UN VERGOGNOSO FINALE di PARTITA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UN VERGOGNOSO FINALE di PARTITA da IL MANIFESTO

Un vergognoso finale di partita

STATI UNITI. Quando è arrivata la temuta notizia della firma per mano dell’ultraconservatrice ministra degli interni britannica Priti Patel in calce all’atto di estradizione di Julian Assange negli Stati uniti la rabbia si è unita subito all’angoscia

Vincenzo Vita  18/06/2022

Quando è arrivata la temuta notizia della firma per mano dell’ultraconservatrice ministra degli interni britannica Priti Patel in calce all’atto di estradizione di Julian Assange negli Stati uniti la rabbia si è unita subito all’angoscia.

Ne va della vita di una persona, in ballo dal 2009 con la giustizia per accuse che – se mai- dovrebbero essere la base di un premio Pulitzer, avendo rotto il muro di silenzio che aveva sotterrato i crimini di guerra in Iraq e in Afghanistan. Sì, proprio quelli perpetrati dalla parte del mondo che suppone di esportare la democrazia, violandola spesso e volentieri.

Assange è a rischio suicidario, come ha sottolineato la competente perizia medica che ne ha evidenziato la pericolosa sintomatologia. Del resto, il trattamento riservato al fondatore di WikiLeaks dall’11 aprile del 2019 ospite del carcere speciale di Belmarsh di Londra è stato chiaramente definito dal relatore generale dell’Onu come una vera e propria tortura. Non a caso la prigione è soprannominata la Guantanamo inglese e lì vengono reclusi coloro che passano per essere i peggiori criminali. Dopo il lungo faticoso soggiorno iniziato nel 2012 nell’ambasciata dell’Ecuador nel regno unito, si dischiusero le porte dell’orribile penitenziario. Lì, poi, nelle annesse aule del tribunale, si sono consumati i gradi di giudizio che hanno avuto il suggello della ministra nota per la crudele idea di mandare i migranti in Ruanda.

Curiosa la giurisdizione d’oltre Manica, che pure passa per una delle fonti storiche del pensiero liberale: la conclusione del procedimento è a cura del governo.
L’estradizione americana significa una probabile condanna del giornalista australiano, in un tribunale della Virginia – non insensibile alla ben nota Central Intelligence Agency (Cia) – dove pende l’accusa di spionaggio. Per non dover fare i conti con il primo emendamento della costituzione di Washington con la sacralità da esso attribuita al diritto di cronaca, e a differenza del caso omologo dei Pentagon Papers (le 7.000 pagine fatte arrivare da Daniel Ellsberg allora analista militar, al New York Times e al Washington Post), oggi l’accusa si basa sull’Espionage Act del 1917. Peccato che le notizie raccolte da WikiLeaks siano state utilizzate da molti importanti quotidiani, che ora si voltano dall’altra parte.

Julian Assange è il perfetto capro espiatorio, utile a buttare benzina sul fuoco bellicista e aggressivo in atto, a siglare ulteriormente la subalternità britannica verso l’imperialismo maggiore, a dare un pesante ammonimento al giornalismo. Colpirne uno per educarne cento, diceva il motto. Infatti, l’eventuale condanna farà giurisprudenza e coloro che eludono, rimuovono o non vogliono vedere magari saranno le prossime vittime.

Lo strisciante autoritarismo, fondato sulla riduzione della rappresentanza e sul ridimensionamento dell’indipendenza di chi svela gli arcani del potere, sta facendo le prove generali. Il linguaggio della guerra pare entrato nella comune sintassi e la verità esiste a corrente alternata. Se, poi, si ficca il naso sui retroscena dei conflitti, arriva la punizione.

Il padre di Assange ha invitato alla mobilitazione mondiale. Come ha ragione. Il nuovo primo ministro australiano Anthony Albanese aveva annunciato fuochi d’artificio quando era all’opposizione. Si è già rimangiato tutto? E Jean-Luc Mélenchon, in corsa per i ballottaggi francesi, ha sottolineato un impegno fortissimo se vincerà. La commissaria per i dritti umani del consiglio d’Europa si era pronunciata nettamente.

Dunque, la lotta continua. Come ha reso noto il collegio di difesa guidato dalla consorte di Assange Stella Morris verrà inoltrato ricorso contro la decisione della ministra inglese e vi sarà certamente un’iniziativa rivolta alla corte per i diritti dell’uomo di Strasburgo.
Ma è fondamentale che i mezzi di informazione parlino finalmente del pericolo che corrono essi stessi. A questo punto, se non si racconta ciò che sta accadendo, si finisce con l’essere complici di un misfatto.

