SENZA INFAMIA E SENZA LODE da 18BRUMAIO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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SENZA INFAMIA E SENZA LODE da 18BRUMAIO

Senza infamia e senza lode

  Olympe de Gouges  31 agosto 2022

È ancora troppo presto per tracciare un giudizio storico su Gorbačëv? In Russia non sono pochi quelli che pensano e dicono che Michail Sergeevič è responsabile della distruzione e liquidazione del Paese come grande nazione e come potenza mondiale. Lo stesso interessato era consapevole di tale non marginale sentimento. Solo con Vladimir Putin la Russia, a fatica, si sta riappropriando del ruolo internazionale che le spetta. E ciò ovviamente non garba a Washington, tantomeno una Russia in stretti legami economici (e simpatie politiche!) con l’Europa.

Ad ogni modo, va detto che la responsabilità politica e storica di ciò che è accaduto con l’implosione dell’Urss non può essere attribuita in positivo e in negativo a un singolo personaggio (sul piano storiografico, poiché di questo ormai si tratta, e dunque più che gli archivi moscoviti sarebbe interessante consultare gli “arcana” statunitensi).

Molto di ciò che è accaduto nell’ultimo decennio sovietico è conseguenza di ciò che per comodità chiamiamo stalinismo, nelle sue diverse farsi storiche e per accumulazione, ossia fino alla fine dell’Urss.

Le cause essenziali e profonde di quel lungo e controverso fenomeno storico non sono ovviamente liquidabili in poche frasi, tuttavia mi pare utile richiamare in radice i sofferti tentativi di risposta di Karl Marx alla lettera di Vera Zasulič in tema dell’obščina. Marx prese a studiare la lingua russa, i documenti e le statistiche russe, redasse quattro lettere preparatorie di risposta a Zasulič, ma infine scrisse una breve risposta e da tutti questi scritti si può trarre senza impacci la conclusione che egli riteneva indispensabile anche per la Russia una fase di transizione capitalistica.

Il 1917, ossia la guerra, cambiò tutto, come spesso accade in simili frangenti. Dopo il colpo di stato del febbraio che sloggiò lo zarismo, per Lenin e Trotskij si presentò un’occasione irripetibile, che non se la lasciarono sfuggire. Tuttavia Lenin aveva consapevolezza dei problemi e nei ultimi suoi scritti ipotizzò che la famosa NEP (Nuova politica economica) potesse durare “decenni”. Trotskij, dal canto suo, non riteneva realizzabile il socialismo in un solo paese, tanto più economicamente e socialmente arretrato come la Russia.

L’impostazione leniniana e poi staliniana e maoista fu un’interpretazione unilateralmente semplificata dello sviluppo storico, cioè esposta a un determinismo economicistico che nelle condizioni date non poteva non sfociare in ciò che abbiamo conosciuto. Ad ogni modo, se la Cina è potuta diventare ciò che è oggi, lo deve senz’altro in primo luogo a Mao e ai suoi successori, altrimenti sarebbe una colonia americana sotto gli eredi di Chiang Kai-shek.

L’esempio sovietico e cinese, così come altri equipollenti, mostra come il trasferimento della proprietà giuridica dei mezzi di produzione allo Stato, non comporti necessariamente anche la metamorfosi rivoluzionaria dell’organizzazione della produzione e della società nel suo insieme (cosa che i dirigenti postmaoisti hanno ben chiara). Tanto più che il socialismo non è un modo di produzione particolare (assunto difficile da far comprendere sia di qua che di là della barricata ideologica).

Il comunismo – scrisse Marx – non è un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi, non è uno stato di cose che debba essere instaurato. Il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti. E ciò presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva e le relazioni mondiali che il comunismo implica.

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