SICCITÀ, ARIDITÀ, FRAGILITÀ, INSTABILITÀ. da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SICCITÀ, ARIDITÀ, FRAGILITÀ, INSTABILITÀ. da IL MANIFESTO

Siccità, la tragedia che ci costringe a ripensare il mondo

CLIMA. Nel decennio Onu di azione per l’acqua, gli ultimi 7 nel mondo sono stati disastrosi. Un fenomeno che provocando l’aridità dei suoli produce fragilità ecosistemica e instabilità sociale. Risparmiare, riutilizzare, recuperare: non c’è altro da fare per dare da bere al Pianeta

Marinella Correggia  23/06/2022

Un torrido pomeriggio di giugno sulle colline del basso Piemonte, dopo molti mesi di pioggia zero e un inverno senza neve. Un abitante ricorda le gite al lago montano di Ceresole che adesso è una pietraia. Conversando di siccità con un muratore nordafricano, gli chiede: «Ma almeno là da voi, piove?». La risposta è un «no» desolato.

IN PIENO DECENNIO ONU DI AZIONE per l’acqua, gli ultimi sette anni sono stati disastrosi a livello mondiale, informa l’ultimo State of the Global Climate dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm). Il cambiamento climatico antropogenico rende più probabile e grave il fenomeno siccità, che poi è uno dei motori dell’aridità dei suoli, della fragilità ecosistemica, dell’instabilità sociale.

LE ACQUE DOLCI CE LA POTRANNO FARE, a salvarci, ma a certe condizioni. Abbattere le emissioni climalteranti. Protezione degli ecosistemi e cura dei bacini idrici. Ripristino dei suoli. Migliori sistemi colturali e un altro modello alimentare. Risparmio, riparazione, recupero delle acque negli usi civili. Raccolta dell’acqua piovana. Si impone un insieme di normative, tecnologie, scelte produttive e di consumo, comportamenti; per gli usi agricoli, industriali, energetici e civili.

AUTORE DEL SAGGIO «SETE» (1992), Giorgio Nebbia, ambientalista e scienziato delle merci fu chiaro: «Una tonnellata di acqua pro capite all’anno si può ritenere indispensabile per bere, lavarsi e cucinare. Oltre, inizia la discriminazione fra le classi». E fra i paesi. In Sahel il presidente Thomas Sankara lottava per garantire «dieci litri di acqua pulita per ogni persona ogni giorno»; in Italia la media nazionale è di oltre 200 litri – ma a seconda delle aree si va dalla penuria fino alle piscine private e ai praticelli anglofili.

E’ POSSIBILE UNA «CONTRAZIONE e convergenza» intorno al consumo diretto di 40-50 litri pro capite al giorno, diritto minimo fissato dall’Onu. E la siccità porta al revival delle sempiterne 3 R – risparmiare, riutilizzare, recuperare. La cura per l’acqua, compito di tutti, parte dall’eliminazione degli usi perversi e delle perdite, un enorme giacimento al quale attingere. Secondo il rapporto Le statistiche dell’Istat sull’acqua (2019-2021), si perde oltre il 36% dell’acqua immessa in rete per gli usi civili; il resto si perpetra a valle… anche con l’assenza delle bacinelle sotto ogni rubinetto, necessarie al sacro doppio uso).

MA IL CONSUMO DI ACQUA DOLCE si nasconde in ogni prodotto. Nel 1993 il geografo Tony Allan introduce il concetto di «acqua virtuale»: quella utilizzata – e inquinata – per produrre alimenti (la parte del leone nel consumo globale) e altri beni di consumo, energia compresa. Anni dopo, Hoekstra e Mekonnen sviluppano l’idea di «impronta idrica» (articolata in tre componenti: verde, blu, grigia a seconda dell’origine). E stimano in oltre 2.300 miliardi di metri cubi all’anno i flussi internazionali di acqua connessi agli scambi. Conteggiando l’acqua virtuale, il consumo pro capite degli italiani supera i 6.000 litri al dì.

LA RETE WATER FOOTPRINT NETWORK («per un uso equo e intelligente dell’acqua nel mondo») mette a disposizione diversi studi e un contatore – valori indicativi – per i prodotti. Esempi: un kg di carne bovina richiede fino a 15.000-20.000 litri di acqua, soprattutto per produrre i mangimi, un kg di carne di maiale 6.000, un kg di grano 1.000, un kg di zucchero 1.700, un kg di mele 822, un kg di formaggio 3.000, un kg di cioccolato 17.000. Tazzina di caffè? 130.