Sono giornate, queste, che verranno ricordate. Un altro caso Dreyfus è alle viste. Ma a poco servirà se la storia darà ragione tra qualche anno a un coraggioso giornalista adesso vicino alla condanna a morte.
La questione si pone con drammatica urgenza. Piovono appelli e si stanno organizzando sit in e manifestazioni. Ha fatto sentire la sua voce anche l’organizzazione internazionale dei giornalisti, recentemente a congresso in Oman.

Presso la federazione nazionale della stampa si terrà una conferenza il prossimo martedì 21 giugno in collegamento con il premio Nobel per la pace Pérez Esquivel, autore di uno dei più prestigiosi tra i documenti contro l’estradizione.
Qualche fermento si coglie davanti all’enormità della slavina che scende veloce verso l’incosciente cittadella dell’ovest.

Julian e gli altri, i leaks di Manning e di Snowden

NOTIZIE SCOMODE. I whistleblower perseguitati dal governo Usa

Roberto Zanini  18/06/2022

Era un paio di guerre fa, più o meno. Un felice 2010 in cui l’Afghanistan era conquistato, l’Iraq occupato, la pacificazione marciava a tappe forzate, afghani e iracheni un po’ si organizzavano per votare e un po’ per ammazzarsi. Finché, il 5 aprile, tutti vedemmo quel filmato atroce di due elicotteri Apache che macellavano di mitragliate una dozzina di iracheni a terra, tra cui due giornalisti della Reuters con una telecamera che all’elicotterista sembrò un’arma.
Quel video svegliò qualche milione di coscienze addormentate da anni di guerra non più guerreggiata ma non meno sanguinosa, fece capire cosa significava essere un civile in tempi di occupazione americana, fece partire una caccia all’uomo durata tre presidenze (Obama, Trump e Biden).

Fu il primo grande botto di Wikileaks. Che lavorava alle soffiate tecno-internazionali già da qualche anno, rivelando a destra e a manca complotti in Somalia, attività hacker in Cina, corruzione in Kenya, prigionieri senza nome o diritti a Guantanamo e altri dettagli della prassi democratica del pianeta. Quel video di 17 minuti, presentato in una conferenza stampa a Washington da un curioso individuo coi capelli di platino chiamato Julian Assange, aveva una provenienza precisa, un militare di nome Bradley Manning, analista di intelligence durante le operazioni militari in Iraq. Manning venne arrestato, accusato di aver consegnato migliaia di documenti riservati a Wikileaks, detenuto in condizioni inumane e infine condannato a 35 anni. Il giorno della sentenza disse di riconoscersi nel genere femminile e di voler essere chiamata Chelsea Manning. Obama la graziò dopo 4 anni e mezzo – un altro anno lo fece nel 2019 per essersi rifiutata di testimoniare al grand jury contro Assange.

Tre anni dopo il video di Manning, nel 2013, un analista della Cia si licenziò dall’ultimo incarico da 10mila dollari al mese presso un contractor della Difesa Usa, visse per qualche mese alle Hawaii covando i dubbi sull’intero lavoro dei suoi ultimi anni, poi prese un aereo per Hong Kong e da là rivelò al mondo che eravamo tutti spiati: telefoni di casa, cellulari, email e traffico internet, di comuni cittadini come di capi di stato e di governo, tutto quanto finiva sotto gli occhi e nei computer della National Security Agency americana. Quell’uomo era Edward Snowden, aveva trent’anni e 145 di quoziente di intelligenza, e lo sapeva per certo perché lo faceva lui, attraverso programmi clandestini di sorveglianza elettronica. Altro giro del mondo di scandali, altro armageddon mediatico e politico, altra caccia all’occidentale infedele che metteva in discussione la prassi dell’Ovest libero e democratico.

Snowden non finì come Manning. Riuscì a squagliarsela da Hong Kong anche grazie a Wikileaks: mentre Assange dichiarava ai quattro venti che lo avrebbero portato in Islanda, lui e un’altra dirigente di Wikileaks salivano su un volo verso Mosca. Gli americani non capirono più niente, cercarono persino di dirottare l’aereo del presidente boliviano Evo Morales, convinti che Snowden fosse a bordo. Non era lì.
Vive ancora in Russia.

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