PIANO DI PACE: C’È UNA BOZZA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PIANO DI PACE: C’È UNA BOZZA da IL MANIFESTO

Piano di pace, c’è una bozza. Ma Mosca insiste: finire il lavoro

Il copione di Putin. Nel documento in 15 punti anticipato dal «Financial Times» previsto il ritiro delle truppe russe a fronte di un’Ucraina neutrale. La Corte di giustizia Onu ordina lo stop all’invasione. Zelensky esulta: «Grande vittoria»

Marco Boccitto  17.03.2022

Il 21mo giorno della guerra di Putin in Ucraina si è consumato con oscillazioni se possibile ancora più marcate tra la speranza minima di un cessate il fuoco e la realtà quotidiana sul terreno, che resta di morte e distruzione. Un giorno in cui si sono alternate le controaperture ottimistiche del ministro degli Esteri russo Lavrov sul progresso dei negoziati e le parole inquietanti di Putin circa il lavoro da completare.

E POI, TRA UN PROCLAMA militare e l’altro è venuta fuori anche la prima traccia nero-su-bianco di un possibile piano di pace in 15 punti: è la bozza, secondo quanto anticipato dal Financial Times, attualmente sul tavolo negoziale, che prevede nelle sue parti essenziali il ritiro delle truppe russe a fronte della «neutralità» dell’Ucraina.

Ieri, il giorno dopo la missione solidale dei premier di Slovenia, Polonia e Repubblica ceca a Kiev, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha incassato l’ordine di uno stop immediato all’invasione emesso dalla Corte penale di giustizia (Cpg). Ordine «vincolante», ma sulla base di quel diritto internazionale che al momento è da annoverare tra le vittime illustri del conflitto. Inoltre qualora Mosca non recepisse, la Corte dovrebbe lamentarsene con il Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove la Russia fino a prova contraria ha il diritto di veto.

ANCHE LA CORTE penale internazionale (Cpi), che ha sede sempre all’Aja ma non è un organismo Onu, ha dato seguito all’inchiesta già aperta sui crimini di guerra commessi in Ucraina «dal 2014 a oggi». Il procuratore Karim Khan ieri era in Ucraina per incontrare i vertici del governo ucraino.

Zelensky, che ha subito salutato la decisione della Cpg come una «vittoria totale» contro la Russia, ieri ha vissuto un’altra intensa giornata di appelli, contatti internazionali e performance in videoconferenza come quella tenuta in mattinata di fronte al Congresso Usa. Durante la quale il presidente ucraino ha toccato le corde emotive dei congressisti evocando «il cielo di Pearl Harbour nero per gli aerei che vi attaccavano» e l’11 settembre che «l’Ucraina sta vivendo ogni giorno da tre settimane». Preceduto da un sonoro I have a dream, ha rilanciato ancora la sua richiesta di «protezione dei cieli del Paese» mediante una fly-zone che invoca da giorni e che per il momento è destinata a restare un «sogno».

A TAL PROPOSITO il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg è stato costretto a ribadire una volta di più la visione unitaria dei paesi membri su questo: «Vediamo distruzioni e sofferenze umane in Ucraina, ma potrebbero essere anche peggio se agissimo in modo da trasformare il conflitto attuale in una guerra totale tra Nato e Russia». Stoltenberg ha di conseguenza smentito categoricamente l’esistenza di piani per schierare truppe Nato in Ucraina.

A WASHINGTON l’intervento di Zelensky è finito con una standing ovation e il via libera a un nuovo stock di aiuti statunitensi – in buona parte militari – per un valore di 800 milioni di dollari. Un convinto grazie per gli aiuti già ricevuti il presidente lo ha riservato in serata per il suo omologo turco Erdogan, definito un «vero amico». La telefonata ricorreva nell’anniversario del referendum con cui la Crimea nel 2014 ha scelto di stare con la Federazione russa. Un passo mai riconosciuto da Ankara, che ha molto a cuore la questione dei Tatari turcofoni nella penisola contesa, una delle tante che mantiene tesi i rapporti con Mosca .

NON CI SAREBBERO OSTACOLI invece, fa sapere il Cremlino, al vertice dei vertici, tra Putin e Zelensky, a patto che sia un incontro risolutivo. Ovvero i due capi di stato potranno vedersi solo a valle del lavoro svolto dalle due delegazioni nei colloqui in corso. In pratica per mettere la firma sull’accordo e per le foto di rito. Una circostanza di là da venire.

Tutto resta infatti subordinato a quel che ha in testa Putin in questo momento. Utilizzando un meeting sulle misure socio-economiche da prendere a sostegno delle regioni russe investite dalle sanzioni internazionali, il presidente russo è tornato a dire che «l’”operazione speciale” procede con successo secondo i piani prestabiliti», che «l’Ucraina, incoraggiata dagli Stati uniti e da un certo numero di Paesi occidentali, si era preparata di proposito per uno scenario militare» e che la sua decisione di intervenire ha scongiurato i piani di Kiev per «un massacro sanguinoso e una pulizia etnica nel Donbass». Se non è una candidatura al Nobel per la pace poco ci manca.

