dichiarazione di equità, si nasconde una tattica dilatoria.
La scienza non funziona a maggioranza. Non sono i governi a decidere come funziona il clima, e neppure gli scienziati. Gli scienziati cercano di capirlo, formulano ipotesi, le verificano, le correggono se le osservazioni le smentiscono. La conoscenza scientifica è sempre provvisoria, ma ne sappiamo abbastanza da riconoscere le conseguenze delle nostre azioni.
Il riscaldamento globale è in corso. Le concentrazioni dei principali gas serra continuano ad aumentare, le temperature salgono, i ghiacci si ritirano, gli eventi estremi sono più frequenti o intensi in molte regioni. L’oceano accumula gran parte del calore in eccesso, con conseguenze che non riguardano soltanto gli organismi marini. Il caldo modifica la circolazione, la distribuzione delle specie, il funzionamento degli ecosistemi.
Non abbiamo bisogno del prossimo rapporto Ipcc per sapere che dobbiamo cambiare strada. I rapporti precedenti lo hanno già spiegato. Quello nuovo ci dirà quanto è peggiorata la situazione, quali previsioni sono state confermate, quali devono essere corrette, quali possibilità abbiamo ancora a disposizione. Ritardarne la pubblicazione rischia di indebolire le basi scientifiche dei negoziati internazionali e di offrire un ulteriore argomento a chi preferisce non decidere. Il rinvio fa comodo a chi vuole prolungare il predominio dell’economia fossile.
Ma c’è una questione più profonda. Continuiamo a considerare l’ambiente come una variabile dell’economia, mentre è l’economia a essere una parte del sistema ecologico. Prima vengono i processi naturali che rendono possibile la vita, poi le attività umane che dipendono da quei processi. Non è un’opinione politica, un’ideologia: è un fatto. La politica, invece, continua a ragionare come se la crescita economica fosse un obiettivo indipendente dalle condizioni che la rendono possibile.
Quando le conoscenze scientifiche mettono in discussione questo presupposto, diventano un ostacolo da aggirare. Ogni ritardo comporta ulteriori emissioni che si accumulano nell’atmosfera, rendendo più difficile e costoso contenere il riscaldamento e aumenta l’esposizione delle popolazioni ai suoi effetti. Rinviare le decisioni fa sì che soluzioni oggi praticabili a un certo costo richiederanno costi economici e sociali molto maggiori.
Il prezzo più alto non sarà pagato da chi dispone delle risorse per proteggersi: pagheranno le fasce più deboli della popolazione, nei paesi poveri ma anche in quelli ricchi. Chi vive in abitazioni inadeguate durante le ondate di calore, chi perde il raccolto per la siccità, chi abita in territori esposti alle alluvioni, chi non ha i mezzi per trasferirsi o per ricostruire dopo una catastrofe. Il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo, i ritardi amplificano le disuguaglianze.
Invocare una maggiore partecipazione dei paesi poveri alla produzione delle conoscenze provoca ritardi nelle decisioni, danneggiando soprattutto le popolazioni che vivono in quei paesi. Si pretende di difenderne il diritto a partecipare alla ricerca, mentre si rischia di compromettere il loro diritto a vivere in condizioni ambientali accettabili. Quei paesi, infatti, si oppongono al ritardo.
La scienza deve dare alla politica gli strumenti conoscitivi per scegliere, chiarendo quali conseguenze possiamo aspettarci dalle diverse scelte. La responsabilità delle decisioni appartiene alla politica, che dovrebbe assumersela davanti ai cittadini. Non si può scaricare sulla scienza la responsabilità di non aver deciso.
Rinviare la pubblicazione di un rapporto scientifico non rallenta il riscaldamento globale. Rischia, semmai, di ostacolare la possibilità di affrontarlo con cognizione di causa. E quanto più aspettiamo ad agire, tanto minori saranno le possibilità di intervenire efficacemente e tanto maggiori saranno i costi, soprattutto per chi ha meno responsabilità e meno mezzi per difendersi. Più si rinviano le decisioni a seguito delle conoscenze, più gravi saranno le conseguenze.
