PROVOCAZIONI PERICOLOSE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PROVOCAZIONI PERICOLOSE da IL MANIFESTO

«Pelosi oggi a Taiwan» Tensione in Asia: la Cina non resterà a guardare

ASIA. La speaker della Camera Usa dovrebbe arrivare oggi. I media di Pechino: «Scelta sconsiderata». E l’esercito si dice pronto

Lorenzo Lamperti, TAIPEI  02/08/2022

«Se ci saranno conseguenze serie ci saranno  dopo che se ne sarà già andata, quando qui ci resteremo noi». Ieri è stato il momento in cui Taiwan ha iniziato a fare i conti con i potenziali rischi della più che probabile visita di Nancy Pelosi, come testimonia questa considerazione di una fonte qualificata. Una visita passata quasi inosservata per circa una settimana, così come le minacce di ritorsioni da parte di Pechino.

NEL TG DI SABATO SERA, TVBS ha parlato di Pelosi poco prima di un servizio su un autista capace di prendere 16 multe di seguito per eccesso di velocità. Il clima è cambiato ieri, quando proprio TVBS ha dato per certo l’arrivo di Pelosi per martedì sera. Voce raccolta anche dal manifesto, che può confermare l’anticipazione dell’allerta logistica rispetto a quella iniziale di mercoledì. Pelosi potrebbe arrivare stasera alle 22 locali dopo aver completato le prime due tappe del suo viaggio in Asia, Singapore e Malesia e prima di spostarsi in Giappone e Corea del Sud. I dettagli della sua visita possono fare la differenza, determinando almeno in parte la reazione cinese.
Le voci diffuse dai media taiwanesi sulla sua agenda sono molteplici ma concordano sul fatto che Pelosi si fermerebbe per la notte (forse al Grand Hyatt o al Marriott) per poi incontrare la presidente Tsai Ing-wen mercoledì mattina, prima di ripartire per il Giappone (dove si aspettavano la sua partecipazione a un discorso in memoria di Shinzo Abe) o per la Corea del Sud (dove ha un appuntamento con l’omologo Kim Jin-pyo giovedì mattina).

MA C’È CHI RITIENE che la visita possa prolungarsi fino a mercoledì inoltrato, comprendendo un pranzo al Grand Hotel con il fondatore o il presidente di TSMC, Morris Chang e Mark Liu, che proprio ieri in un’intervista alla Cnn ha dichiarato che un’invasione paralizzerebbe gli stabilimenti del colosso dei semiconduttori. C’è anche chi ipotizza l’incontro con uno dei leader delle proteste di Tian’anmen e un passaggio allo yuan legislativo. Quest’ultima sarebbe forse l’azione letta in maniera più provocatoria da Pechino, perché metterebbe in modo inedito di fronte speaker della Camera e parlamento taiwanese.

NELL’UNICO precedente del 1997, Newt Gingrich incontrò Lee Teng-hui nel suo ufficio presidenziale in un imprevisto allungamento del suo viaggio nella Repubblica popolare, nel quale sostenne di aver detto a Jiang Zemin che l’America avrebbe difeso militarmente Taiwan in caso di invasione. Altri tempi. La Cina era meno forte, gli Usa meno deboli. Quel viaggio sigillò la fine della terza crisi sullo stretto, quello di Pelosi potrebbe secondo alcuni aprirne una quarta. L’appartenenza allo stesso partito di Joe Biden fa sì che Pechino veda il suo arrivo come un segnale politico. Anche se sui media cinesi, quelli rivolti verso un pubblico interno, si nota una personalizzazione della vicenda. Si legge su Taiwan.cn: «Pelosi ha agito in modo sconsiderato sfruttando il sistema di separazione dei poteri statunitense, ma mostra anche che non c’è un consenso completo nella Camera degli Stati uniti e nel Partito democratico sulle relazioni con la Cina».

E ANCORA: «I padroni di casa che ospitano Pelosi potrebbero non essere in grado di credere veramente all’efficacia delle promesse fatte da una politica al crepuscolo della sua carriera, che ha deliberatamente fomentato le tensioni regionali per un proprio tornaconto». Stessa linea tenuta dal corrispondente da Bruxelles dell’agenzia di stato Xinhua, Chen Weihua. Non solo si sottolinea la non credibilità della speaker ma si evidenzia anche la divisione tra Partito democratico (dunque Biden) e la Camera dei rappresentanti (Pelosi). Ciò lascia intendere che si potrebbe provare a giustificare la visita di Pelosi come segno del caos interno Usa (con l’ex segretario di Stato Mike Pompeo che attacca la Casa Bianca per non aver sostenuto Pelosi). Ma a non essere credibili per Pechino sono anche le garanzie di Biden.