Nel conflitto, anche le ragioni dell’economia

Le cause delle guerre. Il rafforzamento del potere, la conquista di nuove terre, la sottomissione di altri popoli, la vendetta per torti (veri o presunti) subiti, sono i fattori scatenanti delle guerre, fin dall’antichità

Gaetano Lamanna  17.03.2022

Il rafforzamento del potere, la conquista di nuove terre, la sottomissione di altri popoli, la vendetta per torti (veri o presunti) subiti, sono i fattori scatenanti delle guerre, fin dall’antichità. L’Iliade di Omero, scritto nell’VIII sec. a.C., narra il lungo assedio di Troia. Racconta la violenza e la crudeltà della guerra. Descrive pensieri e sentimenti dei protagonisti: il dolore, la paura, il coraggio, la pietas, l’ira, l’amore. I pensieri e i sentimenti degli achei e dei troiani appartengono a tutti coloro che, in tutti i tempi, sono coinvolti in una guerra. Da qui l’universalità del poema. La differenza più grande, rispetto al passato, è nel progresso tecnico: l’umanità non potrebbe sopravvivere all’uso delle armi atomiche.

La «discussione accanita», come la definisce il fisico Paolo Rovelli, sulla guerra russo-ucraina non riguarda la condanna dell’aggressione di Putin, pressoché unanime. L’oggetto del contendere è il “come” la solidarietà all’Ucraina debba esprimersi. Inviare armi non è il modo migliore per favorire una tregua e per avvicinare un accordo di pace. «Ogni arma in più – come sottolinea Rovelli – significa più devastazione e più morti». Quanti si commuovono per le immagini drammatiche provenienti dall’Ucraina non possono non sapere che la guerra prolungata comporta un imbarbarimento maggiore e amplifica, anziché contenere, i suoi effetti negativi. E a pagare il prezzo più alto, in termini di devastazioni, carestie, epidemie, impoverimento, è sempre la popolazione civile.

La parola “guerra” è impronunciabile perfino per Putin, per il quale l’attacco militare diventa un’«operazione speciale». Ma il vocabolario è ricco di espressioni che trasformano le guerre in «interventi umanitari», «preventivi» e quant’altro. Un classico sono le guerre ingaggiate per «esportare la democrazia». Così è stato per l’Afghanistan, l’ex-Yugoslavia, l’Irak, la Siria, la Libia, ecc. Poi c’è chi, come l’Italia, ne approfitta ed esporta armi (in ben 87 paesi). Si cercano sempre giustificazioni nobili, ma non ci sono guerre “giuste”.

Se vogliamo essere seri e obiettivi, le guerre hanno sempre accompagnato la volontà di difendere ed estendere interessi economici e sbocchi commerciali. «Il capitalismo porta in sé la guerra, come la nube porta il temporale» scriveva nel 2014 Jean Jaurès, socialista riformista e pacifista convinto, prima di essere ucciso a Parigi da un giovane favorevole alla guerra. Solo gli ingenui e gli sprovveduti possono pensare che dietro «l’operazione speciale» di Putin non ci siano anche motivazioni economiche.

Prima dell’aggressione russa, per molti italiani l’Ucraina era solo il paese d’origine delle numerose badanti che assistono i nostri vecchi. Era un paese dell’ex Unione sovietica, lontano dai nostri standard di benessere. Una semplificazione. Con la guerra abbiamo scoperto che l’Ucraina è un paese ricco di risorse naturali. Possiede il 5 per cento delle risorse minerarie a livello globale. E’ ai primi posti per le riserve di ferro e carbone. Nel suo sottosuolo si trovano metalli rari, oggi molto contesi, come uranio, titanio, gallio, manganese, grafite e mercurio. Importanti risorse di gas non sono ancora esplorate. L’Ucraina, inoltre, è primo produttore al mondo di semi di girasole e tra i primi di grano e mais. Il 20 per cento del grano tenero importato dall’Italia proviene dal porto di Odessa. Il prolungamento della guerra prelude, dunque, ad un’inflazione galoppante e incontrollabile. Un danno per le fasce deboli e un vantaggio per chi specula sui prezzi.

La guerra russo-ucraina, con tutta evidenza, si inserisce nella contesa mondiale per l’egemonia economica. Assistiamo ad un’accelerazione della competitività e della conflittualità a livello globale. Cresce il peso della Cina e dei paesi asiatici, diminuisce quello di Usa e Ue. Nel 2030, secondo alcuni scenari, Europa, Stati Uniti e Australia produrranno un terzo del Pil mondiale. Un vero e proprio capovolgimento geo-economico e geo-politico. Naturalmente gli scenari futuri non sono mai lineari e definitivi. Le variabili sono tante. Una di queste è proprio il ruolo della Russia. Di certo ci troviamo ad un tornante storico delicato e complesso. Non serve ragionare secondo categorie del Novecento. Non ci sono i buoni da un lato e i cattivi dall’altro.

E’ sbagliato e pericoloso riproporre la narrazione di una nuova guerra fredda, di un mondo diviso in blocchi contrapposti. La Russia non è l’Urss né il capitalismo si identifica con la libertà e la democrazia. L’economia mondiale, dall’89 in poi, si svolge tutta all’ombra del capitalismo (declinato in tanti modi). Bisogna rifuggire dagli schematismi. Gli interessi in gioco sono tanti e la ricerca di un nuovo ordine mondiale non è facile. Ma la via del dialogo, della cooperazione e della coesistenza pacifica non ha alternative.

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