SPECULAZIONE, STAGFLAZIONE, DISOCCUPAZIONE, CATASTROFE ALIMENTARE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SPECULAZIONE, STAGFLAZIONE, DISOCCUPAZIONE, CATASTROFE ALIMENTARE da IL MANIFESTO

Contro la bestia nera della stagflazione investimenti pubblici e leva monetaria

ECONOMIA . Non la guerra, ma Biden e Janet Yellen con trilioni di dollari di spesa pubblica ( 20% del Pil), e la politica monetaria di Lagarde hanno fatto esplodere l’inflazione

Pierluigi Ciocca  25/06/2022

La “narrazione” dell’economia 2021-2022 che viene proposta è imperniata sulla guerra Russia-Ucraina. Se solo… non ci fosse la guerra non vi sarebbero né inflazione né rischi di recessione. Falso.

Inflazione e rischi di recessione erano già in atto in Occidente ben prima della invasione dell’Ucraina, avvenuta a fine febbraio del 2022. I fenomeni traggono origine dalla politica di bilancio e dalla politica monetaria degli Stati Uniti. Una responsabilità grave ricade sull’amministrazione Biden e sulla Fed, la banca centrale degli Usa. A quest’ultima si è accodata la Banca Centrale Europea.

Il rimbalzo dalla recessione provocata dalla pandemia era molto rapido già nello scorcio del 2020, in particolare negli Stati Uniti, dove l’Amministrazione Trump aveva già deciso 900 miliardi di dollari (4% del Pil) di spesa pubblica. Il reddito delle famiglie era in forte aumento e con esso i consumi. Nel 2021 la disoccupazione è stata in rapido calo verso il pieno impiego, raggiunto a fine anno. L’anno si sarebbe chiuso con una esplosione del Pil americano del 5,7% e con un deficit verso l’estero di 800 miliardi di dollari, un record persino per la bilancia dei pagamenti correnti del Paese, da mezzo secolo passiva.

In una economia già avviata al surriscaldamento, Biden e il suo ministro del Tesoro, la professoressa Janet Yellen, mettevano in campo piani ulteriori di spesa pubblica di medio termine per trilioni di dollari, circa il 20% del Pil attuale. Chiunque poteva quindi prevedere che le aspettative d’inflazione e l’inflazione sarebbero divampate. Dal 2% circa all’anno degli inizi del 2021 l’aumento dei prezzi al consumo immediatamente montava, sino a toccare l’8% già nel febbraio 2022, alla vigilia del conflitto ucraino.

Una banca centrale può contrastare l’inflazione se la prevede e se aumenta i tassi dell’interesse a breve termine (o restringe la liquidità) in anticipo, seccamente, al disopra dell’inflazione temuta, senza generare incertezza. Pone così le aspettative sotto controllo. Evita che l’aumento dei tassi a breve si estenda ai tassi a lunga, con pregiudizio dell’attività economica.

La Fed non ha fatto nulla di tutto ciò. Ha annunciato e avviato un aumento dei tassi a breve solo nella primavera scorsa, quando l’inflazione era già alta. Ma l’aumento non era tale da evitare che i tassi d’interesse restassero in termini reali negativi; che l’inflazione si consolidasse; che anche per la gradualità dell’aumento l’attesa dei rialzi si estendesse ai rendimenti oltre le brevi scadenze, provocando effetti recessivi.

Data la dimensione dell’economia americana, le spinte di domanda e le aspettative inflazionistiche contagiavano l’Europa e il resto del mondo. Le stesse quotazioni internazionali dei prodotti primari, dopo essere crollate nel 2020, lievitavano fortemente nel 2021 (del 67% il petrolio, del 27% i non energetici), anch’esse ben prima della guerra fra Russia e Ucraina.

L’area dell’euro sino al 2020 era stata per anni sull’orlo della deflazione dei prezzi. Ciò avveniva per la totale, scontata, inefficacia dell’azione della Bce – il cosiddetto quantitative easing – nel sostenere la domanda e per l’orientamento restrittivo dei governi, che invece di accrescerli tagliavano gli investimenti pubblici.

Ma sulla scia degli Stati Uniti anche in Europa dagli inizi del 2021 si registrava un aumento dei prezzi che nel febbraio del 2022 toccava il 6%. Come negli Stati Uniti, la banca centrale – affidata all’avvocatessa Lagarde – proseguiva per oltre un anno nella politica lassista: la liquidità restava sovrabbondante e i tassi a breve bassissimi, per essere avviati all’aumento con colpevole gradualità, restando ampiamente negativi in termini reali.

La guerra e le sanzioni innalzano i costi di alcune produzioni e più in generale infliggono all’economia mondiale una contrazione dell’offerta aggregata di beni e servizi. Lo shock d’offerta riduce le quantità prodotte e determina un rialzo una tantum del livello dei prezzi. Data l’elasticità ai prezzi della domanda aggregata il primo effetto, sulle quantità, è maggiore del secondo, sui prezzi. Aggiunge probabilità alla recessione internazionale che alcuni temono anche a causa del rialzo dei tassi a lunga scadenza cui ha dato avvio l’agire delle banche centrali. Di fronte a un quadro di stagflation, che fare?