E’ UNA QUESTIONE DI MODELLI agroalimentari e scelte di consumo: il sindacato internazionale La Via Campesina è impegnato da tempo nell’agroecologia che, come l’agricoltura naturale, risparmia acqua e non la inquina. Insieme alla conversione e alle produzioni plant-based, la cui impronta idrica è molto inferiore, si impone il ritorno a colture che da sempre danno buona prova di sé in climi aridi: miglio, sorgo, cassava, legumi, arachidi… Parchi e nutrienti.

PER SALVARE ACQUA: RIUSARE I DUREVOLI, uscire dai monouso, risparmiare energia. Il Water Foorprint Network dà conto anche della pesantezza idrica nella produzione di energia, agrocarburanti compresi; ragione di più per risparmiarla – e il clima ringrazia. E i tessili? Per produrre un jeans di cotone occorrono circa 11.000 litri di acqua (irrigazione, evaporazione, diluizione delle acque reflue della lavorazione); una maglietta di pochi ettogrammi ne richiede 2.700. Una tonnellata di pelli conciate, poi, beve 800.000 litri di acqua (nell’intero ciclo). Ma ecco: nel mondo intero, un giacimento di abiti, tessuti, filati già prodotti aspetta di tornare a vivere nel riuso e riutilizzo; puro lavoro da pagare bene, senza la zavorra delle risorse fisiche. Anche il riciclo salva acqua, si pensi alla carta. Davanti al paradosso dell’acqua virtuale necessaria a produrre e trasportare le inutili bottiglie di plastica o vetro dell’acqua industriale, diventa evidente che dallo spreco idrico legato agli imballaggi e alle merci usa e getta si esce con una rivoluzione nel modello dei consumi. Non basta lo sviluppo di tecnologie non idrovore: abbandonare l’inessenziale forse sarà una scelta obbligata per rispettare anche l’acqua invisibile.

INDICATORI E VITTIME INVISIBILI della crisi, i selvatici e la biodiversità soffrono sia come singoli esseri, animali e vegetali, che come specie. Si pensi agli organismi legati alle acque interne. Spiega Andrea Agapito, biologo e responsabile Rete e Oasi del Wwf Italia: «Il prosciugamento di molte piccole e grandi zone umide, tra marzo e maggio, ha impedito o ridotto drasticamente la riproduzione di diverse specie di anfibi, alcune delle quali in uno stato di conservazione già critico come il Pelobate fosco insubrico, la Rana di lataste o il Tritone crestato italiano». Ancor peggio per chi vive sott’acqua: «Non li vediamo, ma scompaiono. Il trend di estinzione delle specie di acqua dolce è quattro volte superiore a quello delle specie terrestri o marine; ogni decennio se ne va un buon 4%. Ci sono state morie di pesci in tratti fluviali e zone umide rimaste completamente a secco. Resistono meglio certe specie alloctone, a scapito delle autoctone come le cozze d’acqua dolce che si stanno rarefacendo sempre più a causa del degrado ambientale e della loro condizione di «filtratori».

PER DISSETARE I SELVATICI, qualche piccolo aiuto è alla portata di tutti, magari sotto forma di contenitori d’acqua all’ombra, piazzati con zavorra nei pressi di aree verdi. Per i volatili, Marco Dinetti, responsabile ecologia urbana della Lipu, suggerisce: «Mettere a disposizione un po’ d’acqua nei periodi siccitosi serve agli uccelli non solo per bere, ma anche per tenere in ordine il piumaggio in ogni stagione. La cosa più semplice è prendere un sottovaso e tenerci due dita di acqua con un paio di sassi»; tutto fuori portata di gatti, e cambiare l’acqua per non aiutare le zanzare. Alle rondini, poi, servirebbe un po’ di fango per costruire il nido…Il Wwf lavora al progetto One million ponds (un milione di stagni): zone umide per riportare biodiversità ma che fungono anche da abbeveratoi.

IN KENYA QUALCHE ANNO FA NELLA MORSA della siccità l’attivista Patrick Kilonzo iniziò a portare acqua nel vicino parco di Tsavo, dove le pozze di approvvigionamento si erano seccate; continua tuttora, anche con progetti per migliorare la coesistenza fra fauna locale e comunità umane.

