SÌ, LA PREMIER MELONI È DI DESTRA. da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SÌ, LA PREMIER MELONI È DI DESTRA. da IL MANIFESTO

Sì, la premier Meloni è di destra

LA FIDUCIA ALLA CAMERA. Il presidente del consiglio Meloni (che non è un uomo ma una donna che vuole essere appellata come un politico maschio), ieri si è presentata in Parlamento per il discorso […]

Norma Rangeri  25/10/2022

Il presidente del consiglio Meloni (che non è un uomo ma una donna che vuole essere appellata come un politico maschio), ieri si è presentata in Parlamento per il discorso di fiducia, testimoniando, in diretta tv, l’avvilente retromarcia lessicale. Confermata dall’incipit, con quel «onorevoli colleghi» che ha cancellato d’un colpo le altrettanto onorevoli «colleghe».

La successiva lunga sfilza di nomi di donne (Tina, Nilde, Rita, Oriana, Samantha….), citate come esempi di grandi biografie di riferimento, non è tuttavia servita a resuscitare improbabili richiami alla sorellanza che non c’è. Né nel suo partito, né nel suo governo.

La presidente (senza offesa) Meloni, nel lungo, coriaceo, furbo, identitario intervento ha tentato il grande salto: dallo status di underdog allo standing di figura istituzionale, dal ruolo di leader di partito a quello di leader di governo.

Senza riuscire nell’ardua impresa, perché la militante del fino a ieri marginale partito della destra post-missina, alla fine ha prevalso su tutto il resto della performance.

Così dopo 70 minuti e diversi bicchieri d’acqua per placare una tosse fastidiosa, accompagnata da un sottofondo pressoché ininterrotto di applausi e standing ovation, siamo rapidamente tornati a dove eravamo rimasti, cioè agli ultimi comizi della campagna elettorale.

Non perché la prima presidente del consiglio donna non abbia toccato una fitta agenda di temi e argomenti. Ma perché non ha mai saputo (o potuto) spiegare come intende attuare quelli che, senza una traduzione concreta, restano solo slogan appesi con le mollette della propaganda.

Esempi: per ridurre il debito ci vuole la crescita; dobbiamo spendere bene i soldi del Pnrr; abbasseremo le tasse; lavoreremo per aumentare l’occupazione; daremo la pensione ai giovani; avremo asili comunali gratuiti per tutti. Ottimi, encomiabili obiettivi di una lunga lista della spesa.

Tuttavia, a meno di non voler affrontare la recessione che affligge le due sponde dell’Atlantico e risolvere i problemi del nostro bilancio pubblico con l’abolizione (peraltro parziale) del reddito di cittadinanza, Meloni non ha trovato le parole per farci capire dove prenderà i soldi per finanziare il suo nuovo miracolo italiano. Anche se, per attuarlo, si è detta pronta a sfidare l’impopolarità, il consenso e persino la rieleggibilità.

Forse il silenzio e la fitta nebbia, appena camuffati dall’uso ripetuto della parola «pragmatismo», sono stati l’unico rifugio, la sola via di fuga di fronte alla necessità di seguire la strada della continuità con il governo Draghi, dell’intesa cordiale con quelle élite europee fino a ieri nel mirino di Fratelli d’Italia, partito amico dei peggiori regimi illiberali, oscurantisti e fascistoidi d’Europa.

Una comunanza mai smentita che rende assai esile la sua esibita fede europeista (ci è andato di mezzo anche il povero Montesquieu, citato a proposito di libertà e democrazia), e più convincente invece la sua adesione (storica, questa sì, fin dai tempi del Movimento sociale) all’atlantismo (anche se di stampo più trumpiano che democratico).

Eseguiti in qualche modo i compiti a casa a beneficio di chi osserva l’avvio della legislatura oltreconfine, la leader di Fd’I ha via via preso la rincorsa verso quel profilo identitario della destra, degli umori degli elettori che l’hanno votata e che intendeva pienamente rappresentare dalla tribuna di Montecitorio.