Non sottovalutiamo la legge sul nucleare: è da cancellare
Alfiero Grandi 16 Ottobre 2026
La legge per tornare al nucleare in Italia è in vigore dal 15 ottobre. Chi sottovaluta questa legge sbaglia, può creare problemi molto seri. Un entusiasta assessore della Lombardia ha già chiesto di installare 6 Smr, il primo a Brescia. Reattori che nessuno ha mai visto, lui compreso.
Il nucleare è stato bocciato in due referendum (1987, 2011) dalla maggioranza dei cittadini. C’è chi sostiene che sarebbe passato molto tempo dal voto. Sentiamo dalla Corte costituzionale cosa ne pensa, visto che ha bocciato la manomissione dei risultati dei referendum con la sentenza 199/2012. L’argomento del tempo trascorso è opinabile, nessuno si sorprende se una legge è in vigore per decenni, invece un risultato referendario dovrebbe scadere come una bottiglia di latte? La legge si può cancellare nella prossima legislatura, altrimenti resterà solo la via di promuovere il terzo referendum abrogativo, da proporre entro il 30 settembre 2027 per votare nel 2028. Il ministro sostiene che i decreti attuativi arriveranno presto, ma anche questo è incostituzionale perché l’articolo 76 dice che “la funzione legislativa non può essere delegata al governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi”. In questa legge non ci sono principi, né criteri direttivi, su questo le opposizioni hanno posto la pregiudiziale di costituzionalità. Le vecchie centrali (mai costruite grazie al referendum del 2011) oggi vengono dipinte come pericolose, mentre quelle della legge Meloni/Pichetto non avrebbero problemi solo perché più piccole (Smr). Ignoranza o cacciaballe ? Gli Smr sono centrali nucleari da fissione come quelle grandi. Qualche valvola più sicura, una produzione (forse) standardizzata non cambiano la sostanza, gli Smr sono pericolosi per l’ambiente e per la vita, occupano spazio, creano scorie radioattive.
Scorie che oggi non sappiamo dove mettere visto che questo governo ha bloccato il lavoro fatto fino a 4 anni fa, rinviando di 10 anni la scelta dei depositi delle scorie: quelle che richiedono 3/400 anni per decadere e quelle pericolose che ne richiedono migliaia. Queste “piccole” centrali costano molto, il prototipo Usa è stato abbandonato per i costi, e produrranno elettricità a costi non convenienti. Le banche d’affari confermano che fotovoltaico ed eolico producono già adesso elettricità con costi che sono fino a un quarto del nucleare. Il governo ha ammesso che le prime centrali costeranno molto e i tempi sono già al 2041. Non esiste in Occidente una centrale per poter verificare: i costi (compreso lo smantellamento), i tempi di realizzazione, la sicurezza del funzionamento (lavoratori, abitanti, ambiente), la formazione del personale, la guardiania visti i lampi di guerra, l’accettazione degli abitanti, ecc.
Il nucleare non serve per alleggerire l’attuale esplosione dei prezzi dei prodotti petroliferi, causata dalla guerra scatenata da Trump che non ha chiuso quelle che ha trovato ma ne ha aggiunta una con l’Iran. Trump ha incendiato il mondo e pensa al prezzo del gasolio negli Stati Uniti per ragioni elettorali. Il governo Meloni ha aggiunto il blocco di fatto delle autorizzazioni per gli investimenti nelle energie alternative. Sul sito di Terna ci sono richieste di allacci per le rinnovabili per centinaia di GW in attesa del via libera per costruire gli impianti. Terna sta ammodernando la rete elettrica e costruendo punti di accumulo dell’elettricità da usare quando serve ma occorre molto di più. L’Europa concede all’Italia 14 miliardi per ridurre l’uso del fossile, vanno investiti nelle fonti rinnovabili e nella distribuzione con accumulo, in parallelo vanno riviste le norme per i nuovi investimenti. La legge Meloni/Pichetto va cancellata come quella Berlusconi/Scajola.
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