CERTO IN AFRICA, OCCUPARSI DI SELVATICI e biodiversità può sembrare un lusso. In uno scenario complesso e tormentato, spiega Isabella Pratesi che dirige il programma conservazione del Wwf, «con lo stress idrico, oltre alla sete e alla concorrenza per l’acqua fra animali domestici e selvatici, aumenta il bracconaggio a scopo di sopravvivenza umana, si acuiscono i conflitti». Ma al tempo stesso, «dove si recuperano gli ecosistemi e si conserva la biodiversità, si mantengono risorse idriche anche per le comunità umane».

OCCORRE UN APPROCCIO DI CURA: «Stiamo rinaturalizzando in tante aree: Tanzania, Kenya, bacino del Congo, Indonesia, India… La natura aiuta, perché vive di acqua e dunque fa di tutto per trattenerla. Gli ecosistemi forestali fanno un effetto spugna. Natura e persone si riappacificano. Ma occorre agire per tempo, con pazienza».

RIVITALIZZARE LE TECNICHE TRADIZIONALI di raccolta dell’acqua è un’altra paziente saggezza di cui danno prova comunità in tante zone aride. Per esempio, l’indiano Anil Agarwal auspicava «un agglomerato di democrazie ecologiche raccoglitrici di acqua piovana». A queste tecniche in ambito rurale e urbano, il Centre for Science and Environment (Cse) di New Delhi ha dedicato molti progetti e ricerche, oltre al bellissimo video-spot Rainwater harvesting.

INTANTO, NELL’ARIDO RAJASTHAN, da anni il Barefoot College, specializzato in energia solare, acqua ed educazione per i villaggi, ha piazzato sistemi di stoccaggio delle acque piovane sui tetti di oltre mille scuole.

Colabrodo Italia, 1 miliardo di metri cubi di sprechi

ACQUA. Da nord a sud ogni anno viene perso il 36,2% dell’«oro blu» messo in rete per uso civile, una quantità che può soddisfare le esigenze di 10 milioni di persone

Mauro Ravarino  23/06/2022

Ne consumiamo tanta e ne disperdiamo troppa. Dall’acqua dipendono la vita e gli equilibri sulla Terra, ma solo in questa fase di siccità estrema ci accorgiamo della straordinaria importanza di un bene primario e comune. Perché se dovessimo scattare una fotografia al sistema idrico italiano, non sarebbe certo virtuosa. Nel 2020, secondo i più recenti dati Istat, sono andati persi 41 metri cubi di acqua potabile al giorno per ogni chilometro di rete nei capoluoghi di provincia o città metropolitana (0,9 miliardi di metri cubi in un anno sui 2,4 miliardi totali), il 36,2% dell’acqua per uso civile immessa in rete, in leggero calo rispetto al 37,3% del 2018. Si tratta di «un volume cospicuo che – specifica l’Istat – riuscirebbe a soddisfare le esigenze idriche di circa 10 milioni di persone».

LE PERDITE sono da attribuire soprattutto alla vetustà delle infrastrutture e, in minor parte, ad errori di misura o ad allacci abusivi. Le maggiori criticità sono al Sud e nelle isole: male Palermo, Cagliari e Napoli. Tra i capoluoghi di più piccola dimensione bocciati Chieti (maglia nera con perdite pari al 71,7%), Latina, Belluno, Frosinone e Siracusa. Tra le città più virtuose, invece, Macerata, Pavia, Como, Biella, Milano, Livorno e Pordenone.

L’ITALIA CON 9,2 MILIARDI DI METRI cubi (Istat, 2018) è in testa ai Paesi dell’Unione europea per prelievo d’acqua (l’84,8% viene prelevato da acque sotterranee, che sono la nostra risorsa più preziosa). Ed è seconda, dopo la Grecia, in termini pro capite. L’uso civile è solo il 18% dei circa 26 miliardi di metri cubi di acqua all’anno consumati (dati Ispra): il 55%, è legato agli usi agricoli, mentre il 27% a quelli industriali. L’Oms ci ritiene un Paese con un livello di stress idrico medio-alto, considerando che utilizziamo tra il 30 e il 35% delle risorse idriche rinnovabili. Tutti elementi che, visti anche gli effetti del cambiamento climatico, non possono non invocare un cambio di paradigma.