Una spavalda cavalcata su Dio, patria, famiglia, sovranismo, sicurezza, migranti, dittatura sanitaria, trivellazioni, sport contro le devianze, più carcere per tutti, autonomia differenziata combinata con la riforma presidenzialista. Con qualche maldestro testa-coda come il fatto di giurare di non avere nessuna simpatia per «i regimi autoritari, fascismo compreso», senza curarsi troppo di quei filmati mandati in oda dalle televisioni sui suoi appassionati apprezzamenti per Mussolini «grande statista».

Acqua passata, oggi sarebbero «libertà, eguaglianza, democrazia» le pietre miliari del nuovo corso, che avrebbe l’ambizione di farla diventare la rappresentante di quella destra moderna e conservatrice che in Italia non c’è mai stata. Né con il berlusconismo che mentre sdoganava l’almirantiano Fini, affondava le radici nell’evasione fiscale, nella corruzione, nel plebiscitarismo, nella rappresentazione al posto della rappresentanza, nella trasformazione del cittadino in audience. Né con l’impronta razzista, xenofoba, manettara, putiniana della Lega di Salvini.

Ora, con il potere meloniano, anche mediatico, vedremo quale immaginario, quale egemonia culturale avvolgerà il Paese, anzi la Nazione e i suoi cittadini, anzi i patrioti.

Quando si gioca alla morte delle ideologie, in sostanza togliendo di mezzo le idee della sinistra, succede che vince l’ideologia che resta in campo.

Contestano il convegno con FdI: studenti caricati dalla celere

ANTIFASCISMO. La Sapienza blindata fin dal mattino per un’iniziativa organizzata da Azione Universitaria, legata al partito di Meloni. I collettivi manifestano, celere e Digos usano i manganelli. Doppi standard: aula concessa al collettivo di destra, negata per l’evento sul Kurdistan

Chiara Cruciati  25/10/2022

Corrono tre chilometri in linea d’aria tra Montecitorio e piazzale Aldo Moro. Mentre alla Camera Giorgia Meloni teneva il suo primo discorso a deputate e deputati, nella cittadella universitaria de La Sapienza decine di agenti della celere e della Digos manganellavano un gruppo di studenti antifascisti.

Il presidio era stato chiamato dal Collettivo di Scienze politiche il giorno precedente: appuntamento alle 10 per protestare contro il convegno «Capitalismo, il profilo nascosto del sistema» organizzato da Azione Universitaria, gruppo studentesco che – nel profilo Facebook – vanta di essere «l’unica associazione di Destra nel panorama universitario romano».

Ospiti Daniele Capezzone, ex portavoce di Forza Italia e Fabio Roscani, presidente di Gioventù nazionale e neo-deputato di Fratelli d’Italia. Una conferenza autorizzata dalla Facoltà di Scienze politiche che ha concesso l’aula XIII, dedicata a Massimo D’Antona.

«AZIONE UNIVERSITARIA è un’organizzazione legata a FdI», ci dice Sofia del Collettivo di Scienze politiche. Con una buona dose di ambiguità: ufficialmente non si definiscono tali, ma i suoi membri – ci dicono – per lo più hanno in tasca la tessera di FdI e della Lega.

E la pagina Fb conferma le simpatie: in un post del 28 settembre AU definisce quello di Meloni «il partito che raccoglie la tradizione storica e culturale della Destra italiana…orgoglio per il fatto che le idee per cui ogni giorno ci battiamo nelle università abbiano una forte rappresentanza nazionale».

Il resto lo raccontano le immagini che ieri hanno riempito i social media e le chat su Whatsapp: all’improvviso la celere ha iniziato a manganellare i manifestanti. Diversi i feriti, colpiti alla testa e alle gambe.

UN GIOVANE è stato trascinato a terra dagli agenti con violenza e ammanettato, pochi minuti dopo è stato portato dentro l’edificio e identificato. Accusato di voler aggredire gli agenti con un’asta di plastica.

«Quando siamo arrivati alle 9 – continua Sofia – abbiamo trovato la facoltà blindata. L’accesso era bloccato dal cancello chiuso e dagli agenti schierati con caschi, scudi e manganelli».

«Volevamo contestare la presenza di Roscani e Capezzone in un convegno che giustifica l’attacco di quel poco di welfare che rimane – aggiunge Fabio, dello stesso Collettivo – Verso le 10 abbiamo iniziato una serie di interventi e il cortile si è riempito. Abbiamo deciso di contestare la chiusura fisica dell’ateneo apponendo gli striscioni sulle grate. La polizia ha reagito caricandoci per 15-20 minuti».