Stabilizzare sia i prezzi sia l’attività produttiva configura un caso di contrasto stridente fra obbiettivi. Occorrono entrambi gli strumenti: una politica fiscale di sostegno alla domanda e una politica monetaria antiinflazionistica. Nel bilancio pubblico le spese correnti tendenzialmente non devono eccedere le entrate correnti, al fine di evitare la crescita ulteriore del debito. Vanno al tempo stesso effettuati investimenti pubblici in valide infrastrutture, commisurati all’esigenza di assicurare la piena occupazione e l’intero utilizzo della capacità produttiva disponibile. Gli investimenti hanno un alto moltiplicatore della domanda e possono favorire la produttività delle stesse imprese. Per entrambe le vie accrescono il reddito e il gettito fiscale al punto da autofinanziarsi nel medio periodo, senza alimentare il debito pubblico.

La politica monetaria deve orientarsi finalmente con rigore al contrasto delle aspettative d’inflazione, recuperandone il controllo. I tassi a breve vanno innalzati una volta per tutte, non lentamente, rendendoli positivi in termini reali, cioè portandoli al disopra del livello a cui si intende ridurre l’inflazione. L’eventuale effetto negativo sugli investimenti privati dovrà essere compensato dagli investimenti pubblici.

La complessità di una siffatta manovra complementare dei due strumenti è di tutta evidenza. Ma l’alternativa è fra molta inflazione e molta disoccupazione, se non entrambe. A tanto l’Occidente è stato ridotto dalla inadeguatezza del suo governo dell’economia.

Catastrofe alimentare da speculazione

NUOVA FINANZA PUBBLICA. La rubrica settimanale di economia politica. A cura di autori vari.

Matteo Bortolon  25/06/2022

I sommovimenti geopolitici che stanno alterando lo status delle relazioni internazionali hanno prodotto severe conseguenze tanto sui paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo (così almeno venivano nominati).

Tanto i prezzi delle commodities di carattere energetico che alimentare stanno esplodendo, danneggiando l’economia a livello mondiale ed in particolare le classi lavoratrici. L’inflazione comincia a mordere seriamente, incamminandosi verso la doppia cifra in molti stati; aziende chiudono per la crescita dei costi legati all’energia, e la FAO afferma che vi sono rischi di una nuova crisi alimentare mondiale. Coldiretti preannuncia problemi gravi in oltre cinquanta paesi.

L’angolo oscuro della vicenda, come abbiamo imparato a focalizzare su queste pagine, inerisce alle dinamiche di formazione del prezzo che su queste pagine abbiamo imparato a conoscere. Dalla crisi del 2007-08 molti analisti riconoscono una dinamica di ondate speculative relative alla trasformazione di beni di ogni genere in sottostante per una varietà di prodotti finanziari. Come avviene tale meccanismo?

Un assunto di base è che nella finanza la domanda è funzione crescente del prezzo, cioè il prezzo scalza l’offerta come elemento determinante, dato che compro per rivendere in attesa che il prezzo salga ancora. Un po’ come se il prezzo dei gioielli crescesse perché la gente compra l’oro come bene-rifugio, il prezzo è drogato da un elemento aggiuntivo…

Nel caso della materia prima agricola, i movimenti hanno denunciato da molti anni che la quota crescente di cibo che rientra ne mercato mondiale è cresciuta: se nel 1986 la quota di derrate alimentari inserita nei circuiti globali era il 15% del totale, nel 2009 era cresciuta al 23%

I circuiti mondiali comportano un inserimento in una spirale discendente di ulteriori e crescenti rapporti di dipendenza. Negli anni Ottanta un gran numero di paesi africani ha perduto la capacità di sostentarsi autonomamente sulla base delle imposizioni del Washington Consensus: essi dovevano produrre derrate adatte all’export, e col ricavato avrebbero potuto trovare sui mercati mondiali il cibo necessario al proprio sostentamento. Ma i tassi di indebitamento esplosero.

La questione della denutrizione dalla diffusione mondiale del famoso libro del nutrizionista, geografo e uomo politico brasiliano Josué de Castro, La geografia della fame (1946), ha cambiato enormemente i propri connotati. Il sistema amplifica ed enfatizza le oscillazioni e variazioni di prezzo dovute ad uno squilibrio domanda e offerta, che oggi vengono crescentemente esacerbate dagli eventi legati al cambiamento climatico.

La guerra sta facendo precipitare tutto. Secondo un rapporto diMcKinsey, i futures sul grano sono aumentati del 40% fra febbraio e marzo scorsi. Si tratta di contratti che fissano il prezzo per un acquisto futuro, e potevano essere usati nelle pratiche commerciali convenzionali per assicurarsi contro un rialzo imprevisto.

Ma se vengono venduti prima che la stessa transazione si compia, la differenza fra il prezzo fissato e quello che si determina sulla merce reale porta a realizzare un profitto che prescinde da essa. Per questo nella prima settimana di marzo i fondi legati alle materie agricole hanno ricevuto 4,5 miliardi di investimenti.

In soli nove giorni dopo l’inizio della “operazione speciale” in Ucraina il prezzo sul mercato dei futures alla borsa di Chicago è aumentato del 54%, per riscendere subito dopo – ma rimanendo a livelli elevati. Molti paesi poveri in piena crisi covid hanno dovuto spendere più di interessi sul proprio debito che per spesa sanitaria. Ancora una volta è la piovra dei potentati che fanno capo ai maggiori attori capitalistici internazionali che la fa da padrone. E senza trasformazioni radicali si potrà tamponare la crisi senza poter escludere di vedersene spuntare un’altra dietro l’angolo.

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