LEGAMBIENTE DEDICA ANNUALMENTE dossier all’acqua: alla gestione della risorsa idrica (2021) e alle acque sotterranee (2022). «La siccità e la conseguente emergenza idrica sono fenomeni – sottolinea Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente – con cui dobbiamo imparare a convivere e, per questo, dobbiamo gestire in maniera sostenibile i prelievi (civili, agricoli, industriali), efficientando la rete e riducendo i consumi. Mi domando che cosa si sia fatto in questi mesi per evitare una crisi acuta come quella attuale? Si parla solo di come possiamo avere più acqua a disposizione, tipo con i grandi invasi. Ma non ci serve nuovo cemento, bisogna cambiare il modello. L’agricoltura è abituata all’irrigazione a cannone, esistono invece tecniche più puntuali e capillari. L’industria dovrebbe fare proprio un approccio circolare all’uso dell’acqua. Ed è ancora alto il pregiudizio dei cittadini nei confronti dell’acqua del rubinetto, che è di qualità».

OLTRE A INTERVENIRE AL PIU’ PRESTO sulle perdite, è necessario completare e riqualificare la rete fognaria. Questo cronico ritardo è, infatti, costato all’Italia multe salate, infrazioni e anche una condanna da parte della Corte Ue sulle inadempienze nella depurazione. Le maggiori irregolarità, riporta il dossier di Legambiente, si registrano nel Mezzogiorno, in Calabria, che presenta l’89% degli agglomerati regionali in stato di infrazione, in Campania (con il 77%) e la Sicilia (il 75%). In base ai dati Istat, sono 605 mila i residenti nei comuni capoluogo di regione e provincia non collegati al servizio pubblico di depurazione.

SU TUTTO il sistema servirebbero investimenti strutturali e urgenti. I fondi del Pnrr (4,38 miliardi: 900 milioni di euro per gli acquedotti e la digitalizzazione delle reti; 600 milioni per fognature e depuratori; 2,36 miliardi per infrastrutture idriche di approvvigionamento, tipo grandi invasi; 520 milioni per l’utilizzo in agricoltura) non sono sufficienti, se si pensa che la ricognizione di Arera, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, prevede 10 miliardi.

UN ULTERIORE ASPETTO CHE MINACCIA la disponibilità di acqua è – denuncia Legambiente – l’inquinamento delle falde, dovuto a scarichi o sversamenti che raggiungono le acque sotterranee. «Sono per natura rinnovabili e di buona qualità, ma hanno tempi di ricarica molto lunghi e risultano essere sempre di più sotto pressione a causa delle attività antropiche». Quattro vertenze dell’associazione ambientalista testimoniano i pericoli: la contaminazione da Pfas (sostanze perfluoro alchiliche riconosciute come interferenti endocrini) nelle acque di diversi territori del Veneto, dove le concentrazioni più elevate di contaminanti sono riferibili al depuratore di Trissino e, in particolare, alla società Miteni, contro la quale si è arrivati finalmente a un processo. Altro caso di contaminazione da Pfas è in provincia di Alessandria, ad opera della Solvay, dove – nonostante la presenza di questo inquinante accertata nei fiumi Po e Bormida e nella falda esterna alla fabbrica – la società ha chiesto e ottenuto dalla provincia di Alessandria l’estensione dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) per l’uso e la produzione. E, poi, c’è il caso della Val Basento, in Basilicata, in cui sono risultati presenti nel suolo e nelle acque di falda metalli pesanti e solventi clorurati dovuti agli scarichi degli stabilimenti Anic/Enichem e Materit. Infine, il caso del profondo acquifero del Gran Sasso, che serve molte aree dell’Abruzzo ed è risultato contaminato di sostanze inquinanti quali cloroformio e diclorometano, a causa dei laboratori nazionali dell’Istituto di Fisica Nucleare e del traforo dell’A2.

IN QUESTO INIZIO DI ESTATE SECCO e bollente, la cura per una risorsa inestimabile come l’acqua deve diventare una priorità. Il tempo sta scadendo. O si pianifica e si inverte la rotta in chiave sostenibile oppure andrà sempre peggio. E la nostra rete colabrodo sarà solo uno dei tanti problemi.

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