«Fuori i fascisti dalla Sapienza. Antifascismo è anticapitalismo», diceva lo striscione alla testa del corteo. E «fuori i fascisti dall’università» è lo slogan che risuonava mentre la polizia picchiava.

«Abbiamo chiamato a un’assemblea pubblica subito dopo, eravamo 300-400 studenti – continua Sofia – Poi siamo partiti in corteo verso il rettorato per chiedere conto alla rettrice Polimeni dell’ingresso della celere nell’università. Ha rifiutato di incontrarci».

LA MOBILITAZIONE prosegue, i collettivi hanno chiamato a una nuova assemblea pubblica domani alle 17 nel campus: «Giovedì – prosegue Fabio – sarà la prima tappa di un processo di auto-organizzazione dal basso perché l’università sia un luogo di resistenza. Siamo partiti in 50 oggi, abbiamo finito in 400. Nell’ultimo anno sono stati sgomberati spazi universitari autogestiti o anche concessi, con la motivazione che non ci possono essere spazi di parte».

La rettrice Antonella Polimeni ha poi preso parola. Non con gli studenti ma con una nota: «Vista la particolare veemenza delle proteste di un gruppo di persone intenzionate a entrare in aula per interrompere il convegno, il dirigente del servizio predisposto dalla Questura di Roma ha deciso di intervenire per garantire la sicurezza collettiva. L’Università deve essere un luogo in cui si studia, si cresce, in cui bisogna incontrarsi e confrontarsi».

Il confronto appare però a senso unico. Se come ribadisce Polimeni il convegno di AU era «regolarmente autorizzato», lo stesso trattamento non è stato riservato all’iniziativa di venerdì 28 ottobre sul Kurdistan: ospiti la parlamentare curda svedese Aminah Kakabaveh (minacciata dal governo turco che ne ha chiesto ufficiosamente l’illegale estradizione alla Svezia in cambio del via libera all’ingresso nella Nato di Stoccolma), Moni Ovadia e il responsabile di Uiki, Yilmaz Orkan.

Si svolgerà all’esterno dell’università: la Facoltà di Scienze politiche non ha concesso aule. Il motivo addotto dal preside Tito Marci, secondo quanto verificato dal manifesto, è l’assenza di contraddittorio: necessario garantire anche le posizioni della Turchia per evitare incidenti diplomatici.

«CON LA NUOVA RETTRICE La Sapienza si pone come università innovativa e progressista – conclude Fabio – ma è una narrazione solo mediatica: quando si parla di Kurdistan, Palestina o spazi autogestiti rispondono sempre con la necessità della presenza della controparte».

Una “pluralità” di posizioni che nel caso degli esponenti della destra italiana non c’è stata. C’era nel marzo scorso: il rettorato negò lo spazio per presentare il rapporto di Amnesty International sull’apartheid israeliana (cinque anni prima lo stesso: un’altra iniziativa sulla Palestina impedita perché «discriminatoria»).

«Lo vediamo, l’università è schierata – continua il Collettivo di Scienze politiche – Dà spazio alla destra, agli antiabortisti come Pillon, ai razzisti».

Tante le reazioni ieri. Flc Cgil ha definito «inaccettabile la reazione della polizia»: «Non tolleriamo mai che il dissenso venga represso con la violenza e che questo avvenga all’interno dei luoghi della formazione».

FILIPPO ZARATTI, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra italiana ha fatto sapere che presenterà un’interrogazione parlamentare sulle cariche agli studenti. Lo stesso farà +Europa.

«Mentre il neo-governo Meloni esordisce alle Camere, lo spazio dell’università diventa teatro della peggiore repressione», il commento di Amedeo Ciaccheri, presidente del Municipio VIII di Roma.

A Montecitorio il leader 5stelle Giuseppe Conte si è detto preoccupato nel «vedere le immagine di cariche e manganelli alla Sapienza». «Gruppettari che si professano democratici», risponde la Lega. Ovviamente riferendosi ai collettivi antifascisti.

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