VERSO L’ESTERNO, infatti, il messaggio veicolato è di fuoco e fiamme. In un video rilasciato in occasione del suo 95esimo anniversario, il comando orientale dell’esercito cinese dice di essere «pronto a combattere il nemico». Sui social girano le immagini di mezzi armati in spostamento verso sud per le esercitazioni di oggi e mercoledì al largo del Guangdong, mentre sono state diffuse quelle del nuovo missile ipersonico. Quello su cui tutti gli analisti sono concordi è il fatto che una reazione ci sarà.
Xi Jinping, in avvicinamento al XX Congresso, non può mostrarsi debole. Non avendo aumentato le incursioni aeree nei giorni scorsi si tiene aperta questa carta con possibile nuovo record jet nello spazio di identificazione di difesa aerea: sarebbe una reazione molto visiva ma nella sostanza non sarebbe una vera escalation.
Forse non abbastanza, se quello di Pelosi sarà più di uno stop-over. C’è chi ipotizza il passaggio di un jet direttamente sopra l’isola di Taiwan, o persino il lancio di missili balistici nello Stretto o la presa di una delle isole minori amministrate da Taipei. Matsu, Kinmen, Penghu o magari le remote e senza abitanti civili Dongsha e Taiping. Gli Usa rispondono con una «zona cuscinetto» nella quale sono impegnati la portaerei Ronald Reagan, posizionata nel mare delle Filippine, e il suo gruppo d’attacco. Il tutto mentre ieri sono cominciate le Garuda Shield, le esercitazioni congiunte tra Usa e Indonesia che quest’anno vedono coinvolti anche Australia e (per la prima volta) Giappone.

IL MONDO OSSERVA che cosa succederà durante il probabile arrivo di Pelosi, Taiwan allaccia le cinture per quando se ne sarà andata.

Jcpoa, il nuovo accordo resta incerto. Nuove sanzioni Usa all’Iran

NUCLEARE. L’Iran usa toni concilianti verso la proposta europea ma avverte di essere in grado di costruire l’atomica, anche se non intende farlo. Biden: gli Usa impegnati ad impedire che l’Iran produca l’arma nucleare

Michele Giorgio  02/08/2022

L’Iran lancia messaggi all’Europa e agli Usa. Da un lato Nasser Kanani, portavoce del ministero degli esteri, fa sapere che presto avrà luogo un nuovo giro di colloqui per rilanciare il Jcpoa, l’accordo internazionale del 2015 sul programma nucleare iraniano affossato senza motivo nel 2018 da Donald Trump. «Siamo ottimisti sul fatto che l’andamento dei colloqui porti a risultati saggi e ragionevoli. Non consideriamo i colloqui come una tattica ma come una seria strategia che porterà benefici a tutti» ha spiegato Kanani, auspicando che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) si mantenga distante da approcci politici. Dall’altro Mohammed Eslami, capo dell’agenzia iraniana per il nucleare, proclama che la Repubblica islamica dispone delle capacità tecniche per assemblare un ordigno atomico, ma non ha intenzione di farlo. In poche parole, senza il rilancio del Jcpoa e la revoca delle sanzioni statunitensi che strangolano l’economia iraniana, Teheran arricchirà l’uranio fino alla soglia oltre la quale c’è la bomba, unendosi così a paesi come Israele, India e Pakistan che posseggono da lungo tempo l’arma atomica in violazione delle norme internazionali.

Ma c’è ancora spazio per la diplomazia e il capo negoziatore iraniano Ali Bagheri Kani si è detto convinto che si possa procedere nei prossimi giorni a una «rapida conclusione» dei negoziati di Vienna – con Russia, Cina, Francia, Gb, Germania e Usa in forma indiretta – e confermato che l’Iran ha «studiato attentamente» la bozza di testo sul rilancio del patto presentata da Josep Borrell, l’Alto rappresentate per la politica estera dell’Ue. Borrell qualche giorno fa aveva descritto la sua proposta come il «miglior accordo possibile». L’Iran ha risposto inviando a Bruxelles degli emendamenti. Nasser Kanani ha detto che la nuova intesa «dipende totalmente dalla determinazione della parte americana di evitare discussioni divaganti». Il portavoce ha ipotizzato un possibile «atto umanitario» riferendosi a uno scambio di prigionieri con gli Usa.

I dettagli della proposta europea sono stati tenuti nascosti. Borrell comunque ha spiegato che se accettata «fornirà significativi dividendi economici e finanziari» all’Iran «oltre a rafforzare la sicurezza regionale e globale». Teheran, tuttavia, chiede – lo ha fatto anche ai colloqui indiretti con gli Usa tenuti a fine giugno in Qatar – qualcosa che l’Europa non può garantire: che Washington non silurerà di nuovo l’accordo. Da parte sua l’Amministrazione Usa sostiene che l’Iran fa richieste che esulano dall’ambito del Jcpoa e si oppone alla fine dell’indagine che l’Aiea sta svolgendo sulle tracce di uranio trovate in tre siti iraniani. L’Iran a giugno ha spento le telecamere di monitoraggio nei suoi impianti nucleari avvertendo che verranno riaccese solo in caso di un nuovo accordo. Il segretario di stato Blinken ieri ha annunciato nuove sanzioni contro il petrolio dell’Iran, questa volta prendendo di mira sei compagnie che lo trasportano o ne facilitano la vendita. E il presidente Biden, in occasione della conferenza del Trattato di non proliferazione, ha riaffermato che Stati uniti sono impegnati ad impedire che l’Iran produca l’atomica. Sullo sfondo ci sono le pressioni di Israele per impedire il nuovo accordo con Teheran

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